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Trump addomestica la giustizia statunitense a suo discrezione: emblematico il caso della procura del Southern District di New York

La procura Sdny è diventata famosa per essere un autorevolissimo ed efficace bastione della legalità contro il malaffare e la corruzione dei finanzieri d’assalto: la più importante dell’intero sistema giudiziario federale ma con Trump la musica è cambiata

Trump addomestica la giustizia statunitense a suo discrezione: emblematico il caso della procura del Southern District di New York

L’ottenimento di una lunga serie di condanne in processi di alto profilo e di grande risalto mediatico riguardanti illeciti finanziari e la criminalità di stampo mafioso ha reso il Southern District di New York la procura di punta del sistema giudiziario statunitense. Anch’essa, però, ha dovuto piegarsi alle direttive di Trump per trasformarsi in uno strumento dell’uso personalistico della giustizia da parte di The Donald, pregiudicando l’indipendenza e la credibilità della magistratura inquirente.

Billions

Molti lettori ricorderanno Billions, la fortunata serie televisiva trasmessa tra il 2016 e il 2023 da Showtime negli Stati Uniti e da Sky Atlantic in Italia. Uno dei protagonisti è Chuck Rhoades, magistralmente interpretato da Paul Giamatti, l’imaginario procuratore capo federale del Southern District di New York (Sdny), che ha come missione etica prima ancora che giudiziaria quella di perseguire magnati avidi e senza scrupoli come soprattutto Bobby “Axe” Axelroad, divenuto miliardario con mezzi poco leciti alla testa della Axe Capital, una società finanziaria specializzata in fondi speculativi.

Come attestato dal successo della serie anche in termini di audience, a livello di cultura popolare e di immaginario collettivo Billions ha contribuito a presentare la procura del Sdny come un autorevolissimo ed efficace bastione della legalità contro il malaffare e la corruzione dei finanzieri d’assalto. Tale nomea trova un fondamento inoppugnabile negli ultimi decenni di storia del vero SDNY.

Preet Bharara, ovvero lo “sceriffo di Wall Street”.

Il personaggio fittizio di Rhoades è modellato sulla figura reale di Preet Bharara, il vero procuratore capo del SDNY dal 2009 al 2017, nominato da Barack Obama e destituito da Donald Trump poche settimane dopo l’inizio della sua prima presidenza. Il personaggio di Axelroad è ispirato al finanziere Steven A. Cohen, il cui hedge fund, S.A.C. Capital Advisors, nel 2013 fu multato per la cifra record 1,8 miliardi di dollari, a conclusione di un accordo giudiziario in seguito a una causa scaturita dalle indagini condotte da Bharara.

Il Sdny ha competenza su Manhattan e, quindi, sotto la sua giurisdizione rientra Wall Street, il cuore finanziario degli Stati Uniti, tant’è che il suo procuratore capo è noto negli ambienti giudiziari col soprannome di “sceriffo di Wall Street”. In effetti, prima di essere rimosso da Trump, Bharara aveva adempiuto in pieno alla fama associata alla sua carica. Infatti, nel corso del suo mandato, oltre a Cohen, aveva incriminato un centinaio di alti dirigenti di società finanziarie per inside trading, frodi nella gestione di titoli e riciclaggio di denaro sporco, in quest’ultimo caso mettendo sul banco degli accusati pure un’organizzazione criminale russa.

Del resto, la reputazione del Sdny è anche legata alla lotta contro il crimine organizzato. Nel 2016, per esempio, Bharara fece arrestare 46 affiliati di quattro delle cinque cosiddette famiglie della mafia newyorkese: i Bonanno, i Gambino, i Genovese e i Lucchese; si salvarono solo i Colombo. Inoltre, prima di Bharara, tra il 1983 e il 1989 si era distinto nel ruolo di procuratore anti-mafia per il Sdny anche Rudolph Giuliani, che non era ancora stato eletto sindaco della città e soprattutto non si era ancora schierato politicamente con The Donald. All’epoca Giuliani aveva decapitato la “Commissione” della mafia newyorkese, ottenendo la condanna dei capi delle cinque famiglie in quello che il settimanale “Time” definì il “caso dei casi”, cioè il processo con la maggiore visibilità mediatica nella storia degli Stati Uniti fino a quel momento.

Tutti questi precedenti hanno fatto del Sdny la procura di punta dell’intero sistema giudiziario federale nonché quella le cui scelte nelle incriminazioni e nelle strategie processuali possono essere legittimamente considerate una cartina di tornasole dell’orientamento generale della giustizia civile e soprattutto penale statunitense.

I primi contrasti tra Trump e la procura del Sdny

L’impegno di Bharara cessò l’11 marzo 2017. Il giorno precedente, Jeff Sessions, il nuovo Attorney General degli Stati Uniti scelto da Trump, l’analogo del ministro della Giustizia di un Paese europeo, ingiunse ai procuratori distrettuali nominati dalla precedente amministrazione democratica di Obama di dimettersi. Al rifiuto di Bharara di lasciare il suo incarico, il tycoon lo mise alla porta nel giro di ventiquattro ore. Secondo i giornalisti Jesse Eisinger e Justin Elliott della testata online “ProPublica”, a spingere il neopresidente ad assumere questa decisione sarebbe stato Marc Kasowitz, il suo avvocato personale al tempo del cosiddetto Russiagate, l’inchiesta sulle ingerenze di Mosca nella campagna elettorale del 2016 per favorire la vittoria di The Donald.

Kasowitz era preoccupato che Bharara potesse condurre un’indagine sul tycoon oppure su Deutsche Bank, il principale istituto finanziario creditore dello stesso Trump. Sarebbe stato, pertanto, interesse di The Donald tutelare la banca che gli aveva concesso ingenti prestiti. Inoltre, Bharara sarebbe stato sul punto di aprire un fascicolo su Tom Price, l’allora segretario del Dipartimento della Salute e dei Servizi Sociali della prima amministrazione Trump, perché avrebbe scambiato azioni di aziende farmaceutiche e mediche mentre stava lavorando a disegni di legge che le riguardavano in qualità di membro della Camera dei Rappresentanti di Washington per la Georgia.

La continuazione dello scontro

La tensione tra la procura del Sdny e l’amministrazione Trump proseguì anche sotto il successore di Bharara, Geoffrey S. Berman. Nel 2018, infatti, fu incriminato e poi condannato a tre anni di carcere Michael Cohen, l’ex avvocato e factotum di Trump, per numerosi reati finanziari, compreso l’impiego di fondi contabilizzati come destinati alla campagna elettorale del 2016 e utilizzati invece per comprare il silenzio di Stephanie A.Gregory Clifford, in arte Stormy Daniels, un’attrice di film pornografici con cui Trump avrebbe avuto una breve relazione.

Berman era poi sul punto di aprire un’inchiesta sul ruolo di Giuliani nel cosiddetto Ucrainagate. La vicenda riguardava il tentativo del tycoon di subordinare l’invio di aiuti militari a un Paese già minacciato dalla Russia all’apertura di un’inchiesta di Kiev su presunti crimini commessi Hunter Biden, quando era stato membro del consiglio di amministrazione della Burisma Holdings, un’azienda che operava in Ucraina nel settore del gas naturale e del petrolio.

Lo scopo era quello di mettere in imbarazzo il padre di Hunter, Joe Biden, il più probabile sfidante democratico di The Donald nelle elezioni del 2020, e forse di suggerire un possibile coinvolgimento dell’ex vice presidente di Obama nei maneggi poco chiari del figlio. Giuliani si sarebbe prestato a esercitare pressioni sul governo di Kiev allo scopo di gettare fango sui Biden.

Inoltre, la procura del Sdny aveva iniziato a indagare su Steve Bannon, l’ex consigliere di Trump, per appropriazione indebita di donazioni ricevute per il completamento della barriera divisoria lungo il confine tra il Messico e gli Stati Uniti, uno dei punti del programma elettorale del tyconn nel 2016. Tuttavia, prima che l’incriminazione di Giuliani si concretizzasse, il nuovo Attorney General, William Barr, annunciò il 19 giugno 2020 che Berman si sarebbe dimesso di lì a poco, senza che il procuratore avesse mai lasciato trasparire l’intenzione di lasciare l’incarico. Invece, nonostante la rimozione di Berman, l’inchiesta su Bannon proseguì e portò alla sua condanna. Le interferenze di Trump nell’operato della procura sono state rievocate dallo stesso Berman nel libro di memorie Holding the Line: Inside the Nation’s Preeminent US Attorney’s Office and Its Battle with the Trump Justice Department (New York, Penguin, 2022).

Il Sdny dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca

I conflitti di interesse tra l’amministrazione Trump e il Sdny nonché i tentativi della Casa Bianca di condizionare – se non addirittura di dettare anche in modo esplicito – le strategie di questa procura, già evidenti al tempo della prima presidenza del tycoon, si sono accentuati con il secondo mandato alla Casa Bianca. A partire dallo scorso 20 gennaio, The Donald ha trasformato l’amministrazione della giustizia in uno strumento per perseguire quelli che ritiene essere i suoi “nemici” personali e politici. Questa impostazione ha comportato un riorientamento delle strategia del dipartimento della Giustizia. La sua priorità non è più quella della repressione del crimine bensì quella di dare a Trump gli strumenti per vendicarsi dei suoi oppositori o di chi, in qualche modo, ha intralciato la sua strada.

Non a caso, The Donald ha nominato a capo del dipartimento come Attorney General, Pat Bondi, e come vice Attorney General Todd Blanche. Bondi aveva fatto parte del collegio di difesa di Trump al tempo del suo primo impeachment, quello sull’Ucrainagate. Inoltre, all’epoca delle incriminazioni federali del tycoon per l’istigazione a dare l’assalto al Congresso il 6 gennaio 2021 e per il trasferimento di documenti federali top secret nella villa di Mar-a-Lago, Bondi aveva più volte dichiarato che i magistrati inquirenti avrebbero dovuto essere a loro volta inquisiti. Invece, Blanche aveva difeso Trump nel processo in cui The Donald era stato condannato per la vicenda di Stormy Daniels.

Non meraviglia, pertanto, che durante i primi sei mesi della nuova amministrazione, il Dipartimento della Giustizia abbia proceduto a licenziare i procuratori che avevano collaborato a vario titolo con Jack Smith, il titolare dell’indagine federale sul tentativo del tycoon di rovesciare l’esito delle elezioni presidenziali del 2020, un procedimento poi archiviato con il ritorno di The Donald alla Casa Bianca sulla base della regola non scritta che i tribunali federali non aprono né continuano procedimenti giudiziari contro i presidenti in carica.

L’accanimento contro James Comey

A perdere il posto, lo scorso 16 luglio, è stata anche Maurene Comey, sollevata dalla posizione di assistente procuratrice del Sdny. Suo marito, Lucas Issacharoff, che aveva il medesimo incarico nella stessa procura, si era invece dimesso volontariamente il precedente 9 maggio. I due sono rispettivamente la figlia e il genero di James Comey, l’ex direttore del Federal Bureau of Investigation (Fbi) che Trump aveva destituito all’inizio della sua prima amministrazione, il 9 maggio 2017, perché si era rifiutato di archiviare l’indagine della propria agenzia sulle possibili collusioni tra l’entourage del tycoon e l’intelligence della Russia che avevano cercato di condizionare le elezioni del 2016, come ricostruito dal diretto interessato in A Higher Loyalty: Truth, Lies, and Leadership (New York, Macmillan, 2018).

Inoltre, il caso di Comey rappresenta l’apice degli intenti vendicativi di Trump. Lo scorso 25 settembre l’ex direttore dell’Fbi è stato incriminato da un gran giurì federale per falsa testimonianza e interferenza con un’indagine del Congresso in relazione a una sua audizione davanti al Comitato Affari Giudiziari del Senato a proposito, ancora una volta, del Russiagate.

Nomen omen? Quando un Galeotti dirige la divisione criminale del dipartimento di Giustizia

Incentrarsi sul dare la caccia ai “nemici” di Trump, sbarazzandosi di procuratori di esperienza non allineati sulle posizioni del tycoon, ha comportato il ridimensionamento della promozione di altri tipi di azioni penali. In particolare, sono state ridotte le inchieste e le incriminazioni per i reati di natura economica e finanziaria commessi dalle grandi aziende e dai loro dirigenti. Del resto, in un memorandum dello scorso maggio, Matthew Galeotti, il capo della divisione criminale del Dipartimento di Giustizia, ha scritto che “perseguire incondizionatamente gli illeciti delle corporation e dei ‘colletti bianchi’ penalizza il mondo degli affari e danneggia gli interessi degli Stati Uniti”.

Il contenuto della direttiva non ha costituito certo un fulmine a ciel sereno, considerati i trascorsi dell’attuale inquilino della Casa Bianca che sembrano indurre The Donald a identificarsi più con gli imputati di reati finanziari che con chi li vorrebbe perseguire. Basterebbe ricordare che, il conglomerato di famiglia, la Trump Organization Inc., è stata condannata nel febbraio del 2024 al pagamento di una multa di 355 milioni di dollari, poi ridotti a 175, per irregolarità contabili e frodi finanziarie, inclusa una sovrastima del valore delle proprietà immobiliari della società per ottenere prestiti bancari, in una causa civile che ha comportato anche la cancellazione della licenza dell’azienda a operare nello Stato di New York.

Inoltre, a giugno, intervenendo a un convegno di imprenditori delle nuove tecnologie, Galeotti ha assicurato che il Dipartimento di Giustizia avrebbe limitato le incriminazioni di imprenditori del settore delle criptovalute che avessero effettuato trasferimenti di denaro senza le necessarie licenze federali. Lo stesso presidente aveva già dato il buon esempio in proposito. Il giorno dopo l’inizio del suo secondo mandato, infatti, Trump ha concesso la grazia a Ross Ulbricht, condannato all’ergastolo nel 2015 per riciclaggio di denaro, frodi informatiche e traffico di droga attraverso Silk Road, la piattaforma del dark web che aveva fondato e che era diventata “l’Amazon degli stupefacenti” grazie alle transazioni in Bitcoin. D’altra parte, le criptovalute sono un campo in cui proprio il tycoon si è recentemente lanciato, traendone lauti profitti. Poco prima del suo secondo insediamento, due società riconducibili alla Trump Organization Inc., la CIC Digital LLC e la Fight Fight Fight LLC, hanno emesso lo $Trump, seguito subito dopo dallo $Melania.

Le ripercussioni sul Sdny

Il condizionamento del memorandum di Galeotti è riscontrabile nelle iniziative intraprese o abbandonate dalla procura del Sdny. Secondo un reportage del Financial Times, dall’inizio di gennaio alla fine di settembre sarebbero stati aperti appena 931 fascicoli per reati penali, il numero più basso per i primi nove mesi dell’anno dal 2017, cioè dal precedente insediamento di Trump, e poco meno della metà dei casi istruiti negli analoghi periodi del 2015 e del 2016, gli ultimi due anni dell’amministrazione Obama.
Solo il 9% delle cause sarebbe collocabile nell’ambito dei reati di “colletti bianchi”, che in passato era stato il campo dell’azione penale privilegiato da questa procura. Di contro, grazie anche al fatto che l’attuale procuratore capo, Jay Clayton, è stato nominato da Trump, il Sdny è stato indotto a interessarsi di immigrazione irregolare, un obiettivo ancora una volta in linea con l’orientamento della presidenza del tycoon.

Inoltre, questo obiettivo ha finito per condizionare altre indagini. L’esempio più significativo in proposito è stato forse l’archiviazione dell’inchiesta per corruzione contro il sindaco uscente di New York, il democratico Eric Adams. Secondo quanto dichiarato in febbraio da Emil J. Bove, un altro avvocato di Trump nel processo riguardante Stormy Daniels che al tempo ricopriva la carica di facente funzioni di vice Attorney General in attesa che il Senato confermasse la nomina di Blanche, l’incriminazione di Adams avrebbe “interferito con la sicurezza nazionale e l’applicazione della normativa sull’immigrazione”. A seguito dell’intervento a gamba tesa di Bove nelle indagini, il Sdny mise in aspettativa quattro procuratori che si stavano occupando del caso e ha poi lasciato cadere le accuse contro Adams, probabilmente in cambio del suo impegno informale (comunque mai ammesso dal sindaco) a non intralciare le retate degli immigrati irregolari nella sua città.

Se le cose stessero effettivamente così, si tratterebbe, tra l’altro, dell’implicita violazione di un’ordinanza municipale emanata nel 1989 dall’allora sindaco Ed Koch e reiterata da Bill de Blasio nel 2014 e poi dallo stesso Adams, che impedisce ad autorità e funzionari locali di New York di cooperare con l’amministrazione federale nell’identificazione e nella deportazione dei clandestini. Il giudice che presiedeva sul caso contro Adams, Dale Ho, che si è di fatto ritrovato con le mani legate per il passo indietro compiuto dal Sdny, ha scritto che l’esito aveva “tutta l’aria di un accordo: l’archiviazione di un atto di accusa in cambio di concessioni sulla politica riguardante l’immigrazione”, aggiungendo che era una conclusione “inquietante” perché significava che i pubblici ufficiali potevano ricevere un trattamento di favore in sede processuale se si adeguavano alle priorità del governo.

Il risiko delle procure e le sue conseguenze

Clayton è di per se stesso una figura controversa. È un avvocato, ma è un civilista, senza esperienza di diritto penale. Soprattutto, prima di ritrovarsi a guidare il Sdny, non aveva mai svolto in precedenza la funzione di procuratore. Come se non bastasse, lo studio legale per il quale lavorava, Sullivan & Cromwell, rappresenta dalla fine di gennaio Trump in vista del processo di appello per il caso di Stormy Daniels, in sostituzione di Blanche, divenuto vice Attorney General, e Bove, che il tycoon ha promosso alla carica di giudice federale dopo il periodo trascorso al Dipartimento di Giustizia.

Appare, pertanto, opinabile che Clayton e conseguentemente il Sdny possano operare in piena indipendenza da The Donald. Non a caso, il Senato, dove pure il partito repubblicano è in maggioranza, non ha ancora confermato la nomina di Clayton che, da un punto di vista formale, è pertanto solo il facente funzione di capo della procura, grazie all’assenso del tribunale federale del Southern District di New York che, per legge, deve esprimersi sugli incarichi giudiziari ad interim.

Quello del Sdny non costituisce un caso isolato. Per esempio, a capo della procura del New Jersey Trump ha designato Alina Habba, l’avvocata che lo aveva difeso – per altro senza successo – nella causa per aggressione sessuale intentatagli e vinta dalla giornalista E. Jean Carroll. Anche in questo caso, per aggirare lo stallo nella ratifica della nomina da parte del Senato, The Donald ha fatto insediare Habba in qualità di facente funzioni. In questa veste, Habba si è distinta soprattutto per avere aperto un fascicolo a carico di LaMonica R. McIver, rappresentante del New Jersey alla Camera di Washington, con l’accusa di intralcio alla giustizia perché la deputata aveva cercato di impedire l’arresto del sindaco di Newark, Ras Baraka, quando quest’ultimo aveva provato a unirsi a una delegazione del Congresso che intendeva ispezionare un centro federale di detenzione per immigrati clandestini ubicato nella sua città.

Tuttavia, a differenza di quanto è accaduto per Clayton, il tribunale federale del distretto del New Jersey ha annullato la decisione di Trump e ha nominato Desiree Leigh Grace al posto di Habba, in attesa che il Senato si pronunci sulla candidata scelta del tycoon. Poiché il dipartimento di Giustizia non ha riconosciuto il conferimento dell’incarico pro tempore a Grace, il distretto del New Jersey si ritrova nella paradossale situazione di avere due diversi procuratori capo ad interim.

In questi sviluppi non c’è in gioco soltanto l’indipendenza della magistratura inquirente dal potere esecutivo. C’è anche il problema dell’efficienza del sistema giudiziario. Ai procuratori fatti licenziare da Trump, si sono aggiunti quelli che hanno rinunciato all’incarico per dissenso dai diktat del tycoon. Il caso più eclatante è stato forse quello di Danielle Sassoon, che aveva guidato il Sdny per meno di un mese, dal 21 gennaio al 13 febbraio, prima di Clayton. Sebbene fosse stata nominata da Trump e sia registrata nelle liste dei votanti come elettrice repubblicana, Sassoon si è dimessa dopo poche settimane perché non intendeva firmare gli atti con cui la procura lasciava cadere le accuse contro Adams.

Questi allontanamenti, volontari o forzati, dal Sdny e da altre procure significano la perdita di professionisti competenti e la loro sostituzione con partigiani del presidente, spesso senza esperienza come inquirenti. Inoltre, comportano una crescente perdita di fiducia dei cittadini in una giustizia che risulta non soltanto meramente politicizzata ma sempre più trumpizzata.

Stefano Luconi insegna Storia degli Stati Uniti d’America nel dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’Università di Padova. Le sue pubblicazioni comprendono La “nazione indispensabile”. Storia degli Stati Uniti dalle origini a Trump (2020), Le istituzioni statunitensi dalla stesura della Costituzione a Biden, 1787–2022 (2022), L’anima nera degli Stati Uniti. Gli afro-americani e il difficile cammino verso l’eguaglianza, 1619–2023 (2023). La corsa alla Casa Bianca 2024. L’elezione del presidente degli Stati Uniti dalle primarie a oltre il voto del 5 novembre (2024).

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