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Guerra e business: extraprofitti per 234 miliardi di dollari. Così il conflitto fa ricchi i petrolieri

Dall’ America di Trump ai russi che aggirano gli embarghi con profitti record. Ma a brindare ai nuovi picchi di prezzo di petrolio e gas sono tutti. A fare i conti sono gli analisti di Global Witness in un report pubblicato dal quotidiano britannico Guardian. La guerra in Iran regala ai primi 100 petrolieri mondiali oltre 30 milioni di dollari l’ora.

Guerra e business: extraprofitti per 234 miliardi di dollari. Così il conflitto fa ricchi i petrolieri

Le bombe e i morti ingrassano i petrolieri e fanno felici i loro amici. Più del previsto, oltre che più del dovuto. L’America di Trump ci finanzia addirittura la sua guerra in Iran, come ha rivelato FIRSTonline. Ma al grande tavolo del nuovo pizzo petrolifero bellico partecipano un po’ tutti: i russi, che piazzano comunque a caro prezzo i loro idrocarburi, gli arabi, i brasiliani e un po’ anche noi italiani, seppur con il curioso e non del tutto gradito effetto di corroborare le casse dei nostri operatori energetici e di svuotare il portafoglio dei cittadini, visto che dagli idrocarburi siamo dipendenti più di ogni altro, e che il momentaneo sconto sulle accise dei carburanti aggrava comunque i già traballanti conti dello Stato.

Nel frattempo le prime 100 società mondiali oil and gas stanno comunque aggiungendo alle loro casse oltre 30 milioni di dollari all’ora. Ce lo dicono gli analisti investigativi di Global Witness in un report costruito sui dati elaborati dai ricercatori di Rystad Energy pubblicato in esclusiva dal britannico Guardian.

Chi è premiato dalla guerra di Trump

La stima di 234 miliardi di dollari di extraprofitti si riferisce al periodo da qui a fine anno se il conflitto con l’Iran dovesse proseguire, ma rischia di essere addirittura conservativa perché si basa sulle quotazioni attuali dei prezzi petroliferi, che secondo molti analisti (come l’italiano Davide Tabarelli) rischiano di gonfiarsi ulteriormente con la prosecuzione del conflitto. Ciò nonostante petrolio e gas non manchino al mondo, per ora. Tant’è che gli allarmi su un possibile mercato “corto” a causa della strozzatura di Hormuz provocano tremori agli Stati ma non, almeno al momento, agli analisti più accreditati. Che disegnano piuttosto una ridefinizione delle rotte di approvvigionamento.

I maggiori beneficiari di questo scenario? Le stime riportate dal Guardian confermano indirettamente il record di guadagni assicurati da Trump alle compagnie a stelle e strisce. Anche gli altri petrolieri in giro per il mondo hanno la loro ricca parte. I russi, con le loro granitiche compagnie statali, non si possono lamentare: Gazprom starebbe incamerando profitti per 10,8 miliardi, Rosneft 6,6 miliardi. Anche i cinesi si consolano: la chiusura di Hormuz li penalizza, ma a PetroChina vengono attribuiti extra profitti per 9,2 miliardi, quanto gli americani della sola Chevron. Nell’area del Golfo c’è chi patisce un po’ perché subisce i danni alle infrastrutture. Intanto la compagnia emiratina ADNOC (Abu Dhabi National Oil Company) raccoglie extraprofitti per circa 6,4 miliardi.

Nel vecchio continente nessuno è escluso dalla torta, con la britannica Shell che aggiunge alla cassa 6, 8 miliardi. Ma è proprio il quadrante europeo a mostrare l’evidente effetto redistributivo della ricchezza, o della povertà petrolifera, determinato dalle tensioni del Golfo. Dall’inizio del conflitto la spesa generale per combustibili fossili in Europa è aumentata – ci dicono gli analisti – di circa 22 miliardi di euro. Tutti a carico dei consumatori e delle imprese, che vedono gonfiarsi le bollette e devono prepararsi a subire l’impatto dell’aggravio sui conti pubblici, come nel caso del nostro paese con i suoi sconti “tampone” sulle accise dei carburanti.

Gestire l’emergenza, pensare al futuro

Più che comprensibile il riaccendersi del dibattito sull’opportunità, e sulla praticabilità, di compensare almeno in parte questa redistribuzione chiamando le imprese petrolifere ad una tassazione sugli extraprofitti realizzati. Tassazione che fornirebbe agli Stati risorse per attenuare con manovre fiscali l’impatto di maggiori costi petroliferi senza pesare sui bilanci pubblici. La Commissione Europea è al lavoro sulle richieste in questo senso avanzate dai governi di cinque paesi: oltre all’Italia la Germania, Spagna, Portogallo e Austria.

Altrettanto inevitabile, e augurabile, il nuovo intenso dibattito sulle possibili misure per attenuare la dipendenza dalle materie prime fossili importate, riequilibrando il sistema energetico verso fonti e tecnologie alternative, con annesse (e sempre controverse) stime sulla praticabilità e soprattutto sulla convenienza economica delle diverse opzioni. Ritorno al nucleare comunque non immediato? Rinvigorire la corsa alle energie rinnovabili che qui in Italia si è assopita? O piuttosto, come sostengono gli esperti meno condizionati, un sapiente mix tra tutte le soluzioni disponibili?

A favore di un deciso ritorno al nucleare in combinazione con le rinnovabili continuano a schierarsi, anche negli ultimi giorni, autorevoli esponenti delle istituzioni energetiche, a partire da Fatih Birol, l’economista turco che dirige l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA). La convenienza, o addirittura l’ineluttabilità, di una nuova decisa corsa alle rinnovabili è del resto testimoniata dagli ultimi indicatori che riguardano ad esempio la Spagna, dove il deciso impegno degli ultimi anni sul solare sull’eolico ha prodotto un sistema energetico dove il costo dell’elettricità è tuttora la metà del nostro.

Ma ancora più interessante è forse il caso dell’Inghilterra, avvantaggiata nell’eolico rispetto al nostro Paese ma fortemente svantaggiata nel solare: al di là della Manica sole e vento avrebbero evitato solo a marzo scorso un taglio alle importazioni di gas per circa 1 miliardo di sterline. Un impegno più deciso per la ridefinizione delle nostre politiche energetiche sembra davvero doveroso.

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