L’ America di Trump nuova padrona dell’energia globale, pronta ad arricchirsi grazie la guerra? Tesi apparentemente ardita. Ma potrebbe essere proprio così. Gli analisti stanno facendo quattro conti ed emerge una cruda verità: con gli extra-profitti del nuovo ordine energetico mondiale lo sciagurato conflitto che oppone Stati Uniti e Israele all’Iran potrebbe generare per l’economia a stelle e strisce fino a 170 miliardi di dollari all’anno di ulteriori profitti dall’export di gas naturale liquefatto (GNL), se il traffico energetico nel Golfo Persico dovesse rimanere strozzato per un anno. Ce lo dicono gli analisti indipendenti britannici di Energy Flux in un dettagliato rapporto.
Già oggi con le tensioni nel Golfo, sommate agli sconquassi energetici della guerra in Ucraina, ”la redditività aggiuntiva per gli esportatori di gemelle statunitensi è stimata in circa 870 milioni di dollari a settimana rispetto ai livelli precedenti alla crisi” si legge nel rapporto britannico. Il confronto con la stima delle spese belliche globali che impegnano l’America in questi giorni è netto e crudo: l’extra profitto conseguente agli scenari bellici incamerato dagli USA di Trump corrisponde con buona approssimazione alla spesa bellica totale che impegna in questi giorni gli USA nel Golfo. Ma se teniamo conto dell’effetto a lungo termine conseguente i nuovi equilibri e alle nuove rotte delle materie prime energetiche nel globo, ecco che tutto ciò rappresenta per l’America di Trump un sicuro investimento per futuri colossali profitti.
Tutti i conti della crisi di Hormuz
Il bello (si fa per dire) è che le stime degli analisti britannici si riferiscono al solo effetto sostituzione del GNL esportato dal Quatar, che oggi è effettivamente il più robusto fornitore di gas liquefatto nell’area, ma non è l’unico né per l’Europa né per gli altri mercati. In ogni caso con “un’interruzione prolungata delle forniture di GNL dal Quatar” il maggior profitto per gli Usa “potrebbe arrivare a quasi 170 miliardi di dollari nell’arco di un anno” si legge nel report.
È chiaro che tutto dipende dalla durata della crisi nel Golfo Persico e dall’eventuale chiusura totale o parziale delle rotte petrolifere attraverso lo stretto di Hormuz. Gli USA possono comunque blindare. Nel caso di un vero blocco un’interruzione di un mese – stima Energy Flux – genererebbe circa 3,8 miliardi di extra profitti, tre mesi garantirebbero quasi 20 miliardi, 6 mesi quasi 70.
Ma chi subirà il peso maggiore di questi extra profitti? Gli analisti britannici ci ricordano che ben l’84% degli idrocarburi che attraversano Hormuz è diretto verso l’Asia (Cina, India, Giappone e Corea del Sud) e che l’export verso l’Europa è tutto sommato limitato: poco più di 1, 2 milioni di barili equivalenti al giorno di prodotti petroliferi, circa 5% del totale. Ma l’Europa, e con essa l’Italia paga comunque in maniera pesante la ridefinizione delle rotte di import conseguente prima alla crisi ucraina e ora a quella del Golfo.
La nuova volatilità dei prezzi petroliferi
Tentazioni di riaprire l’import di idrocarburi della Russia a parte, dobbiamo davvero preoccuparci. La volatilità dei prezzi petroliferi torna a mordere. Gli scenari bellici nel Golfo hanno già fatto decollare ben oltre il 20% i futures sul Brent mentre le quotazioni del gas TTF per gli scambi europei ha giocato al raddoppio, con conseguenze immediate sulle nostre bollette e sui rifornimenti delle nostre auto. La retromarcia delle ultime ore non deve illudere. Ed è proprio il GNL che deve preoccuparci di più, visto che la mappa dell’import idrocarburi negli ultimi anni ha spostato proprio sul gas liquefatto, che comunque si paga molto più del doppio rispetto al gas via tubo, il grosso del nostro import e quindi della nostra dipendenza, affidando proprio alle rotte dagli Stati Uniti un ruolo crescente.
Lo scenario nel Golfo agisce da acceleratore, se non addirittura da moltiplicatore, del nostro import di GNL dagli USA rispetto alle già problematiche stime di inizio 2026 quando gli analisti indicavano per il gas importato in Europa degli USA una crescita della dipendenza fino a 75-80% entro prossimi quattro anni. Tutto ciò attraverso accordi che peraltro hanno già pesantemente compromesso gli impegni europei. Va infatti ricordato che l’intesa raggiunta nel luglio dello scorso anno dalla Commissione Europea e gli Usa per trovare un compromesso sui dazi di Trump ha impegnato l’Europa ad aumentare in modo massiccio l’import di prodotti energetici statunitensi, non solo GNL ma anche petrolio e combustibili nucleari, per circa 750 miliardi di dollari entro il 2028.
Cosa cambia per noi italiani
In tutto ciò l’Italia è messa decisamente male rispetto ai rischi di una pericolosa crescita della dipendenza, proprio in conseguenza del nostro crescente ricorso al “salvifico” GNL. Nel 2025 il nostro import di gas liquefatto (che poi immettiamo in rete ritrasformandolo nei nostri terminali Porto Levante a Rovigo, Livorno, Panigaglia, a cui si aggiungono le unità galleggianti di Piombino e Ravenna) ha superato il gas importato dall’Algeria, storicamente il nostro primo fornitore via gasdotto, consentendoci di compensare la sostanziale interruzione delle forniture dalla Russia. In questo modo lo scorso anno il GNL ha coperto circa un terzo dei consumi italiani di metano, con gli Stati Uniti che già coprono il 45% delle importazioni via nave, seguiti proprio dal Qatar con il 25,8%.
Ce n’è abbastanza per alimentare il dibattito, o meglio lo scontro, tra le strategie che nostro paese potrebbe o dovrebbe mettere in atto per invertire la spirale della nostra dipendenza energetica globale. Che fare? Con il piano per il ritorno italiano al nucleare che arranca tra mille dubbi e sicure opposizioni popolari, e che comunque non potrà che traguardare un futuro non vicino, proprio in questi giorni tiene banco la polemica sulla nuova strategia emergenziale già messa in campo dal Governo Meloni per arginare gli effetti energetici sulla crisi ucraina ora amplificata dal conflitto nel Golfo.
Politica energetica cercasi
La polemica riguarda la decisione italiana di sterilizzare gli oneri Ets (Emission Trading System, ovvero i titoli europei negoziabili sulle emissioni) che colpiscono direttamente la produzione di elettricità con il gas, spostando l’onere dalle imprese produttrici alla solita controversa addizionale sulle bollette. I problemi sono su due fronti: nel metodo e nel merito.
Il metodo, sancito nell’articolo sei del cosiddetto “DL bollette” varato a febbraio per arginare i costi finali dell’energia, è apertamente contestato dall’Unione Europea che si prepara a bocciarlo ufficialmente considerandolo non solo elusivo ma anche in aperta contraddizione con lo scopo del sistema Ets: disincentivare la produzione energetica più inquinante a favore delle rinnovabili, che comunque rappresentano la metà della nostra produzione elettrica. Energia da rinnovabili che con il trasferimento degli Ets in bolletta verrebbe doppiamente penalizzata: alla fonte perché non godrebbe più del vantaggio, nei consumi finali perché quell’energia subirebbe pro quota il trasferimento in bolletta. Una scelta pro-gas e anti-rinnovabili? Nei fatti è così.
Nel merito ci si domanda poi se il meccanismo produrrà effettivi benefici. Secondo le intenzioni l’effetto “partita di giro” (l’onere dei produttori verrebbe appunto trasferito sulle bollette) verrebbe mitigato dalla convinzione, o più propriamente la speranza, che la spinta alla riduzione dei costi sul mercato all’ingrosso sia più vigorosa rispetto all’addizionale finale. Una tesi, come ben si capisce, che fa vistosamente acqua. Come del resto la nostra intera politica energetica.