Keir Starmer non intende arrendersi alla rivolta interna che monta nel Labour contro la sua leadership dopo la disfatta elettorale alle Amministrative del 7 maggio. Lo ha ribadito stamani in una dichiarazione diffusa a margine della consueta riunione del martedì del Consiglio dei ministri, dopo che alcuni membri del suo stesso governo si sono uniti per sollecitare la richiesta di un “calendario” verso le dimissioni. La replica? “Intendo continuare a governare”, ha insistito il premier laburista britannico, aggrappandosi al “mandato” popolare ricevuto alle Politiche del 2024.
Starmer e i dubbi del mercato: cosa fanno sterlina e Gilt
Permangono comunque i dubbi del mercato sulla tenuta politica in Gran Bretagna: infatti, è già il secondo giorno consecutivo di vendite sulla sterlina e sui titoli di Stato britannici. Nella mattinata di martedì, la valuta britannica cede terreno contro l’euro – con il cambio Gbp/Eur in calo dello 0,39% a 1,1505, e quello sterlina/dollaro a -0,4% a circa 1,355 dollari. Anche i rendimenti decennali dei Gilt hanno toccato il 5,1% (+2%), ai massimi dal 2008, mentre si è toccato il livello più alto dal 1998 per i Gilt trentennali britannici a +5,8%, massimo del secolo.
Starmer e la rivolta interna al Labour
Sempre stamani, tuttavia, stando ai media britannici, Starmer era ormai a un passo dal baratro tanto da considerare imminente l’annuncio di un calendario verso le dimissioni. Questo perché la rivolta interna al Labour contro la sua leadership continua ad allargarsi, dopo la debacle elettorale, e a poco è servito il discorso con cui lunedì sir Keir ha provato a promettere un rilancio dell’azione di governo e del riavvicinamento post Brexit all’Ue, insistendo di non volersi fare da parte e “abbandonare il Paese al caos”.
Starmer a un passo dal baratro? Governo diviso
Già, perché il numero di deputati laburisti che chiede apertamente le sue dimissioni è salito a circa 80, secondo gli ultimi conteggi che vengono aggiornati di ora in ora. Ma a minacciarlo sarebbe stata soprattutto la spaccatura emersa nel suo stesso gabinetto nelle ultime ore: almeno quattro ministri di spicco ritenuti finora suoi fedelissimi, a partire dalla titolare dell’Interno, Shabana Mahmood, e da quella degli Esteri,Yvette Cooper, si sarebbero riuniti privatamente con l’obiettivo di sollecitarlo a fissare una data per un cambio di leadership “ordinato”.
Vero è che il premier sembra avere ancora il sostegno di una maggioranza di ministri, ma persino il suo braccio destro Darren Jones non aveva escluso nulla stamattina, limitandosi a dire che Starmer “ascolterà i colleghi” di governo e poi “rifletterà”. Intanto il Labour rischia anche una guerra civile sulla successione, fra l’ala destra del partito e le correnti più progressiste.
Starmer e il nodo British Steel
Ieri, inoltre, Starmer ha preannunciato la nazionalizzazione della British Steel, una delle più grandi acciaierie d’Europa. “L’acciaio è un bene sovrano”, ha detto il premier britannico nel discorso con cui ha comunque tentato di rilanciare l’azione di governo. Uno dei pilastri del nuovo corso sarà “la sicurezza economica”, ha detto. “Le nazioni forti in un mondo come questo hanno bisogno di produrre acciaio”, ha sottolineato, e “questa settimana sarà presentato un disegno di legge per dare al governo il potere di assumere la piena proprietà nazionale di British Steel“. “Abbiamo negoziato con l’attuale proprietario, ma non è stato raggiunto alcun accordo per una vendita commerciale”, ha sottolineato Starmer.
British Steel e i posti di lavoro a rischio
Jingye Group ha annunciato lo scorso anno l’intenzione di chiudere i due altiforni di Scunthorpe (Inghilterra settentrionale), gli ultimi altiforni a carbone rimasti nel Paese, a causa della mancanza di redditività, mettendo a rischio 2.700 posti di lavoro. Dopo il fallimento delle trattative con l’azienda, il governo britannico ha approvato in Parlamento una legge d’emergenza che obbliga la British Steel a continuare a operare, sotto la minaccia di sanzioni: un episodio che ha causato tensioni con la Cina. “La British Steel potrebbe tornare sotto il controllo statale per la prima volta dalla sua privatizzazione nel 1988”, ha dichiarato il governo in un comunicato stampa diffuso poco dopo l’annuncio del Primo ministro, specificando che tale nazionalizzazione rimane “soggetta a criteri di interesse pubblico”.
Starmer e la “strategia per l’acciaio”
L’obiettivo è “rafforzare la sicurezza nazionale garantendo al contempo stabilità ai lavoratori di Scunthorpe, nonché ai fornitori e ai clienti della British Steel”, ha affermato il ministero per le Imprese, il Commercio e l’Industria. A marzo, Londra ha lanciato la sua “Strategia per l’acciaio”, che prevede un dazio del 50% e una riduzione delle quote di importazione, con l’obiettivo di proteggere la propria industria siderurgica, considerata vitale per le infrastrutture e la difesa nazionale.
L’obiettivo del governo è aumentare la quota di acciaio britannico utilizzato nel Regno Unito al 50%, rispetto all’attuale 30%. Questo piano è accompagnato da una politica di sostegno al settore, con finanziamenti fino a 2,5 miliardi di sterline “per investimenti” fino al 2029. Il governo aveva già stanziato 500 milioni di sterline a sostegno della costruzione di un nuovo forno ad arco elettrico presso lo stabilimento Tata Steel di Port Talbot, in Galles. La produzione siderurgica del Regno Unito è molto bassa (4 milioni di tonnellate nel 2024), ma quasi 40.000 posti di lavoro dipendono da questo settore.
