È saltato il banco. Dopo oltre quattro ore di confronto al Mimit, il vertice sull’ex Ilva si è chiuso con un nulla di fatto e con i sindacati che hanno abbandonato il tavolo accusando il governo di voler “chiudere” Taranto. Sul tavolo c’era il nuovo piano di decarbonizzazione a quattro anni, illustrato dall’esecutivo come il passaggio decisivo per traghettare la più grande acciaieria d’Europa verso l’acciaio verde. Ma per Fim, Fiom e Uilm il progetto è tutt’altro che un rilancio, è “un piano di smantellamento mascherato”.
Il piano del governo: quattro anni per l’acciaio green
Secondo le slide presentate al tavolo, il governo punta a realizzare un impianto Dri (Direct Reduced Iron) a Taranto entro il 2029, con il supporto finanziario dello Stato e della Regione Puglia, per consentire la produzione di acciaio decarbonizzato. L’obiettivo, si legge nel documento, è fare dell’Italia “il primo Paese europeo a produrre solo acciaio green”.
Per garantire la continuità operativa durante la transizione, è previsto un piano a ciclo corto che ridisegna la produzione a partire dal 15 novembre 2025. Le batterie di cokefazione, cioè gli impianti industriali composti da una serie di forni che trasformano il carbone in coke – il combustibile essenziale per alimentare gli altoforni nella produzione dell’acciaio – verranno fermate dal 1° gennaio 2026, mentre a metà gennaio scatterà l’avvicendamento tra gli altoforni AFO4 e AFO2, che resteranno operativi a rotazione per circa venti giorni.
Parallelamente, dal 15 novembre a febbraio 2026, Acciaierie d’Italia (ADI) eseguirà interventi di manutenzione e messa in sicurezza sugli impianti principali, dagli altoforni alle linee del gas coke e agli impianti marittimi, per garantire la continuità minima dell’attività. Da marzo, il piano prevede ulteriori lavori “auspicabilmente a cura del nuovo acquirente”.
La cassa integrazione sale a 6.000 lavoratori
È proprio sul fronte occupazionale che la tensione è esplosa. Il governo ha confermato che dal 15 novembre scatterà una nuova fase di cassa integrazione straordinaria, che salirà dagli attuali 4.550 lavoratori a 5.700 entro fine anno, per poi toccare quota 6.000 da gennaio 2026 con integrazione del reddito garantita da un decreto ad hoc.
Secondo l’esecutivo, la misura è necessaria per gestire la riduzione temporanea dei volumi produttivi e per accompagnare la riconversione ambientale del sito. Ma per i sindacati è un segnale opposto, “una gestione del declino”, come la definisce l’Usb, che parla di “progetto irricevibile” e accusa il governo di “privare Taranto e la siderurgia nazionale di qualsiasi prospettiva industriale”.
I sindacati abbandonano il tavolo: “un piano di chiusura, non di rilancio”
Alla fine del confronto, la rottura è totale. “Il governo ha presentato di fatto un piano di chiusura – denuncia Michele De Palma (Fiom) – “migliaia di lavoratori finiscono in cassa integrazione, non c’è un sostegno reale alla produzione né un piano industriale credibile. Contrasteremo questa scelta con tutti gli strumenti possibili”.
Rocco Palombella (Uilm) rincara: “hanno parlato di piano ‘corto’ perché il tempo che rimane prima della chiusura è molto breve. È un progetto inaccettabile che condanna Taranto”. Per Ferdinando Uliano (Fim-Cisl) la situazione è “drammatica”. “Siamo arrivati a un punto di non ritorno, serve chiarezza. Andremo in fabbrica per spiegare ai lavoratori cosa sta accadendo”.
Le tre sigle hanno già annunciato assemblee immediate in tutti gli stabilimenti del gruppo e non escludono nuove mobilitazioni dopo lo sciopero nazionale del 16 ottobre.
Nuovo acquirente all’orizzonte
Nel frattempo, spunta un nuovo acquirente. Oltre ai due soggetti già noti, Bedrock Industries e Flacks Group, un nuovo investitore estero ha firmato un accordo di riservatezza (Nda) e ottenuto l’accesso alla data room per una prima ricognizione sugli asset di Acciaierie d’Italia. Secondo fonti industriali citate da Il Sole 24 Ore, il nuovo soggetto potrebbe essere Qatar Steel, ma dal Mimit non arrivano conferme. Il ministero parla solo di “un incontro positivo” e di “ulteriori richieste di chiarimenti”.
Il governo punta a chiudere la partita con un partner industriale in grado di sostenere gli investimenti previsti nel piano, compresa la costruzione del nuovo impianto DRI e il rafforzamento della centrale termoelettrica del sito.
Palazzo Chigi: “disponibili al dialogo”
In serata è arrivata una nota ufficiale da Palazzo Chigi, che esprime “rammarico per l’interruzione del confronto” e ribadisce “la disponibilità del governo a proseguire il dialogo su tutti gli aspetti, anche tecnici, del piano di transizione”.
Ma il solco resta profondo. Tra cassa integrazione, impianti fermi e trattative riservate con nuovi investitori, la partita dell’ex Ilva entra ora nella fase più delicata: quella in cui la promessa dell’acciaio green rischia di trasformarsi, ancora una volta, nell’ennesima crisi industriale italiana.