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Trump: il nuovo “sceriffo” che abbatte i pilastri del liberalismo costituzionale e smantella l’ordine internazionale. La teoria del “cesarismo rosso”

Trump ha trasformato l’America in un “nuovo sceriffo” del capitalismo, spingendo una svolta autoritaria ispirata al “cesarismo rosso”. Dietro la sua ascesa c’è una lunga evoluzione del conservatorismo, da Taft a Buchanan e Gingrich, che oggi minaccia l’ordine internazionale e l’Europa

Trump: il nuovo “sceriffo” che abbatte i pilastri del liberalismo costituzionale e smantella l’ordine internazionale. La teoria del “cesarismo rosso”

Per chi è rimasto scioccato dal Trump di Davos, e soltanto consolato dalla chiarezza di idee del canadese Mark Carney, resta poco da dire. All’ultima Conferenza Strategica di Monaco di Baviera, nel febbraio 2025, vari senatori e deputati americani avevano chiesto agli europei sconvolti di portare pazienza per le dure critiche del vicepresidente J. D. Vance: i toni sarebbero presto cambiati, dicevano, era l’intemperanza dei neofiti del potere. È passato un anno, ma il suo ministro del Commercio, lo zelantissimo Howard Lutnick, ha voluto ancora far ben capire ai refrattari europei che “…con il presidente Trump il capitalismo ha un nuovo sceriffo in città”.

“Cesarismo rosso”: la teoria del potere unico che ispira Trump

Le dimensioni e la genesi ultima di quanto sta accadendo negli Stati Uniti, e a noi, emergono bene in un libro del settembre 2020, The Stakes: America at the Point of No Return (La posta in gioco: l’America al punto di non ritorno), scritto da Michael Anton, già in ruoli importanti alla Casa Bianca nel 2017–2020, e tornato poi nel 2025 a Washington, nella squadra di governo. Anton si chiedeva, poco più di cinque anni fa, come si dovesse reagire a una Costituzione ormai impacciata e la sua risposta era: “cesarismo rosso”. Eleggere cioè un uomo deciso, capace di “formare una guida a timoniere unico, a metà… fra la monarchia e la tirannide”. Non c’era altra via, secondo Anton, per salvare il Paese che aderire a una visione dove “la parola di Cesare sostituisce il costituzionalismo e anche, in ultima analisi, la legge”. È quanto Trump ha ripetuto nella recente intervista al New York Times: l’unica legge è la mia moralità. Che, come noto, latita. Socrate, Platone, Aristotele e 2.500 anni di riflessioni politiche mandate in fumo, sullo sfondo di una ideale gigantografia di Donald Trump.

Europa in declino, Russia partner: la nuova visione americana

Anton, 56 anni, italo-libanese di origine, è uno dei non molti trumpiani con decenti studi alle spalle. Ma lo zelo rivoluzionario tutto cancella, e lo ha portato a unirsi con quella che negli anni Sessanta lo storico Richard Hofstadter aveva definito la lunatic fringe, la confraternita dei balordi, rispolverando una vecchia definizione. Anton ha avuto nel 2025, per quasi un anno, il prestigioso ruolo di capo del Policy Planning Staff del Dipartimento di Stato. È questa la struttura che fu creata nel primo dopoguerra e affidata a George F. Kennan, già all’ambasciata a Mosca, l’uomo che aveva spiegato a una Washington confusa che cosa davvero volesse Stalin. Ma non c’è più la minaccia comunista, la Russia è un partner, e il guanto va rivoltato, finalmente. L’ultimo lavoro di Anton è stata la preparazione della National Security Strategy 2025, pronta nel novembre scorso, l’analisi strategica delle sfide globali per gli Usa, con il noto giudizio molto pessimistico sulla perdita di identità dell’Europa, invitata a seguire l’esempio americano, l’apertura alla Russia, e quindi il plauso di Mosca, che molto ha gradito. Da Kennan ad Anton: questa parabola americana, nonostante le complessità del confronto, parla da sola.

La genesi ideologica del Maga: dal terrorismo al nemico interno

Anton si era già messo in luce nel settembre 2016, sostenendo la prima elezione di Trump, con “The Flight 93 Election”, un articolo subito rilanciato da tutte le reti dell’ultradestra dove paragonava la sfida Hillary Clinton–Donald Trump all’ultimo volo del Boeing 757 della United Airlines sequestrato la mattina dell’11 settembre 2001 da quattro terroristi islamici che volevano portarlo a fracassarsi sul Campidoglio, a Washington. Ma una ribellione dei 44 passeggeri e dell’equipaggio portava l’aereo a schiantarsi al suolo prima di sorvolare la capitale. Ecco, occorreva ribellarsi.

Non era chiaro se per sconfiggere il nemico occorresse fracassare anche l’America, come in parte almeno sta avvenendo, né Anton lo spiegava nel 2019 in After the Flight 93 Election. Qui diceva che Trump aveva salvato la Costituzione, la stessa che poi nel 2020, come si è visto, proporrà di abolire di fatto. Anton trasferisce al popolo Maga e affini il distillato di quanto dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi i teorici del conservatorismo americano hanno elaborato per rispondere a un’America internazionalista e cosmopolita, cioè nemica. Il “nemico interno”, formula dell’ultradestra degli anni ’50 che Trump ha rilanciato.

Il dilemma dei conservatori: cosa conservare della Costituzione

Il problema dei proto-conservatori americani è sempre stato quello di sapere che cosa debbono e possono conservare in un Paese la cui Costituzione e i suoi emendamenti sono sempre stati, a giudizio universale, il testo più significativo del liberalismo occidentale. Cioè della dottrina che garantisce per prima cosa l’individuo e i suoi diritti, e poi la società e lo Stato. Non poteva essere altrimenti in un Paese emerso dalla rivolta contro un re lontano. Anton ha detto a chiare lettere che cosa occorre fare di una Costituzione liberal quando i liberals diventano il “nemico”: metterla da parte.

Alla fine, è questo che ha incominciato a delinearsi a partire almeno dai secondi anni ’80: è stata capovolta la scelta fatta già durante la Seconda guerra mondiale da Russell Kirk, da molti visto come il padre della destra postbellica, ispiratore del reaganismo e piuttosto moderato a fronte dei suoi pronipoti di oggi. Il Congresso, diceva Kirk, cioè la voce del popolo, era la garanzia contro quel “globaloney”, così lo definiva, quel mare di illusioni che la presidenza Roosevelt diffondeva circa la nuova società americana e il nuovo mondo postbellico. L’assemblea era per Kirk la garanzia contro le interpretazioni troppo disinvolte della carta costituzionale. Silenziato o quasi il Congresso, tutto oggi è affidato invece all’esecutivo. Sotto gli occhi di una maggioranza della Corte Suprema spesso a dir poco tollerante. La Costituzione è stata sostituita dal capo supremo, Donald Trump. Il risultato è che in un anno, dal 20 gennaio 2025 a oggi, la Washington di Trump ha buttato a mare o indebolito, insieme al licenziamento di oltre 200mila dipendenti federali, numerosi altri pilastri sui quali tre generazioni di leader politici avevano consolidato The American Century, il secolo americano. Non puntava solo sulla forza, aveva nel binomio America–Europa e nel loro strettissimo rapporto economico e culturale un suo asse portante, e ha garantito, al nostro mondo almeno, 80 anni di pace. Si va dalla diplomazia smagrita alla cooperazione internazionale smantellata e, infine, all’ossessiva insistenza sulla Groenlandia. È questo un vero grimaldello per far saltare la Nato, e a insistere per usarlo è in particolare Stephen Miller, ascoltatissimo da Trump, potente numero due dello staff della Casa Bianca, e fra i maggiori leader del movimento Maga.

Le origini della destra americana: Taft e la sconfitta del 1952

La storia della destra americana è così variegata e ricca di tendenze, così a lungo relegata in angoli secondari della società, che è impossibile da sintetizzare in poche righe. Ma i tempi della sua evoluzione moderna e il peso di almeno qualche figura vanno accennati. Così come non vanno dimenticati i forti legami con il più tipico e importante pensiero conservatore europeo, sulla scia del lontano Edmund Burke e, nel Novecento, Leo Strauss e Friedrich A. Hayek.

Il tentativo di costruire una “nuova” destra combattiva nasce con la fine dell’ultima illusione, la mancata conquista con il senatore repubblicano Robert Taft dell’Ohio della Casa Bianca nel 1952. Taft aveva molte delle caratteristiche ideali per una destra repubblicana: era stato contro il New Deal, contro l’espansione del governo federale, era fra i pochi senatori ad avere votato no all’ingresso degli Usa nell’Onu. Era a volte un po’ troppo sensibile ad alcune istanze sociali, case popolari ad esempio, ma aveva accettato a malincuore il piano Marshall, aveva votato contro la Nato, anche se era per sostenere l’integrità dell’Europa, ma non militarmente. E pensava, come disse nel suo ultimo discorso al Senato, che gli Stati Uniti non avrebbero mai dovuto affrontare l’Urss sul terreno, in Europa, né la Cina in Asia. Su questo la destra si spaccherà, in nome dell’anticomunismo, ma Taft ha lasciato il segno.

Sconfitto di stretta misura alla Convenzione del luglio 1952 dal generale Dwight Eisenhower, ingaggiato dai liberal repubblicani per sbarrargli il passo, Taft morirà un anno dopo. Nel 1954 il partito perderà la maggioranza alla Camera e sarà così fino al 1994, prova bruciante del trionfo dell’America liberal, globalista, atlantica, erede del New Deal.

La rinascita conservatrice: Kirk, Kendall e la costruzione dell’identità

Fu un lungo viaggio nel deserto, al Congresso, che le presidenze repubblicane riuscirono solo a lenire, e che preparò la riscossa. Due uomini sono stati i maggiori protagonisti, sul campo. E un terzo il più influente ideologo. Mentre Russell Kirk codifica nel 1953 nel suo The Conservative Mind l’albero genealogico, molto europeo, e il credo dei veri conservatori americani, Willmoore Kendall, in quegli anni docente a Yale, affermava che il vero conservatorismo americano non era un’ideologia fatta di astratti principi liberal, ma qualcosa che la gente si portava ben stretta al fianco, un comune, tradizionale modo di vita. Kendall fu il mentore di William Buckley Jr., destinato ad avere con la sua National Review un ruolo centrale nella nuova destra. E Kendall fornì la traccia al primo degli immediati precursori dell’era che l’America oggi vive, Pat Buchanan, alla Casa Bianca con Nixon e Reagan, poi candidato presidenziale in proprio nel ’92, nel ’96 e ancora nel 2000. Viene da Kendall, soprattutto, l’ispirazione per poter parlare nel 1990 di “America First, and Second and Third”, per lanciare nel dicembre ’91 l’ordine di marcia Make America Great Again e quindi inventare i Maga, contro il globalismo, contro l’establishment, per il protezionismo e per chiudere le porte all’immigrazione. Alla Convenzione di Houston del 1992 Buchanan lanciava il credo che decenni dopo Trump cavalcherà, parlando di “una guerra religiosa che si sta combattendo nel nostro Paese per l’anima dell’America, e per un voto che definirà la nostra cultura”. Contro il libero commercio, contro l’Europa, contro l’Asia, contro tutto quanto aveva allontanato lo splendore dei magnifici anni ’50, quando ogni sogno era possibile.

La rivoluzione Gingrich: ordine, aggressività e disciplina

Il lavoro equivalente a ciò che Buchanan fece con le campagne elettorali, dove perse regolarmente ma dimostrando che per le sue idee c’erano alle primarie repubblicane circa tre milioni di voti, fu fatto al Congresso da Newt Gingrich, un professore di storia e geografia della Georgia che nel 1978 veniva eletto alla Camera. Incominciava presto a riorganizzare il gruppo repubblicano su strette regole, imponeva l’uso di un linguaggio al limite dell’offesa trattando con i democratici (“deboli, traditori, corrotti, incapaci…”) e soprattutto organizzava il boicottaggio di tutti i deputati repubblicani moderati, con ampio uso dell’etichetta Rino (Republican in Name Only), ampiamente usata poi e ancora oggi da Donald Trump. Nel 1995, tornati finalmente in maggioranza, diventava presidente della Camera, e nel 1999 lasciava per evitare varie inchieste sgradevoli sul suo comportamento. Ma ormai il partito era, alla Camera, un battaglione pronto alla guerra.

Trump e la rottura dell’ordine internazionale

Su questo fertile terreno si è innestato Trump, che non ringrazia mai molto i precursori. Ma è chiaro che, per quanto Trump esasperi il problema con la sua singolare personalità, il problema esisterebbe ugualmente per l’Europa e per il mondo anche senza di lui. È al comando l’America che non vuole più l’Europa, se non al guinzaglio. Giudicandola incapace di badare a se stessa, come due guerre che hanno coinvolto gli Usa confermano, la accetta solo se obbediente e pronta a pagare. Il nuovo sceriffo ha parlato. I rivoluzionari tuttavia hanno il grosso difetto di confondere il sogno, in questo caso Maga, con l’azzardo, poi con la mossa temeraria e infine con il disastro. Sull’ultimo Foreign Affairs due politologi, Daniel Drezner della Tufts University ed Elizabeth Saunders di Columbia, sostengono che Trump ha dimostrato quanto fosse ancora efficace il sistema di potere costruito dai suoi predecessori: con poche mosse infatti gli Stati Uniti sono riusciti a umiliare quanto restava dell’ordine internazionale da loro in gran parte creato, a portare il mondo all’anarchia, senza la certezza che questa, che ancora permette alcune regole di prudenza, non precipiti nel caos, che non ne ha alcuna. Il tutto incominciando anche a indebolire e a minacciare all’interno quelle istituzioni democratiche che sono state la garanzia del ruolo internazionale americano. Se il nuovo sceriffo è in città, non è il Gary Cooper di Mezzogiorno di fuoco, ma il Gene Hackman de Gli spietati.

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