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Iran: continuano le proteste popolari, si intensifica la repressione. Gli Usa pensano a un intervento: “Pronti ad aiutare”

Oltre 100 morte e 2.600 arresti, mentre in Iran non si ferma la protesta contro il regime di Khamenei. Il procuratore generale minaccia i manifestanti: “Pena di morte per chi partecipa”. Israele in stato d’allerta per possibile intervento Usa. Il ruolo di Reza Pahlavi

Iran: continuano le proteste popolari, si intensifica la repressione. Gli Usa pensano a un intervento: “Pronti ad aiutare”

In Iran non si ferma la protesta, arrivata ormai al suo quattordicesimo giorno, che per numeri e portata non ha precedenti negli ultimi tre anni, tant’è che qualcuno comincia già a parlare di “rivoluzione”. Purtroppo, però, non si ferma nemmeno la brutale repressione del regime che ha già causato decine di morti e migliaia di arresti. Chiunque prenda parte alle manifestazioni è considerato un “nemico di Dio”, ha minacciato il procuratore generale Mohammad Movahedi Azad, un’accusa che prevede la pena di morte. E nonostante internet sia stato oscurato, da Teheran e dalle altre città del Paese, da Tabriz fino a Shiraz, continuano ad arrivare immagini che mostrano centinaia di migliaia di persone in strada pronte a sfidare la Guida Suprema dell’Iran Ali Khamenei che ha posto i pasdaran in uno stato di allerta persino più elevato di quello adottato per la guerra dei 12 giorni con Israele, a giugno 2025. “Lunga vita al re”, “L’Iran sarà libero”, “Riprendiamoci la nostra patria”, “Morte a Khamenei”, “Morte al dittatore”, “Non abbiamo più paura”, urlano i giovani in piazza, rispondendo all’appello di Reza Pahlavi, il figlio esule dello Scià deposto nel 1979 che ha chiesto loro di continuare a protestare e si è detto pronto a tornare in Iran per guidare una “transizione democratica”.

In risposta le autorità iraniane continuano ad accusare i manifestanti di portare avanti “una guerra orchestrata dall’estero”, puntando il dito su Stati Uniti e Israele. 

Sale il numero delle vittime, oltre duemila gli arresti

Le proteste riguardano praticamente tutte le città iraniane. E nonostante il blackout di internet duri ormai da 60 ore, qualche notizia arriva da chi riesce a collegarsi a Starlink, il servizio satellitare messo a disposizione da Musk. Le informazioni raccontano una repressione brutale: le milizie sparano a vista, i cecchini sono appostati sui tetti, ovunque ci sarebbero droni spia. Gli uomini di Khamenei entrerebbero addirittura negli ospedali per stanare i manifestanti feriti. Chi può, evita il pronto soccorso e si fa curare in case private, lontano dalle guardie. Ad infiammare ulteriormente gli animi anche le notizie, non confermate, dell’arrivo di miliziani iracheni in Iran con lo scopo di sommarsi alle forze dell’ordine. Sardar Radan, comandante in capo della polizia nazionale iraniana, ha dichiarato questa mattina che “il livello di scontro con i rivoltosi è aumentato” e ha celebrato quelli che ha definito “arresti importanti” sottolineando che “i principali elementi dei disordini di ieri sera sono stati arrestati”.

Secondo l’ong Human Rights Activists News Agency, l’ultima notte di proteste avrebbe portato ad almeno 116 il numero delle vittime delle proteste, mentre gli arresti sarebbero oltre 2.600. Un medico e un assistente sociale di due ospedali in Iran, parlando con la Bbc, hanno fatto sapere che le loro strutture sono ormai “sopraffatte” dai feriti. 

Trump: “Pronti ad aiutare i manifestanti”

Nel frattempo, torna a crescere la tensione con l’Occidente e in particolare con Washington, da dove il presidente Donald Trump ha prima ribadito l’invito a “non iniziare a sparare” sui civili, “altrimenti, inizieremo a sparare anche noi”. Poi, in serata ha assicurato che gli Stati Uniti sono “pronti ad aiutare” i manifestanti che “lottano per la libertà”.

Secondo fonti del Wall Street Journal funzionari dell’amministrazione Usa hanno avuto discussioni “preliminari” su un eventuale attacco contro l’Iran, qualora fosse necessario dare seguito alle minacce del presidente, e sarebbero già stati individuati i possibili obiettivi. Una delle opzioni sarebbe un attacco aereo su larga scala contro diversi obiettivi militari iraniani, ma secondo le fonti non c’è ancora un consenso sulla linea d’azione e non sono stati ancora mobilitati né equipaggiamenti militari né personale.

L’America “sostiene il coraggioso popolo iraniano”, ha detto il segretario di Stato Usa Marco Rubio, mentre anche l’Ue ha chiesto di fermare la repressione e la presidente dell’Eurocamera, Roberta Metsola, ha proposto di sanzionare il Corpo delle guardie della rivoluzione.

Iran agli Usa: “Se ci attaccate colpiremo Israele e basi Usa”

In mattinata è arrivato l’avvertimento dell’Iran agli Usa. I presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, rivolgendosi ai deputati, ha affermato che “qualsiasi attacco statunitense porterebbe Teheran a reagire contro Israele e le basi militari statunitensi” nella regione, definendole “obiettivi legittimi”.

Nel frattempo, Israele è in stato di massima allerta per la possibilità di un intervento degli Stati Uniti in Iran, dove divampano le proteste antigovernative: lo scrive Reuters, citando tre fonti israeliane informate. Le fonti, presenti alle consultazioni sulla sicurezza israeliana nel fine settimana, non hanno fornito dettagli su cosa significhi concretamente la condizione di massima allerta di Israele. Ieri, il premier israeliano Benyamin Netanyahu e il segretario di Stato americano Marco Rubio hanno discusso della possibilità di un intervento statunitense in Iran, secondo una fonte israeliana presente alla conversazione. 

(Ultimo aggiornamento: ore 10.43 di domenica 11 gennaio).

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