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La crisi energetica non dipende solo dall’offerta di petrolio: ecco cosa c’è davvero in gioco

Guerre in Iran e in Ucraina: la crisi energetica attuale non riguarda soltanto l’offerta di petrolio ma il deterioramento del sistema industriale che trasforma il greggio in carburanti utilizzabili

La crisi energetica non dipende solo dall’offerta di petrolio: ecco cosa c’è davvero in gioco

La guerra in Iran, sommata a quella in Ucraina, sta rimodellando il sistema energetico globale in modi che vanno ben oltre il prezzo del petrolio. Ciò che è in gioco non è soltanto l’offerta di greggio, ma l’infrastruttura fisica che trasforma il petrolio in energia utilizzabile.

Si sta diffondendo la convinzione che, una volta attenuate le ostilità e riaperto lo Stretto di Hormuz, il sistema possa tornare rapidamente alla normalità. Non è così. I danni causati dai conflitti – dall’Iran all’Ucraina – sono di natura strutturale e richiederanno anni per essere riparati.

È questo che rende la crisi attuale profondamente diversa dai precedenti shock petroliferi. Non si tratta soltanto di un problema di approvvigionamento di greggio o di rotte di transito. È uno shock diretto al sistema industriale che trasforma il petrolio in carburanti.

Franco Bernabè, tra i maggiori esperti mondiali di energia ed ex amministratore delegato di Eni, ha recentemente richiamato l’attenzione su questo aspetto che spesso non viene colto nella sua reale e drammatica portata: “Il sistema della raffinazione nel Golfo, in Ucraina e in Russia è stato danneggiato in modo estremamente grave”.

In termini concreti, la portata della distruzione non ha precedenti. Nel Golfo sono state colpite 17 raffinerie. L’Ucraina ha perso l’intero sistema nazionale, con tutte e quattro le raffinerie distrutte. La Russia ha visto interrompersi circa il 40% della propria capacità.

Questo è particolarmente rilevante perché ciò che si sta perdendo non è una generica capacità di trasformazione industriale, ma configurazioni specifiche necessarie per produrre distillati medi – diesel e carburante per aerei – che dipendono da particolari qualità di greggio e da processi industriali dedicati. Prodotti essenziali per i trasporti, la logistica e il commercio mondiale.

L’Oil Market Report dell’International Energy Agency dell’aprile 2026 va nella stessa direzione: le attività di raffinazione sono sotto pressione a causa dei danni alle infrastrutture e dei vincoli sulle materie prime, mentre i margini sui distillati medi sono saliti a livelli eccezionalmente elevati, segnalando una tensione non tanto sul greggio quanto sui prodotti fondamentali per l’economia reale.

L’aggiustamento del sistema è inoltre vincolato dai tempi industriali. Come osserva Bernabè, se oggi si ordina un compressore, una turbina o un altro componente essenziale per una raffineria, i tempi di consegna sono già nell’ordine di due o tre anni. La ricostruzione dell’intero sistema richiederà tempi ancora più lunghi.

Nel frattempo, la scarsità non è ancora pienamente visibile. Per ora l’offerta è stata sostenuta dai carichi già in transito. Ma una volta esauriti questi flussi – nell’arco di quattro o sei settimane – l’assenza di nuove spedizioni diventerà evidente. A quel punto, semplicemente, i volumi sostitutivi non saranno disponibili.

Questo conduce verso uno scenario molto più grave di quanto oggi incorporato nei prezzi di mercato: non soltanto prezzi più elevati, ma il rischio concreto di carenze fisiche e razionamento energetico.

La situazione, inoltre, non sarà simmetrica. Gli Stati Uniti non si trovano di fronte a una carenza di volumi. Il sistema americano è strutturalmente più solido, sia per la propria base domestica di risorse, sia perché può reindirizzare i flussi di greggio verso altri impianti di raffinazione e successivamente reimportare i prodotti raffinati.

Per l’Europa, la situazione appare molto più preoccupante. Il continente affronta un accesso più difficile non solo al petrolio ma anche al gas, e opera all’interno di un sistema industriale molto più vincolato. Esiste poi una significativa distorsione nel modo in cui vengono letti i prezzi. Il prezzo del petrolio comunemente riportato – intorno ai 90-100 dollari al barile – riflette i cosiddetti “barili di carta”, non quelli fisici. Secondo Bernabè, il prezzo reale dei barili fisici sarebbe più vicino ai 150-160 dollari, mentre il greggio necessario per produrre distillati medi potrebbe superare i 200 dollari al barile.

In altre parole, i mercati potrebbero ancora sottovalutare sia il costo reale dello shock sia, soprattutto, il tempo necessario per una ripresa significativa.

Ma c’è di più. La distruzione dei sistemi di raffinazione e petrolchimici sta già colpendo la produzione di urea e ammoniaca proprio nel momento in cui iniziano le semine agricole. Questo comporta un forte aumento dei prezzi agricoli e, nei prossimi mesi, conseguenze dirette sul paniere dei consumatori, poiché l’intera catena della produzione agricola viene destabilizzata. Lo scenario sta diventando sempre più preoccupante.

La crisi attuale, dunque, non riguarda soltanto l’offerta di petrolio, ma il deterioramento del sistema industriale che trasforma il greggio in carburanti utilizzabili.

Per i mercati e per i decisori politici, il significato è chiaro: non siamo più di fronte a un semplice ciclo dei prezzi che possa riassorbirsi rapidamente, ma a un vincolo strutturale sulla trasformazione energetica, capace di alimentare l’inflazione, ridefinire il rischio sovrano e mettere alla prova la tenuta del sistema finanziario – in particolare europeo.

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Edoardo Reviglio è Visiting Scholar presso la Yale University Law School; Presidente dell’International University College di Torino; già Chief Economist della Cassa Depositi e Prestiti

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