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Il diavolo veste Prada 2, il lusso non tramonta ma l’impero di Miranda Priestly è in declino 

Tornano Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci. Ma la storia, vent’anni dopo, ha perso lo smalto e la leggerezza della commedia. E la trama è esile.

Il diavolo veste Prada 2, il lusso non tramonta ma l’impero di Miranda Priestly è in declino 

Tanto rumore per… un’altra storia. Il diavolo veste Prada è tornato, con gli stessi attori principali, regista, sceneggiatrice. Il lusso della confezione ricorda il primo indimenticabile film ma nella versione 2026 c’è qualche nota stonata. Il mondo è cambiato, soprattutto quello dell’editoria della moda che Lauren Weisberger aveva letteralmente rivelato nel suo bestseller dei primi anni duemila.

Bisognava certo raccontarlo: tuttavia, far girare la sceneggiatura intorno alla crisi dei media e all’avvento della tecnologia che travolgerà tutti “come la lava ha fatto con Pompei”, non aiuta il film a decollare. L’atmosfera è mesta, sotto la patina lucida di costumi e luoghi da favola: sono scomparsi da questo sequel personaggi brillanti (Simon Baker era il seducente Christian Thompson del primo Diavolo) e hanno fatto il loro ingresso figure più rappresentative del mondo attuale ma anche meno affascinanti, come il milionario Benji Barnes interpretato da Justin Theroux e probabilmente ispirato a Jeff Bezos. Lo stesso nuovo interesse sentimentale di Andy Sachs (sempre Anne Hathaway), un immobiliarista australiano, con lei non sembra avere alcuna chimica.

Il film è coerente con i venti anni trascorsi dalla produzione del primo capitolo e introduce i protagonisti nel 2026: Andy è diventata un’affermata giornalista di Vanguard, una prestigiosa rivista, mentre la sua vecchia collega Emily (Emily Blunt) dirige le vendite di un’importante casa di moda francese ed è fidanzata con Barnes. Nigel (il sempre meraviglioso Stanley Tucci) è ancora al fianco di Miranda Priestly (Meryl Streep), che è più o meno saldamente al timone di Runway, nel frattempo diventata una testata online perché non ci sono più fondi per i magazine di carta né i budget per i servizi di una volta, quelli per quattro settimane in Africa con Avedon.

Quando Andy viene licenziata da Vanguard e Runway finisce in un brutto scandalo, viene chiamata dall’editore in persona per una collaborazione che ricostruisca la reputazione della rivista, che passa soprattutto dal denaro degli inserzionisti (la casa di moda di Emily). Ed ecco che il quartetto si ricostituisce, per dar vita, però, a quelli che sembrano stanchi déjà-vu del primo film.

Nemmeno Miranda è più Miranda: la battuta è ancora pronta ma il piglio è in disarmo. Non lancia più il cappotto sulle collaboratrici, da quando le Risorse Umane ne hanno censurato la condotta ed è continuamente costretta a piegarsi alle ragioni delle visualizzazioni e del clickbait. Anche l’estetica di questo secondo capitolo si adatta al nuovo spirito del tempo e gli abiti sembrano fare meno sensazione. La costumista, già collaboratrice di Patricia Field, ha dichiarato di aver preferito modelli capaci di durare nel corso degli anni: sono senza tempo e raffinati, in effetti, ma non c’è nulla di lontanamente paragonabile alle giacche, agli stivali e alle trovate sorprendenti del primo film.

Non funziona, complice una trama troppo esile, nemmeno il plug-in dell’ambientazione milanese, con le lussuose location dell’Accademia di Brera, delle ville sul lago di Como e del magnifico cenacolo vinciano, preso alla lettera e reso sfondo di una cena di gala!

La cappa sul film incombe e non si capisce quale sia la direzione: aggiornarlo alle molteplici crisi attuali, a cominciare da quella dell’editoria, e denunciare iperbolici costumi aziendali come le regole sul linguaggio corretto e le riunioni infinite dei consulenti finanziari chiamati a decidere le sorti dei dipendenti tutti? Condivisibile, ma il fatto è che guardare questo sequel è come fare una passeggiata tra le rovine di ciò che era e che non è più. Senza una lettura meno catastrofica sul presente né uno sguardo in prospettiva.

Inevitabile? Il dubbio resta. Sicuramente Il diavolo veste Prada 2 racconta il crollo del mondo che aveva celebrato: insomma alla gravitas non si sfugge. A quanto pare, di questi tempi, nemmeno al cinema.

Al cinema
Titolo originale: The Devil Wears Prada 2, Produzione: USA 2026, Regia: David Frankel, Sceneggiatura: Aline Brosh McKenna Vogt, Montaggio: Andrew Marcus, Fotografia: Florian Ballhaus, Interpreti principali: Meryl Streep, Anne Hathaway, Stanley Tucci, Emily Blunt, Kenneth Branagh, Justin Theroux, Lucy Liu, Durata: 119’.

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