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Come si è trasformata la mia Milano negli anni di piombo tra cortei, consigli di fabbrica e strategia della violenza

Milano negli anni Settanta, la Fiat OM, le lotte sindacali, il terrorismo nelle fabbriche e la fine della grande industria: il racconto diretto di una stagione cruciale

Come si è trasformata la mia Milano negli anni di piombo tra cortei, consigli di fabbrica e strategia della violenza

Nel gennaio del 1976 arrivai a Milano con l’incarico di Capo del Personale della Fiat OM, con lo stabilimento di produzione in via Pompeo Leoni, praticamente in una zona centrale a due passi dalla Bocconi e da Porta Ticinese, ed il centro logistico a Rozzano, hinterland milanese.

Milano negli anni Settanta era ancora una città a forte vocazione industriale, con la presenza di grandi gruppi come l’Alfa Romeo, la Pirelli, la Sit Siemens, la Breda, la Falck, la Montedison o la Innocenti, solo per citarne alcuni.

C’erano poi le società e gli stabilimenti del Gruppo Fiat con, oltre la Fiat OM, l’Autobianchi, la Magneti Marelli, la Borletti, la Telettra, la Fiat Allis, la Fiat Engineering, per un totale di ventimila dipendenti, non dimenticando che in quel periodo faceva sempre capo al Gruppo Fiat una delle più rappresentative icone dello shopping dei milanesi: la Rinascente di piazza Duomo.

La Fiat OM e la Milano dell’industria pesante

Lo stabilimento Fiat OM di via Pompeo Leoni, costruito negli anni Trenta del secolo scorso, fu uno dei più importanti poli di industria pesante a Milano con la sua produzione, ancora negli anni Settanta, di veicoli industriali e macchine agricole. Era esteso su un’area di circa 200.000 metri quadrati e dava lavoro a cinquemila operai.

Peraltro i lavoratori della Fiat OM furono tra i principali protagonisti delle lotte sindacali dell’“autunno caldo” e della conflittualità permanente nel decennio successivo, che avrebbe portato poi in pochi anni al graduale spegnimento dello stabilimento, avvalorando la tesi di chi ritiene che una delle principali cause della scomparsa della grande industria nel nostro Paese sia stato proprio il sindacato stesso. Come nelle altre grandi fabbriche milanesi, anche alla Fiat OM, a partire dagli anni Settanta e sino ai primi anni Ottanta, non passava anno che non vi fosse una vertenza sindacale con le relative forme e dosi di conflittualità: picchetti, cortei interni, violenze sui capi.

Nei cortei che sfilano per le vie di Milano in occasione degli scioperi generali o per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici, è sempre in prima fila lo striscione del “Consiglio di Fabbrica Fiat OM”, generalmente seguito o preceduto da quello dell’Alfa Romeo. In fabbrica, a volte in aperto contrasto con le strutture sindacali esterne, si andò affermando un sistema di rappresentanza sindacale che si basava su procedure di democrazia diretta e non più delegata. Il che significava la formazione di un “consiglio di fabbrica” composto da lavoratori direttamente eletti dalla base, senza nessuna selezione o filtro che riguardasse il merito o le competenze.

Il potere dei consigli di fabbrica e la deriva interna

In sostanza vennero eletti i peggiori, quelli che riuscivano a calamitare aggressività da una popolazione operaia in larga parte di ultima immigrazione, sradicata dalle sue radici e buttata in una cultura industriale che con la cultura contadina delle regioni meridionali da cui provenivano era assolutamente incompatibile.

A rafforzare il conflitto collettivo e l’autotutela individuale c’è poi il costante ricorso alla Magistratura, o più precisamente agli allora pretori d’assalto milanesi, con un comportamento che può essere così riassunto:

  • quando non accetto le regole del gioco mi faccio ragione da solo
  • se l’azienda mi sanziona ricorro al magistrato
  • se il magistrato mi dà torto è asservito alla Fiat OM
  • se il magistrato mi dà ragione è un atto di giustizia
  • se il magistrato di grado successivo mi dà torto è asservito all’Azienda ed esprime un giudizio “politico”

Terrorismo nelle fabbriche e strategia della violenza

In questo scenario prendeva corpo anche alla Fiat OM di Milano il fenomeno tragico del terrorismo brigatista. In un agguato sotto casa fu gambizzato un dirigente dello stabilimento e furono diversi gli attentati incendiari all’interno dei reparti di lavorazione, con l’esposizione, negli stessi reparti, di striscioni di rivendicazione delle Brigate Rosse.

Furono installate, su autorizzazione della Magistratura, delle videocamere di sorveglianza nei luoghi di lavoro, funzionanti, nel rispetto dello Statuto dei Lavoratori, soltanto durante le ore di inattività, e da quel momento cessarono gli attentati incendiari. Le prime Brigate Rosse nacquero proprio a Milano nei quartieri popolari del Lorenteggio e di Quarto Oggiaro.

Nei primi anni Settanta l’autonomia operaia costituirà il brodo di coltura per i primi nuclei del terrorismo nelle fabbriche come, ma non solo, l’Alfa Romeo, la Sit Siemens, la Ercole Marelli, la Pirelli, la Montedison, la Icmesa, la Chemical Bank, nonché la Fiat OM. Alcuni dirigenti furono uccisi, come il Direttore del Personale della Ercole Marelli, il Direttore tecnico della Falck, o un Responsabile della sicurezza dell’Alfa Romeo; oltre a questi, una ventina furono feriti, due sequestrati, molti altri minacciati.

Vi furono numerosi atti di sabotaggio e incendi agli impianti industriali, in un tragico disegno di violenza, intimidazione e morte. Il terrorismo allignava nelle fabbriche con cellule armate che cercavano consensi e facevano proseliti in particolare tra i giovani operai. Molti lavoratori di queste aziende furono arrestati, altri si diedero alla latitanza, alcuni in Francia, ma la maggioranza trovò rifugio in Nicaragua tra i guerriglieri sandinisti.

La fine del terrorismo e la trasformazione urbana di Milano

Il terrorismo a Milano sarà definitivamente sconfitto grazie a due coraggiosi Procuratori della Repubblica, Ferdinando Pomarici, Enrico per gli amici, e Armando Spataro, coadiuvati dal maggiore dei carabinieri del nucleo antiterrorismo del Generale Dalla Chiesa, Gustavo Pignero, l’uomo che già nel 1974 aveva catturato a Pinerolo i due capi fondatori delle Brigate Rosse, Renato Curcio e Alberto Franceschini.

Negli anni Novanta viene dismesso lo stabilimento di produzione, destinando l’area liberata a residenza, spazi pubblici e servizi con il Centro Leoni. Analoga trasformazione, sempre negli anni Novanta, subirà l’area del Centro Logistico di Rozzano, su cui sorgerà uno dei più grandi centri commerciali europei: il Fiordaliso.

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