Il vino italiano rallenta e scopre un mercato sempre più difficile, dove non basta più produrre tanto o esportare molto. A emergere dall’ultima indagine dell’Area Studi di Mediobanca è un settore che continua a mantenere leadership e competitività internazionale, ma che nel 2025 deve fare i conti con consumi in discesa, margini sotto pressione e una domanda sempre più orientata verso qualità e fascia premium.
Il dato più evidente è quello delle vendite: il fatturato delle principali aziende vinicole italiane cala del 2,8%, mentre l’export arretra del 3,4%. Una frenata significativa per un comparto che negli ultimi anni aveva trovato proprio nei mercati esteri il principale motore di crescita. Anche il mercato interno resta debole, con consumi domestici in flessione del 2,2%.
Meno consumi, più selezione: ma siamo comunque davanti alla Francia
A cambiare è soprattutto il comportamento dei consumatori. Nel mondo i consumi di vino scendono del 2,7%, fermandosi a 208 milioni di ettolitri, mentre la produzione globale torna leggermente a crescere (+0,6%) arrivando a 227 milioni di ettolitri. In questo scenario l’Italia si conferma primo produttore mondiale con 44,4 milioni di ettolitri, davanti alla Francia.
Il problema, però, non è la capacità produttiva ma la domanda. Anche in Italia il consumo pro capite continua a ridursi, passando da 38 a 35,6 litri annui. Si beve meno e si sceglie con maggiore attenzione. È qui che emerge il tema centrale del report: il mercato diventa più selettivo e premia soprattutto brand forti, qualità riconoscibile e prodotti premium.
Non a caso spumanti e fascia alta limitano le perdite rispetto alla media del comparto. Gli spumanti segnano un calo contenuto all’1,5%, mentre i vini premium scendono del 2,2%, dimostrando una capacità di tenuta superiore rispetto ai prodotti più generalisti.
Soffrono le aziende più piccole e peggiora molto la redditività
La selettività colpisce soprattutto le realtà meno strutturate. Le aziende di dimensioni minori registrano infatti una flessione del 3,5%, superiore alla media del settore. Pesano la difficoltà di trasferire sui prezzi l’aumento dei costi e una minore forza commerciale sui mercati internazionali.
A peggiorare è anche la redditività. L’EBITDA scende del 4,2%, l’EBIT del 9,5% e l’utile netto del 7,5%, numeri che mostrano come il rallentamento dei ricavi abbia un impatto ancora più pesante sui margini. In difficoltà anche il canale Horeca, che perde il 2%, mentre enoteche e wine bar registrano una contrazione del 5,1%, segnale di una minore propensione alla spesa fuori casa.
Export meno brillante a causa delle tensioni geopolitiche
L’export resta il pilastro del vino italiano, ma appare più fragile rispetto al passato. Le tensioni geopolitiche, il rallentamento dei consumi internazionali e la frenata della domanda soprattutto negli Stati Uniti stanno riducendo la spinta dei mercati esteri.
L’indagine Mediobanca analizza 255 società di capitali con ricavi superiori ai 20 milioni di euro, per un fatturato aggregato di circa 12 miliardi, metà del quale generato all’estero. Una forte esposizione internazionale che negli anni ha rappresentato un vantaggio competitivo, ma che oggi aumenta la sensibilità del comparto alle oscillazioni dell’economia globale.
Il 2026 visto con prudente ottimismo
Nonostante il quadro complesso, il settore non rinuncia a guardare avanti. Il 58% delle aziende intervistate prevede infatti un miglioramento delle vendite nel 2026.
La direzione, però, sembra ormai tracciata: meno corsa ai volumi e maggiore attenzione al valore. Premiumizzazione, consolidamento e rafforzamento dei marchi appaiono le strategie necessarie per affrontare un mercato che sta cambiando rapidamente. Per il vino italiano si apre così una nuova fase, nella quale sopravvivere non dipenderà soltanto da quanto si vende, ma soprattutto da come e a quale prezzo si riesce a vendere.
