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L’intelligenza artificiale sta ridefinendo anche il valore nel giornalismo: che cos’è l’economia del giudizio

La questione centrale del futuro dell’informazione non riguarda la sostituzione del lavoro umano, bensì la ridefinizione delle attività che il mercato considera realmente preziose

L’intelligenza artificiale sta ridefinendo anche il valore nel giornalismo: che cos’è l’economia del giudizio

Una delle interpretazioni più diffuse dell’impatto dell’intelligenza artificiale sul giornalismo si fonda su una premessa apparentemente semplice: se le macchine sono sempre più capaci di produrre contenuti informativi, allora il ruolo dei giornalisti è destinato a ridursi. Questa lettura, tuttavia, rischia di osservare il fenomeno dal punto di vista sbagliato. Essa assume infatti che il valore del giornalismo coincida principalmente con la produzione della notizia, quando la storia stessa della professione suggerisce che il suo contributo più importante è sempre stato un altro: la capacità di attribuire significato agli eventi, costruire contesti interpretativi e generare fiducia all’interno dello spazio pubblico. L’avvento dell’intelligenza artificiale non sta semplicemente modificando gli strumenti del lavoro giornalistico. Sta mettendo in discussione una concezione industriale dell’informazione che si è consolidata nel corso del Novecento e che identificava il valore con la capacità di raccogliere, elaborare e distribuire notizie su larga scala. Per lungo tempo tale modello è stato sostenuto da condizioni di scarsità: scarsità di accesso alle fonti, scarsità di canali distributivi, scarsità di capacità di elaborazione. Le organizzazioni giornalistiche prosperavano perché controllavano risorse difficilmente replicabili.

Oggi queste condizioni sono venute meno

Le informazioni sono accessibili in tempo reale, la distribuzione è sostanzialmente gratuita e l’elaborazione può essere automatizzata da sistemi in grado di sintetizzare enormi quantità di dati in pochi secondi. La notizia, intesa come unità elementare di informazione, sta progressivamente perdendo il proprio carattere di rarità economica. Questo cambiamento può essere interpretato attraverso una prospettiva sviluppata già negli anni Settanta da Herbert Simon. Simon osservava che in una società ricca di informazioni la vera risorsa scarsa diventa l’attenzione. “L’abbondanza informativa non produce automaticamente maggiore comprensione; al contrario, può generare frammentazione, sovraccarico decisionale e difficoltà nell’individuare ciò che è realmente rilevante.”

L’intelligenza artificiale amplifica ulteriormente questa dinamica

Se in passato il problema consisteva nell’ottenere informazioni, oggi il problema consiste nel selezionarle, interpretarle e comprenderne le implicazioni. La crescente capacità delle macchine di produrre contenuti non elimina il bisogno di mediazione umana; ne modifica piuttosto la natura. È proprio qui che emerge una criticità teorica spesso trascurata nel dibattito contemporaneo. Molte analisi assumono implicitamente che il lavoro giornalistico possa essere scomposto in una sequenza di operazioni tecniche: ricerca, verifica, sintesi, scrittura, e che, una volta automatizzate tali operazioni, il valore professionale risulti inevitabilmente ridimensionato. Questa visione riduce il giornalismo a un processo produttivo e sottovaluta la sua dimensione cognitiva, relazionale e culturale. Le notizie non acquisiscono significato in modo autonomo. Diventano rilevanti attraverso l’interpretazione. Un fatto economico, una crisi geopolitica, una trasformazione tecnologica o una decisione politica non producono effetti sociali soltanto per la loro esistenza materiale, ma per il modo in cui vengono raccontati, contestualizzati e compresi all’interno di una comunità. In questo senso il giornalismo appartiene a quelle professioni della conoscenza il cui valore non deriva principalmente dalla produzione di informazioni, bensì dalla costruzione di senso.

La letteratura contemporanea sui media e sulle organizzazioni suggerisce che il capitale più importante di una redazione non sia il patrimonio tecnologico né la capacità produttiva, ma il capitale umano accumulato attraverso esperienza, reputazione, competenze interpretative e conoscenza del contesto. Tale capitale è costituito da elementi difficilmente codificabili: intuizione, sensibilità culturale, memoria storica, capacità di formulare domande pertinenti, comprensione delle dinamiche sociali e delle relazioni di potere. Queste dimensioni appartengono a ciò che gli studiosi definiscono conoscenza tacita. Diversamente dalla conoscenza esplicita, che può essere formalizzata e trasferita facilmente, la conoscenza tacita si sviluppa attraverso l’esperienza e risiede nelle persone più che nei processi. È il risultato di anni di osservazione, confronto e immersione nei contesti che si intendono raccontare. Quando la produzione di contenuti diventa economica e accessibile, emergono con maggiore chiarezza le componenti che non possono essere replicate con la stessa facilità: il giudizio, la credibilità, la responsabilità e la capacità di interpretazione. Il punto centrale non è che le macchine siano incapaci di generare testi. Al contrario, sono sempre più efficaci nel farlo. Il punto è che il valore sociale del giornalismo non coincide con la semplice generazione di testi. Coincide con la capacità di orientare la comprensione collettiva della realtà. Questa distinzione è cruciale perché implica una ridefinizione delle metriche attraverso cui valutare il lavoro giornalistico. In un ambiente dominato dalla velocità e dalla quantità, il successo tende a essere misurato in termini di volumi di produzione, traffico, visualizzazioni e frequenza di pubblicazione. Tuttavia, tali indicatori descrivono la circolazione dell’informazione, non necessariamente la sua qualità interpretativa.

L’economia AI verso altre forme di valore

L’economia dell’intelligenza artificiale sta progressivamente spostando l’attenzione verso un’altra forma di valore: la capacità di ridurre la complessità senza banalizzarla, di distinguere ciò che è significativo da ciò che è irrilevante, di costruire fiducia in un contesto caratterizzato da crescente incertezza. Il futuro del giornalismo potrebbe quindi dipendere meno dalla capacità di produrre più contenuti e più dalla capacità di sviluppare capitale umano. Non semplicemente giornalisti che scrivono, ma professionisti che comprendono, interpretano, collegano fenomeni apparentemente separati e aiutano il pubblico a orientarsi in una realtà sempre più complessa.

In questa prospettiva, l’intelligenza artificiale non decreta la fine del giornalismo. Piuttosto, ne mette in discussione le componenti più industriali e standardizzabili, riportando al centro ciò che per lungo tempo è rimasto in secondo piano: il valore delle persone. La vera risorsa scarsa del futuro non sarà la notizia. Sarà il giudizio necessario per comprenderla. E quel giudizio continua a essere, prima di tutto, una forma di capitale umano.

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