L’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) rivede le prospettive dell’economia italiana. La crescita del Pil nel 2026 è ora stimata allo 0,7%, tre decimi in più rispetto alle previsioni di ottobre, grazie al contributo della domanda interna e all’accelerazione degli investimenti legati al Pnrr. Più prudente il 2027, limato allo 0,7% dallo 0,8% indicato in autunno, mentre resta confermato il +0,5% per il 2025.
Migliora dunque la congiuntura, ma non ancora la struttura: l’occupazione regge e l’inflazione rallenta, mentre salari reali deboli, produttività in calo e debito pubblico elevato continuano a frenare il potenziale di crescita.
È la fotografia scattata dalla Nota congiunturale di febbraio dell’Upb: un’Italia in moderata ripresa, sostenuta dal Pnrr, ma ancora esposta ai rischi globali e alle fragilità storiche dell’economia.
Le nuove stime sul Pil e l’effetto calendario
Il dato del 2025 nasconde una dinamica più articolata. Sulla base dell’andamento trimestrale, l’economia è stata poco più che stagnante nei trimestri centrali, per poi rafforzarsi nello scorcio finale dell’anno, con un aumento dello 0,3% nel quarto trimestre. Tuttavia, il calcolo annuale scende allo 0,5%, per effetto di tre giorni lavorativi in meno rispetto al 2024.
Per il 2026, l’Upb ha migliorato le previsioni rispetto a ottobre, quando indicava un +0,4%, alla luce di ipotesi internazionali meno penalizzanti per l’export e di minori prezzi al consumo. Le stime risultano sostanzialmente in linea con gli obiettivi del governo.
Pnrr e domanda interna trainano la crescita
A sostenere il ciclo restano soprattutto i fattori domestici. Gli investimenti legati al Pnrr e la tenuta dei consumirappresentano il principale motore dell’economia. Finora l’Italia ha speso circa 110 miliardi dei 194 miliardi di euro messi a disposizione dai fondi europei post-Covid.
Secondo diversi economisti, queste risorse hanno contribuito a evitare una fase recessiva, anche se l’impatto sulla trasformazione strutturale del sistema produttivo resta limitato. Il tasso di investimento, intorno al 23% del Pil, rimane elevato nel confronto storico e segnale di un sostegno significativo di spesa pubblica e privata.
Lavoro, inflazione e consumi: segnali moderati
Il mercato del lavoro continua a migliorare, anche se a ritmi contenuti. L’occupazione cresce gradualmente e il tasso di disoccupazione si stabilizza intorno al 6%. In estate, inoltre, l’input di lavoro è aumentato, sostenuto dal recupero delle ore per addetto, in particolare nei settori della manifattura e dei servizi.
Il problema resta nelle buste paga: il recupero del potere d’acquisto delle famiglie, osservato a partire dal 2023, proseguirà nel biennio 2026-27 a ritmi moderati, per cui i salari reali a fine periodo rimarranno più bassi di oltre due punti percentuali rispetto ai livelli del 2021. In altre parole, si lavora di più, ma il potere d’acquisto cresce lentamente, confermando come le retribuzioni rappresentino ancora un freno per la ripresa dei consumi.
I prezzi mostrano una dinamica più favorevole: l’inflazione è stimata all’1,5% nel 2025, sotto la media dell’area euro, mentre la propensione al risparmio sale all’11,4%, circa quattro punti sopra i livelli pre-pandemici.
Produttività e debito restano i nodi strutturali
Se la congiuntura migliora, le debolezze storiche rimangono. La produttività totale dei fattori continua a diminuire, con un calo dell’1,2% nel 2024 dopo il -1,6% dell’anno precedente: un freno che limita salari e competitività. A questo si aggiunge l’elevato debito pubblico: secondo il Tesoro salirà dal 136,2% del Pil nel 2025 al 137,4% nel 2026, prima di una lieve discesa, esponendo l’Italia agli umori dei mercati finanziari.
Scenario internazionale e rischi geopolitici
Il contesto globale resta incerto. Le tensioni geopolitiche continuano a influenzare energia, flussi commerciali e aspettative di mercato, spingendo gli investitori verso beni rifugio come oro e argento. L’attività economica mondiale rimane disomogenea: nel 2025 gli Stati Uniti hanno mostrato una dinamica solida (+2%), la Cina ha centrato il Pil al 5%, mentre l’area euro procede a ritmi contenuti, con un incremento atteso non superiore all’1,5%.
Nonostante una crescita globale stabile poco sopra il 3% nel biennio 2026-2027, il commercio internazionale rallenta bruscamente, dal 4,1% al 2,6%, penalizzando soprattutto le economie più orientate all’export come l’Italia.
Sul fronte climatico, inoltre, il riscaldamento globale continua a generare eventi estremi, in particolare nel Mezzogiorno, con possibili ripercussioni significative nelle aree ad alta densità produttiva.
In questo quadro, conclude l’Upb, la ripresa italiana dipenderà sempre più dalla capacità di sfruttare pienamente il Pnrr e rafforzare la domanda interna, in attesa di riforme strutturali capaci di rilanciare produttività, salari e competitività.
