Il welfare aziendale nelle Pmi italiane non è più un semplice insieme di benefit, ma una leva strategica di crescita. È quanto emerge dal Rapporto Welfare Index Pmi 2026 di Generali Italia, che celebra il decimo anniversario dell’iniziativa e fotografa l’evoluzione del welfare a dieci anni dalla riforma del comparto introdotta dalla Legge di Stabilità 2016.
Oggi il 76,5% delle piccole e medie imprese ha raggiunto almeno un livello medio di welfare, mentre le imprese con un livello alto o molto alto salgono al 33,9%, oltre tre volte il dato del 2016 (10,3%). Parallelamente si riduce la quota delle aziende ferme al cosiddetto “welfare di conformità”, limitato agli adempimenti contrattuali, che passa dal 42,7% al 18,2%. I risultati si riflettono anche sui conti: le imprese più evolute registrano un fatturato per addetto di 396 mila euro, una redditività superiore fino al 40,5%, una crescita dell’occupazione che arriva al 20,4% e una maggiore capacità di attrarre e trattenere talenti.
Giancarlo Fancel Country Manager & ceo Generali Italia, ha dichiarato: “Il Rapporto Welfare Index Pmi 2026 conferma come il welfare aziendale sia oggi parte integrante delle strategie d’impresa e una leva concreta di crescita, capace di generare valore per i dipendenti, le loro famiglie e i territori. In questi dieci anni abbiamo accompagnato un percorso che ha rafforzato la consapevolezza del ruolo sociale delle Pmi, sempre più protagoniste della coesione e dello sviluppo economico. Come Gruppo Generali sosteniamo la crescita del tessuto produttivo italiano con iniziative concrete, interpretando il nostro ruolo di Partner del Paese”.
L’indagine, realizzata su oltre 7.000 piccole e medie imprese appartenenti a tutti i principali settori produttivi, evidenzia una nuova fase di maturità, caratterizzata da iniziative più strutturate, una migliore capacità gestionale e una crescente attenzione alla misurazione dell’impatto sociale.
Il welfare cresce anche tra le microimprese
La crescita non riguarda soltanto le aziende di maggiori dimensioni. Secondo il rapporto, il 24% delle microimprese presenta oggi un livello elevato di welfare aziendale, segnale che il fenomeno si sta consolidando anche nelle realtà più piccole.
Anche sul piano territoriale il divario appare contenuto rispetto ad altri indicatori economici. Le imprese con un welfare avanzato rappresentano il 37% nel Nord Italia e il 29% nel Mezzogiorno, una differenza che il rapporto collega anche agli incentivi fiscali introdotti nel 2016, capaci di favorire una diffusione più omogenea degli strumenti di welfare.
Dal welfare come costo al welfare come strategia d’impresa
Uno degli aspetti più interessanti emersi dal rapporto riguarda il cambiamento culturale che ha accompagnato questa crescita. Le imprese con un approccio definito “welfare strategico” rappresentano oggi il 19% del campione, contro l’8,5% del 2016. Si tratta delle aziende che considerano il benessere dei lavoratori, la reputazione aziendale e l’impatto sociale elementi centrali della propria strategia.
Il 31,1% delle Pmi rientra invece nel profilo di “welfare premiante”, che integra le iniziative di welfare nelle politiche retributive e incentivanti, mentre il 31,7% appartiene alla categoria del “welfare in evoluzione”, composta da imprese che stanno progressivamente strutturando il proprio approccio. Solo il 18,2% resta ancorato a una logica prevalentemente amministrativa e di adempimento.
Secondo il Welfare Index Pmi, il percorso compiuto negli ultimi dieci anni può essere suddiviso in tre fasi: una prima stagione di espansione tra il 2016 e il 2019, una fase di consolidamento durante gli anni della pandemia e l’attuale fase di maturità, nella quale il welfare diventa parte integrante della strategia aziendale.
Cresce l’attenzione all’impatto sociale
L’evoluzione riguarda anche il ruolo sociale delle imprese. L’87,6% delle imprese considera salute e sicurezza una priorità centrale, mentre il 75,9% ritiene necessario rafforzare il proprio ruolo sociale. Inoltre, il 66,4% delle aziende riconosce l’importanza di contribuire allo sviluppo sostenibile delle filiere produttive e dei territori.
Nelle imprese che hanno integrato il welfare nella propria strategia aziendale, i livelli di impatto sociale possono raggiungere il 90%, grazie a una maggiore capacità di ascolto dei lavoratori, a modelli organizzativi più strutturati e a iniziative costruite sui bisogni reali delle persone. Il dato conferma come il welfare stia progressivamente superando la dimensione interna all’azienda per diventare uno strumento capace di produrre effetti positivi anche sulle comunità locali.
Più welfare, più produttività: la correlazione che si rafforza
Come nelle precedenti edizioni, il Welfare Index Pmi evidenzia una relazione sempre più stretta tra welfare aziendale e performance economiche. Le imprese con livelli più elevati di welfare registrano un fatturato per addetto che raggiunge i 396 mila euro, circa il 20% in più rispetto alla media. Anche la redditività cresce in modo significativo, con valori superiori fino al 40,5%.
La crescita occupazionale racconta la stessa dinamica. Tra il 2021 e il 2024 le aziende con welfare avanzato hanno aumentato il numero degli addetti fino al 20,4%, una percentuale doppia rispetto alle realtà meno strutturate. Anche la qualità della crescita appare diversa. La quota di imprese classificate come realtà a crescita sostenuta e profittevole passa dal 21,3% tra quelle con welfare iniziale al 39% tra le aziende con welfare molto alto, evidenziando un vero e proprio circolo virtuoso tra benessere delle persone e risultati economici.
Assunzioni, giovani e retention: il welfare diventa un vantaggio competitivo
In un mercato del lavoro sempre più complesso, il welfare si conferma anche uno strumento di attrattività. Nel 2025 il 61,5% delle Pmi ha effettuato nuove assunzioni, ma la quota sale al 78% tra le aziende con welfare molto elevato. Le imprese più avanzate mostrano inoltre una maggiore capacità di inserire giovani under 30 e di offrire percorsi professionali in grado di favorirne la permanenza.
Oltre il 45% delle aziende segnala livelli elevati di utilizzo e apprezzamento delle misure di welfare da parte dei dipendenti. Parallelamente, più del 60% delle imprese più strutturate registra un miglioramento nella capacità di trattenere le persone, confermando il welfare come uno degli strumenti più efficaci per la fidelizzazione dei talenti.
Salute, prevenzione e comunità: si allargano i confini del welfare aziendale
L’edizione 2026 mette in evidenza anche il ruolo crescente delle Pmi nel rafforzamento delle reti di protezione sociale. In un Paese caratterizzato dall’invecchiamento della popolazione e dall’aumento dei bisogni assistenziali, cresce il ricorso agli strumenti di sanità integrativa. L’11% delle imprese adotta una polizza sanitaria, mentre aumentano le iniziative dedicate alla prevenzione: il 13,4% offre check-up sanitari e il 6,9% promuove programmi di screening, compresi quelli per la prevenzione oncologica.
Parallelamente si rafforza il legame con il territorio. Le imprese più evolute ricorrono a fornitori locali nel 61,7% dei casi, sostengono iniziative sociali nel 37,3% e sviluppano collaborazioni con enti del Terzo Settore, contribuendo alla costruzione di un modello di welfare sempre più diffuso e condiviso.
