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In Sudamerica coltivare riso non conviene più: allarme per l’aumento dei prezzi

Il Brasile è il secondo esportatore glovale fuori dall’Asia e prevede una riduzione del raccolto nel 2026 a causa dei costi di produzione e del clima. Il riso è alla base dell’alimentazione di 3,5 miliardi di persone. E anche Pechino sta diversificando

In Sudamerica coltivare riso non conviene più: allarme per l’aumento dei prezzi

La produzione mondiale di riso è aumentata nel 2025 e dovrebbe continuare a farlo anche l’anno prossimo. E l’Italia è sempre saldamente il primo produttore europeo della richiestissima materia prima alimentare, che viene consumata ogni giorno da oltre 3,5 miliardi di persone nel mondo, specialmente in Asia. Però dal Sudamerica, in particolare dal Brasile che è il nono esportatore mondiale della pianta (il secondo fuori dall’Asia) arriva un segnale preoccupante per il mercato: a parità di condizioni, per gli agricoltori è sempre più conveniente coltivare soia piuttosto che riso. Anche perché se è vero che il chicco bianco è alla base dell’alimentazione di quasi la metà della popolazione mondiale, è anche innegabile che pure il mercato della soia è ancora più allettante, a maggior ragione oggi che è diventato un terreno di scontro tra Stati Uniti e Cina per la questione dei dazi. E poi perché la soia sostiene gli allevamenti di bestiame e dunque il mercato delle proteine ma anche quello della transizione energetica attraverso gli scarti.

In Brasile produzione record ma le cose stanno cambiando

Il Brasile viene da un raccolto molto buono, con una produzione record da 12,8 milioni di tonnellate che ha consentito una deflazione del cereale del 23% quest’anno. Adesso però i costi di coltivazione stanno aumentando, soprattutto a causa dei cambiamenti climatici che penalizzano tantissimo proprio le piante di riso, e per l’anno prossimo la previsione è di una produzione probabilmente inferiore a 11 milioni di tonnellate. “I prezzi oggi risultano oggi molto convenienti per i consumatori ma sfavorevoli per gli agricoltori”, denunciano gli esperti che segnalano una situazione di difficoltà come non la si vedeva dal 1995. Anche perché pure gli altri player globali stanno diversificando: lo sta facendo la Cina, che è tra i principali fornitori ma che per sopperire ai dazi ha bisogno anch’essa di convertirsi un po’ di più alla soia; lo sta facendo la Russia, impegnata oggi più che mai in una economia di guerra; e lo stanno facendo pure gli altri grandi produttori asiatici, dall’India in giù, con misure talvolta protezionistiche che incidono sui prezzi.

Sul riso incombe anche la minaccia del riscaldamento globale

Inoltre, come detto, il riso è una delle materie prime più colpite dall’emergenza climatica, anche perché per coltivarla serve tantissima acqua e nell’acqua può essere contenuto arsenico in quantità anche nocive per l’essere umano. Come se non bastasse, uno studio della Columbia University di New York ha dimostrato che con l’aumentare delle temperature e dei livelli di CO2, la presenza di arsenico cresce a sua volta nell’acqua e dunque può più facilmente contaminare le piantagioni di riso. Lo scenario peggiore, secondo gli scienziati, è quello secondo il quale il consumo di riso “avvelenato” possa contribuire a 19,3 milioni di nuovi casi di tumore nella sola Cina, senza contare patologie cardio-vascolari e diabeti. Va anche detto che la ricerca dà per scontato lo scenario più pessimistico ipotizzato dall’Onu e cioè di un riscaldamento di oltre 2 gradi rispetto alla media, e che il consumo di riso nel 2050 rimanga ai livelli del 2021, mentre tutto lascia pensare che proseguendo nel trend della riduzione della povertà a livello globale, diminuirà anche la dipendenza dal riso, che è considerato un alimento “povero”. Almeno fino ad oggi.

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