Case “green”, è scontro continuo tra Italia e Ue. Oggetto del contendere la direttiva comunitaria che prevede: 1) per gli edifici residenziali, i Paesi membri devono adottare misure che garantiscano una riduzione media del consumo di energia primaria di almeno il 16% entro il 2030 e di almeno il 20-22% entro il 2035. 2) Sul fronte non residenziale, il 16% degli immobili con le peggiori prestazioni dovrà essere ristrutturato entro il 2030, percentuale che sale al 26% entro il 2033, introducendo requisiti minimi di prestazione energetica. Dal 2040 dovranno essere eliminate tutte le caldaie tradizionali alimentate con combustibili fossili.
Già in sede di approvazione della direttiva l’Italia – insieme all’Ungheria – si era opposta alla riforma delle regole per l’edilizia, ritenendola una scelta controproducente. Italia e Ungheria erano rimasti gli unici due Stati membri contrari, tenuti comunque a mettersi in regola, come tutti gli altri. Ora l’Italia ritorna alla carica, chiedendo “maggiore flessibilità” nell’adeguare le nostre abitazioni agli obblighi Ue in termini di ristrutturazione energetica ed emissioni zero, ricevendo però un secco “no”.
E’ la Lega – peraltro uno dei partiti di maggioranza di governo – a farsi promotrice: con una interrogazione a firma di tre europarlamentari – Anna Maria Cisint, Aldo Patriciello e Isabella Tovaglieri – chiede “maggiori margini di flessibilità”, in considerazione della situazione italiana. “L’Italia presenta caratteristiche profondamente diverse rispetto ad altri Stati membri- sottolineano i tre europarlamentari -avendo uno dei patrimoni edilizi più datati d’Europa, un’elevata diffusione della proprietà immobiliare privata e un numero significativo di edifici storici o sottoposti a vincoli urbanistici e paesaggistici”, Ne deriva quindi- sottolineano i tre rappresentanti del Carroccio- che “un’applicazione rigida e uniforme degli obblighi previsti dalla direttiva rischia di comportare oneri economici molto rilevanti”.
Ma dal commissario per l’Energia, Dan Jørgensen, arriva una risposta che non lascia alcun margine: ” la direttiva- ricorda- prevede già una notevole flessibilità per tenere conto delle specificità nazionali, in particolare per gli Stati membri che presentano una quota significativa di edifici storici o protetti come l’Italia“. E comunque, aggiunge a maggior chiarezza, “i piani nazionali di ristrutturazione degli edifici sono uno strumento essenziale che consente agli Stati membri di trasformare il loro parco immobiliare in una risorsa efficiente sotto il profilo energetico e decarbonizzata entro il 2050″.
Quanto ai costi, Dan Jørgensen puntualizza: “Il testo non impone obblighi di ristrutturazione alle singole abitazioni, ma definisce obiettivi per ridurre il consumo energetico del parco immobiliare complessivo. In questo modo gli Stati membri possono definire i percorsi più appropriati ed efficaci in termini di costi, dando priorità agli interventi più fattibili”.
E a questo proposito c’è da aggiungere che comunque l’Italia è in ritardo nella presentazione della bozza di piano nazionale di ristrutturazione edilizia e proprio per questo e’ stata oggetto di procedura di infrazione avviata a marzo. L’ennesima. I dati aggiornati a fine aprile di quest’anno vedono infatti le infrazioni a carico del nostro Paese a quota 75, di cui 59 per violazione del diritto dell’Unione e 16 per mancato recepimento di direttive
