Condividi

Ex Ilva: l’arrivo di Decaro alla guida della Puglia può aprire una fase nuova ma il Governo deve trovare il coraggio di ribaltare il tavolo

L’elezione di Antonio Decaro in Puglia potrebbe sbloccare l’impasse dell’acciaieria di Taranto: un asset strategico per industria, difesa, energia e ruolo geopolitico dell’Italia. Ma serve una svolta del Governo che porti a una soluzione imprenditoriale

Ex Ilva: l’arrivo di Decaro alla guida della Puglia può aprire una fase nuova ma il Governo deve trovare il coraggio di ribaltare il tavolo

L’elezione, ampia e trasversale, di Antonio Decaro alla guida della Puglia può rappresentare il tassello finora mancante per affrontare in modo definitivo l’annoso, dannoso e costoso problema del centro siderurgico di Taranto. Certamente si può prevedere una rottura rispetto alla lunga liturgia di chiacchiere e di promesse che hanno accompagnato il cerimoniale messo in campo in tutti questi anni per affrontare la crisi gestionale e finanziaria del più grande impianto produttivo dell’Europa e del Mediterraneo.

Proteste infinite. Poi assemblee permanenti. Infine scioperi a sostegno dei lunghi ed affollati tavoli di trattativa soprattutto in quel di Roma. Tavoli che si convocano e si rinnovano di volta in volta, secondo le scadenze delle milionarie casse integrazioni sempre benvenute in una economia dove il turismo e l’agricoltura non mancano di integrarle “a nero”. Tuttavia la Puglia non può misurarsi da sola sul tema che rimane una questione nazionale.

Acciaio strategico: perché Taranto non può fallire

L’acciaio di Taranto stabilisce il livello competitivo della industria manifatturiera italiana; ne determina la qualità e la crescita; impedisce il dumping produttivo dell’acciaio cinese; accompagnerà le opportunità della ricostruzione dell’Ucraina e del vicino Medio Oriente; sarà fondamentale nella politica continentale di difesa; infine sosterrà il progetto del prossimo futuro (qui e ora) quello di una Italia hub energetico e logistico europeo: la porta del nuovo mondo economico che va dal Mar Rosso fino all’Azerbaijan. Queste ragioni strategiche sono sufficienti per riavviare rapidamente i forni e le lavorazioni a valle.

Anche il ministro Adolfo Urso dovrebbe cogliere rapidamente e “lucidamente” la novità istituzionale di Bari. Ha l’occasione per sciogliere il nodo che da anni ingabbia e rende problematica qualsiasi scelta imprenditoriale sul sito siderurgico. Parliamo della convivenza produttiva con il territorio; delle questioni ambientali e logistiche; della chiarezza necessaria e della trasparenza degli atti su tutte le questioni che determinano e hanno determinato le incertezze imprenditoriali come il mutevole orientamento di parte della pubblica opinione, la mobilitazione dei quartieri e dei vari comitati unitamente ai più temuti e contradditori pronunciamenti della Magistratura.

Urso, i sindacati e il nodo delle scelte: cosa serve davvero

La priorità oggi è quella di porre fine ai minuetti che da troppo tempo vanno in scena al Ministero di Via Veneto. “Rovesciare il tavolo” così come fece il Commissario CEE Etienne Davignon nella metà degli anni ’70 permettendo ai cosiddetti siderurgici “bresciani” di contrastare l’assistita siderurgia di Stato e l’ormai asfittica siderurgia privata dei Falk ,della Fiat e dei Redaelli. Vinsero i “mammiferi” come Lucchini, Riva, Arvedi, Pittini e via discorrendo. Anche Adolfo Urso deve “rovesciare il tavolo” creando le condizioni esterne capaci di giungere ad una soluzione imprenditoriale.

Adolfo Urso deve mettere di fronte alla realtà il sindacalismo da sopravvivenza che vede ancora oggi in Rocco Palombella (Uil) e in Michele De Palma (CHIL) i suoi campioni. Il primo con l’eterna invocazione di ipotetici piani siderurgici nazionali da discutere ed approvare ad impianti fermi e il secondo con il continuo appello ai siderurgici privati italiani perché intervengano sulle sorti di Taranto. Forse ignora che tutti hanno in ufficio il ritratto di Emilio Riva, quello dei suoi figli arrestati con l’esproprio (di fatto) degli impianti ex Ilva. Forse i signori delle tessere dimenticano che da allora i Riva non parlano più, non sono più disponibili ad alcunché pur guidando con successo e profitto uno degli imperi più importanti dell’acciaio europeo.

Che cosa fare?

Che fare allora? Bisogna stringere alleanze politiche territoriali (Piemonte, Liguria, Toscana e Puglia) in grado di condizionare chiunque tenda a minare il progetto di rilancio produttivo. Mettere sul piatto delle trattative con i gruppi concorrenti alla aggiudicazione degli impianti tutte le garanzie capaci di allungare la prospettiva di risanamento e di innovazione a impianti funzionanti. Stringere rapidamente sulla vendita di alcuni asset della filiera agli imprenditori da tempo in lista come ad esempio quelli di Genova o Novi Ligure. Piazzare sul mercato le molte società di servizi e di logistica marginali rispetto alla centralità produttiva di Taranto. Giurare solennemente che lo Stato non diventerà mai produttore di acciaio ma che sarà attento nella salvaguardia degli interessi nazionali.

Commenta