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Kamala Harris sui 107 giorni della sua corsa alla Casa Bianca: retroscena e frustrazioni della campagna 2024

Dopo lunghi mesi di silenzio Kamala Harris torna a parlare ed espone le presunte cause della rielezione di Donald Trump nel 2024, sparando quasi ad alzo zero sul “cerchio magico” dell’ex presidente Joe Biden e sulla dirigenza del partito democratico per giustificare la sua sconfitta, ma senza riflettere in modo adeguato sui propri errori

Kamala Harris sui 107 giorni della sua corsa alla Casa Bianca: retroscena e frustrazioni della campagna 2024

Negli Stati Uniti le autobiografie costituiscono un genere di scrittura, consolidato da tempo, che accomuna personaggi pubblici e privati cittadini e risale addirittura alla fine del Settecento, con la stampa delle memorie di uno dei “Padri della Patria”, Benjamin Franklin.

A questa sorta di tradizione non si è sottratta Kamala Harris, vicepresidente nell’amministrazione Biden e soprattutto candidata del partito democratico alle elezioni per la Casa Bianca nel 2024.

Sei anni fa, in previsione di un tentativo ben presto naufragato di ottenere la nomination democratica nel 2020, Harris aveva pubblicato The Truth We Hold: An American Journey (New York, Penguin, 2019; trad. it. Le nostre verità, Milano, La Nave di Teseo, 2021), l’autobiografia che copre gli anni della sua giovinezza e soprattutto il periodo del suo impegno politico come procuratrice distrettuale e statale nonché senatrice federale della California.

Lo scorso 23 settembre è uscito 107 Days (New York, Simon & Schuster). Questo secondo libro è il resoconto dell’altrettanto fallimentare campagna condotta da Harris per la presidenza nel 2024, la più corta in tutta la storia americana, perché durò appunto appena 107 giorni, a seguito del ritiro senza precedenti del vincitore delle primarie democratiche, Joe Biden, il 21 luglio, a poco più di tre mesi dal voto del 5 novembre.

L’amarezza della sconfitta

Il volume presenta un capitolo per ciascuna delle giornate in cui si articolò la campagna elettorale. Tuttavia, più che una cronaca della corsa di Harris per la Casa Bianca dalla sua prospettiva, il libro esprime soprattutto il senso di frustrazione e il risentimento nei confronti del proprio partito, quello democratico, da parte di una candidata quanto mai ambiziosa e tracotante che si è sentita vittima di “fuoco amico” già da prima di scendere in campo.

Secondo Harris, Jill Biden, la seconda moglie del presidente, non le avrebbe mai perdonato di aver attaccato il marito durante la campagna per la nomination democratica del 2020, quando in un dibattito televisivo la futura vicepresidente lo aveva accusato in modo plateale di essersi opposto al busing, una pratica per facilitare l’integrazione razziale delle scuole pubbliche, dalla quale Joe, al tempo giovane senatore, aveva preso le distanze negli anni Settanta del Novecento.

Di conseguenza, Harris sarebbe rimasta esclusa dal “cerchio magico” del presidente Biden, a tal punto che la squadra della Casa Bianca non si sarebbe preoccupata di smentire le menzogne che Trump e la macchina del fango dei repubblicani reazionari avevano sistematicamente diffuso su di lei fin dall’inizio del suo mandato alla vicepresidenza.

Addirittura, “quando le storie divulgate erano false o inaccurate, pareva che andasse bene alla cerchia del presidente. “Anzi sembrava che avessero deciso che io dovessi essere mandata KO un poco alla volta”.

Allo stesso modo, “quando Fox News mi attaccava su tutto, dal mio modo di ridere, al tono della voce, a con chi uscivo da ventenne, o sosteneva che i miei incarichi dipendessero solo dal fato che ero membro di una minoranza da tutelare, raramente la Casa Bianca ribatteva richiamando il mio vero curriculum vitae”.

Inoltre, lo staff della Casa Bianca avrebbe alimentato le fake news sulla gestione caotica dell’ufficio della vicepresidente e sull’alto tasso di ricambio dei suoi consiglieri già nel 2021. Perfino Biden in persona avrebbe cercato di sabotare la candidatura di Harris: inizialmente il presidente avrebbe voluto far passare qualche giorno tra l’annuncio del proprio ritiro dalla campagna e la dichiarazione di appoggio a Harris per la successione, una tempistica che avrebbe incrinato la fiducia degli elettori democratici e di quelli indipendenti nella candidata.

Solo l’insistenza di Harris avrebbe indotto Biden a rilasciare i due comunicati a pochi minuti di distanza l’uno dall’altro. D’altra parte, sulla base di quanto riferisce Harris, durante i precedenti anni della propria amministrazione Biden aveva cercato di lasciare in ombra la propria vice, attribuendole anche incarichi molto difficili da gestire e nei quali non avrebbe potuto fare sfoggio delle sue doti politiche come il contrasto all’immigrazione irregolare.

Secondo una definizione che Harris attribuisce a suo marito Doug, per non apparire un’ingrata nei confronti del suo ormai ex capo agli occhi dei lettori, Biden le avrebbe affidato solo “impossible shit jobs” (impossibili lavori di m***a).

Anche Obama si sarebbe mostrato tiepido verso la candidatura di Harris perché lasciò trascorrere cinque giorni dal ritiro di Biden prima di annunciare pubblicamente il suo sostegno a Kamala.

Nancy Pelosi, l’ex presidente della Camera e la principale fautrice del ritiro di Biden, avrebbe voluto la riapertura delle primarie, anziché una sorta di investitura di Harris dall’alto, probabilmente (sebbene 107 Days taccia su questo aspetto specifico) nella speranza che la candidatura democratica andasse a Gavin Newsom, il governatore della California, molto più progressista della vicepresidente. Newsom, contattato da Harris per sapere se avrebbe avuto il suo appoggio, le rispose che stava facendo un’escursione in montagna e che l’avrebbe richiamata, ma non si fece più vivo con lei.

Il campione della Sinistra democratica quasi per antonomasia, il senatore Bernie Sanders del Vermont, colui che aveva trascinato i giovani a votare nelle primarie del 2016 e del 2020, non avrebbe evitato di manifestare un certo scetticismo nei confronti di una candidata che sembrava più interessata a tutelare i diritti riproduttivi delle donne che a difendere gli interessi del ceto operaio.

Qualche rivelazione

Come un po’ tutte le memorie dei politici neppure 107 Days manca di rivelazioni. Per esempio, il candidato ideale di Harris come proprio vicepresidente sarebbe stato Pete Buttigieg, l’ex sindaco di South Bend in Indiana e il segretario in carica del dipartimento dei Trasporti nell’amministrazione Biden.

Tuttavia, Harris concluse che la prima candidatura alla presidenza per uno dei due maggiori partiti di una donna nera, coniugata con un ebreo, fosse di per se stessa sufficientemente dirompente per il cittadino statunitense medio che era preferibile non affiancarla a un altro elemento che avrebbe potuto sconcertare ulteriormente l’elettorato moderato: la prima corsa alla vicepresidenza di un omosessuale dichiarato, sposato con un altro uomo e padre di due figli adottivi quale era Buttigieg.

La scelta di Harris cadde pertanto sul governatore del Minnesota Tim Walz, sebbene costui “non avesse le idee chiare su quale dovesse essere il ruolo del vicepresidente”. L’inesperienza di Walz emerse nel dibattito tra i candidati alla vicepresidenza quando si fece abbindolare dall’apparentemente pacato atteggiamento bipartisan del suo sfidante repubblicano, J.D. Vance, provocando un impeto di rabbia nella stessa Harris, che racconta di aver gridato allo schermo televisivo “non sei là a fare amicizia con il tipo che attacca la tua candidata”.

Inoltre, Harris rimprovera a Biden di aver contribuito all’alleanza tra Elon Musk e Trump perché il presidente non aveva invitato il ceo di Tesla a un evento della Casa Bianca nel 2021 per promuovere la diffusione delle auto elettriche, ferendo l’orgoglio dell’imprenditore e inducendolo a schierarsi con The Donald.

Soprattutto Harris afferma esplicitamente che, pur avendo una fiducia quasi granitica nelle capacità di governo di Biden nella veste di statista, aveva maturato fin da subito la convinzione che il presidente non sarebbe stato in grado di condurre la campagna per la propria rielezione per la fatica fisica, prima ancora che mentale, che la corsa per la Casa Bianca avrebbe comportato.

A suo giudizio, la ricandidatura di Biden fu una decisione “sconsiderata”. Harris si aspettava che i suoi consiglieri lo inducessero a non ripresentarsi, salvo rendersi conto che “più le cose peggioravano” visibilmente, più lo staff lo spingeva a restare in campo.

Secondo lei, il livello di confusione e incoerenza nell’organizzazione della campagna di Biden culminò il 27 giugno, la sera del confronto televisivo con Trump, che rese inequivocabile agli occhi dell’opinione pubblica il disorientamento del presidente.

Tuttavia, al di là delle esternazioni di lealtà verso l’inquilino della Casa Bianca, il giudizio che 107 Days esprime su Biden è in definitiva quello che Harris attribuisce a David Plouffe, il manager della vittoria di Obama nelle elezioni del 2008 che le fece da consulente dal mese di agosto: “la gente detesta Biden”.

La conclusione alla quale Harris conduce il lettore è che il presidente non avrebbe mai dovuto ricandidarsi e che se avesse cercato di farlo il suo “cerchio magico” avrebbe dovuto distoglierlo da questo intento per non compromettere le possibilità di battere Trump.

Nel frattempo il rapporto tra i due leader democratici si sarebbe progressivamente “complicato”, fino a raggiungere un’involuzione tale che, la mattina del dibattito tra Harris e Trump, il presidente avrebbe telefonato alla sua vice non tanto per incoraggiarla in vista dell’imminente sfida televisiva con il tycoon, quanto per sincerarsi che non corrispondessero al vero le voci secondo le quali Harris stesse sparlando di Biden in privato.

Le ambiguità di 107 Days

La ricostruzione della campagna elettorale del 2024 fatta Harris non è priva di zone d’ombra. Un esempio è il caso del dibattito tra Biden e Trump, svoltosi all’inizio dell’estate, in un momento in cui non si erano ancora tenute le convenzioni nazionali dei due partiti e, pertanto, nessuno dei due candidati aveva ancora ricevuto formalmente la nomination.

107 Days prende per buona la versione ufficiale dei dirigenti democratici, secondo cui lo scopo dell’anticipo, rispetto alle tradizionali date autunnali delle campagne precedenti, sarebbe stato quello di invertire il calo dei consensi per Biden.

Non viene, invece, fatto neppure un cenno all’altra possibile motivazione: evidenziare in maniera indiscutibile l’incapacità del presidente nel proseguire la campagna elettorale quando c’era ancora un po’ tempo per sostituire il candidato democratico senza compromettere irreparabilmente le possibilità di sconfiggere Trump.

Un altro esempio riguarda la mancata candidatura alla vicepresidenza per Josh Shapiro, il governatore della Pennsylvania. Harris lascia intendere di averlo scartato perché Shapiro, un politico noto per la sua determinazione, non si sarebbe accontentato di essere il numero due dell’amministrazione federale e avrebbe voluto venire consultato per ogni decisione del governo, trasformando così la vicepresidenza in una copresidenza di fatto.

La Pennsylvania, però, era uno Stato in bilico, la cui conquista era ritenuta imprescindibile per il conseguimento della presidenza grazie ai suoi diciannove voti elettorali. La scelta del candidato alla vicepresidenza serve di norma anche per portare il sostegno del suo Stato a chi corre per la Casa Bianca.

Non trova, quindi, una vera spiegazione il motivo per cui Harris avrebbe preferito a Shapiro Walz, il governatore di uno Stato che assegnava solo dieci voti elettorali e dove il partito repubblicano non otteneva la maggioranza in un’elezione presidenziale dalla vittoria di Richard M. Nixon nel lontano 1972.

L’unica ragione plausibile – ma non confessata – della designazione di Walz sarebbe consistita nel timore da parte di Harris di venire messa in ombra da un running mate dotato di una forte personalità come Shapiro.

Harris, una candidata che non è mai stata una trascinatrice di elettori

Harris non perde mai l’occasione di sottolineare la propria abilità nel raccogliere fondi nonché l’entusiasmo suscitato dalla sua candidatura alla Casa Bianca e la sua capacità di galvanizzare l’elettorato democratico dopo lo scoramento provocato dall’inconfutabile grigiore delle apparizioni pubbliche di Biden.

Tuttavia, 107 Days non dà conto della palese difficoltà di Harris nel trasformare la partecipazione emotiva in voti. Questo problema l’ha accompagnata per tutta la carriera politica. Per esempio, i suoi precedenti successi in California avrebbero dovuto essere scontati e facili, in considerazione del massiccio orientamento democratico dello Stato. Eppure la prima elezione a procuratore generale della California, nel 2010, avvenne con un margine a dir poco risicato.

Harris prevalse sul suo avversario repubblicano, Steve Cooley, per meno di 75.000 voti su un totale di oltre 8.800.000 schede valide, senza riuscire a conquistare nemmeno la maggioranza assoluta dei suffragi. Ottenne, infatti, solo il 46% contro il 45,9% andato a Cooley. Il resto dei voti andò a candidati minori.

Quando si trattò di competere a livello nazionale per la nomination democratica alla Casa Bianca nel 2020, l’esito fu ancora più deludente. Dopo aver annunciato la propria candidatura nel gennaio del 2019, Harris si ritirò all’inizio di dicembre dello stesso anno, prima ancora che iniziasse la stagione delle primarie con il caucus dello Iowa del 3 febbraio 2020.

Il precedente di Hillary Clinton

Dopo l’inaspettata vittoria di Trump nelle presidenziali del 2016, la sua antagonista democratica di allora, Hillary Clinton, pubblicò una sua ricostruzione della campagna elettorale (What Happened, New York, Simon & Schuster, 2017).

Nel librò attribuì la propria sconfitta alla misoginia che aveva condizionato la sfida contro il tycoon. Aggiunse di essere stata penalizzata per il fatto di essersi comportata come una candidata tradizionale a una carica pubblica, preoccupandosi di illustrare il proprio programma agli americani e di costruire coalizioni, mentre Trump aveva trasformato la corsa per la Casa Bianca in una specie di reality show, fomentando l’odio e il risentimento di una parte degli statunitensi che avevano poi finito per votare per il partito repubblicano.

Clinton si soffermò anche su quello che definì “un assalto senza precedenti alla nostra democrazia portato da un avversario straniero”, cioè sulle ingerenze della Russia nella campagna elettorale per favorire Trump. Infine, sostenne che il colpo di grazia all’aspirazione a divenire presidente sarebbe stato inferto dal direttore del Federal Bureau of Investigation, James Comey.

Questi, il 28 ottobre, a meno di due settimane dal voto, aveva annunciato la riapertura di un’indagine, già chiusa da tempo, sull’uso di un server privato, anziché di quello del Dipartimento di Stato monitorato dal governo, da parte di Hillary Clinton quando era stata segretario di Stato durante il primo mandato di Obama (2009-2013).

Il sospetto, circolato all’epoca, era che Hillary avesse voluto così sottrarsi ai controlli della burocrazia federale sui suoi scambi di posta elettronica. Lo scopo di questa operazione sarebbe stato quello di nascondere l’eventualità (peraltro mai provata) che, in cambio di finanziamenti alla fondazione creata dal marito, l’ex presidente Bill Clinton, Hillary avrebbe sfruttato la propria carica per facilitare l’accesso dei donatori all’amministrazione Obama.

Poiché alla fine di ottobre, quasi tutti i sondaggi pre-elettorali davano Hillary vincente su Trump con largo margine, la conclusione di What Happened era che l’iniziativa di Comey aveva spostato all’ultimo momento un numero determinante di voti nel campo repubblicano, permettendo al tycoon di aggiudicarsi la Casa Bianca.

I primi a dubitare della versione fornita da Hillary Clinton furono alcuni esponenti del suo partito. In particolare, ricordando l’ampio discredito di Trump, apertamente contestato dal 60% degli americani, Chuck Schumer, l’allora leader della minoranza democratica al Senato, controbatté che “quando perdi con qualcuno che ha un indice di popolarità del 40%, non dai la colpa ad altre cose – Comey, la Russia – ma dai la colpa a te stessa”.

Quando l’autocritica non è una dote

Con le evidenti differenze del caso, la lettura che Schumer fornì di What Happened potrebbe essere riproposta a commento di 107 Days. Da almeno mezzo secolo a questa parte, la politica statunitense è stata contrassegnata da quel fenomeno che il politologo Sidney Blumenthal aveva definito la “campagna permanente” già nel 1980, in un saggio intitolato appunto The Permanent Campaign: Inside the World of Elite Political Operatives (Boston, Beacon Press).

In questo volume Blumenthal delineava una situazione, tuttora persistente, in cui, appena chiuse le urne e contati i voti, si comincia subito a preparare la successiva campagna elettorale. In tale prospettiva, avere avuto poco più di tre mesi per svolgere una campagna elettorale alla quale Trump si stava dedicando invece da quasi quattro anni costituì una evidente difficoltà per Harris nel 2024.

Il rilievo di questo fattore sull’esito delle presidenziali, però, è discutibile. Se a vincere le elezioni, conquistando addirittura la maggioranza del suffragio popolare (un traguardo che The Donald aveva invece mancato nel 2016, quando Hillary Clinton aveva conseguito quasi tre milioni di voti più di lui), è stato un candidato pregiudicato, imputato in altre tre cause penali, fomentatore di un fallito golpe il 6 gennaio 2021, xenofobo, sessista, notoriamente bugiardo e con tendenze all’autoritarismo, riconosciute dai suoi stessi ex collaboratori, sembra inevitabile ritenere che la sua sfidante non sia riuscita a presentarsi come una figura credibile agli occhi di gran parte degli statunitensi.

Alla sua attrattiva politica non ha certo contribuito la decisione, a posteriori improvvida, di avere cercato di ridefinire in senso centrista e moderato il proprio programma politico per strappare elettori indipendenti a Trump, anziché puntare sulla mobilitazione dell’elettorato progressista.

Così la candidata democratica, contro cui The Donald aveva scagliato l’accusa inverosimile che fosse una pericolosa marxista, si è ritrovata nei suoi 107 giorni di campagna elettorale ad assicurare il rispetto del diritto individuale al porto d’armi (vantandosi addirittura di possedere una pistola Glock e affermando che non si sarebbe fatta scrupoli a usarla per difendersi da eventuali intrusi che fossero penetrati nella sua abitazione), a ventilare una guerra daziaria con la Repubblica Popolare Cinese sulla stessa linea proposta dal tycoon, ad accettare il fracking (che si era impegnata a vietare quando aveva cercato di ottenere la nomination del 2020), a garantire rigidi controlli ai confini per contrastare l’immigrazione irregolare (mentre nel 2019 aveva dichiarato che da presidente avrebbe chiuso immediatamente i centri di internamento temporaneo dei clandestini in attesa di deportazione, rilasciando a piede libero tutte queste persone) nonché a promettere il rafforzamento del primato militare globale di Washington secondo la miglior tradizione del partito repubblicano.

Questi aspetti traspaiono appena dalle pagine di 107 Days. Né emerge con chiarezza l’incapacità di Harris di prendere le distanze dalle politiche di Biden per sottrarsi all’impopolarità del presidente uscente su questioni come, ad esempio, l’aumento del costo della vita e l’incremento del numero di immigrati irregolari.

Un imbarazzante velo di silenzio cala addirittura sulla connivenza omertosa di Harris con la scelta dei vertici democratici di avere tenuto per lungo tempo l’opinione pubblica all’oscuro dell’inarrestabile declino delle facoltà di Biden.

Molti lettori chiuderanno così il volume rammaricandosi della ipotetica miopia di un partito democratico che non sarebbe stato in grado di valorizzare il talento della sua candidata o addirittura non avrebbe voluto farlo, finendo per riconsegnare la Casa Bianca a Trump su un piatto d’argento.

Al contrario, chi vorrà andare oltre il resoconto apologetico firmato dalla ex vicepresidente resterà con il fondato sospetto che il nemico politico peggiore di Harris tra il 21 luglio e il 5 novembre 2024 – e forse anche da prima – sia stato proprio la stessa Harris.

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Stefano Luconi insegna Storia degli Stati Uniti d’America nel dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’Università di Padova. Le sue pubblicazioni comprendono La “nazione indispensabile”. Storia degli Stati Uniti dalle origini a Trump (2020), Le istituzioni statunitensi dalla stesura della Costituzione a Biden, 1787–2022 (2022), L’anima nera degli Stati Uniti. Gli afro-americani e il difficile cammino verso l’eguaglianza, 1619–2023 (2023). La corsa alla Casa Bianca 2024. L’elezione del presidente degli Stati Uniti dalle primarie a oltre il voto del 5 novembre (2024).

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