Il punto di partenza, per Mosca, non cambia. Qualsiasi cessate il fuoco in Ucraina potrà arrivare solo dopo il ritiro completo delle truppe di Kiev dal Donbass. A ribadirlo è il Cremlino, che nelle ultime ore ha irrigidito ulteriormente la propria posizione mentre i canali diplomatici restano formalmente aperti, sotto la spinta degli Stati Uniti e dei partner europei.
La richiesta russa: “Il Donbass è Russia”
A scandire la linea è il consigliere presidenziale Yuri Ushakov: “senza il ritiro ucraino dal Donbass, non ci sarà alcuna tregua”. Per Mosca non si tratta di una concessione negoziabile, ma di un presupposto. Ushakov afferma che il Donbass “appartiene alla Russia secondo la Costituzione” e respinge l’ipotesi avanzata dal presidente ucraino Zelensky di un referendum sul futuro dei territori contesi.
“Prima o poi, se non attraverso negoziati, allora con la forza, questo territorio passerà sotto il pieno controllo della Federazione Russa” ha ribadito Ushakov. Una dichiarazione che chiarisce come, per il Cremlino, il nodo territoriale resti il cuore del conflitto e il principale ostacolo a qualsiasi accordo.
Diffidenza sul piano americano
Mosca guarda con sospetto anche al piano di pace promosso da Washington, ancora in fase di consultazione con Ucraina ed Europa. Ushakov ammette che il Cremlino non ha ancora visto una versione aggiornata della proposta statunitense e avverte che, quando arriverà, “potremmo non gradire molte cose”.
Secondo il consigliere di Putin, i contatti con gli Stati Uniti sono destinati a riprendere, ma solo dopo che Mosca avrà potuto valutare nel dettaglio ciò che Washington sta coordinando con gli alleati europei e con Kiev. La risposta russa, lascia intendere il Cremlino, sarà “appropriata”.
Kiev frena: “Sul Donbass decide il popolo”
Dal fronte ucraino, la reazione è di chiusura. L’ufficio del presidente Zelensky smentisce le interpretazioni secondo cui Kiev sarebbe pronta ad accettare una “zona cuscinetto” o una soluzione imposta dall’esterno. Secondo i consiglieri del presidente, qualsiasi decisione sul Donbass può essere presa solo “al più alto livello politico o dal popolo ucraino“.
Zelensky continua a esprimere scetticismo sul compromesso territoriale proposto dagli Stati Uniti, sottolineando l’assenza di garanzie credibili e di un meccanismo di monitoraggio efficace. Il timore di Kiev è che una zona smilitarizzata possa trasformarsi rapidamente in una nuova avanzata russa.
Trump tra pressing e avvertimenti
Donald Trump continua a mantenere il ruolo di mediatore centrale, ma senza non nasconde l’irritazione per lo stallo. Gli Stati Uniti, ribadisce il presidente americano, parteciperanno agli incontri in Europa solo se ci saranno “buone possibilità” di arrivare a un accordo concreto.
Trump conferma la disponibilità di Washington a contribuire alle garanzie di sicurezza per Kiev in caso di intesa, definendole un elemento “necessario” per la pace. Allo stesso tempo, però, avverte che il protrarsi del conflitto rischia di avere conseguenze globali con una minaccia: “questo genere di cose può sfociare nella Terza Guerra Mondiale”.
Europa compatta, ma senza svolta
Sul fronte europeo, la linea resta quella del sostegno all’Ucraina e della ricerca di una “pace giusta e sostenibile”. Bruxelles valuta nuove misure economiche contro Mosca, mentre i leader della cosiddetta “Coalizione dei Volenterosi” insistono sulla necessità di garanzie di sicurezza solide e credibili. L’obiettivo è evitare un accordo che contenga “i semi di futuri conflitti” e che destabilizzi ulteriormente l’architettura di sicurezza europea. Ma, al momento, l’Europa resta spettatrice di un confronto dominato dal braccio di ferro tra Mosca, Kiev e Washington.
E mentre la diplomazia fatica a trovare uno spiraglio, il conflitto prosegue. Raid russi hanno colpito diverse città ucraine, causando vittime e danni alle infrastrutture. Mosca, dal canto suo, rivendica l’abbattimento di decine di droni ucraini durante la notte, anche in regioni lontane dal fronte.
Il Donbass, ancora una volta, resta la linea rossa che separa il negoziato dalla prosecuzione del conflitto.
