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Scoppia il caso call center Almaviva: altri 2.500 tagli

La chiusura dei centri di Napoli e Roma, a pochi mesi di distanza dell’intesa firmata in maggio, scatena la reazione dei sindacati e quella del viceministro allo Sviluppo economico Teresa Bellanova: “Non si vada avanti con provocazioni e atti ricattatori”. Problemi anche in Sicilia.

Scoppia il caso call center Almaviva: altri 2.500 tagli

E’ scontro aperto tra il Governo e Almaviva Contact, dopo l’annuncio da parte dell’azienda attiva nella gestione dei call center dell’intenzione di chiudere le sedi di Roma e Napoli e collocare in esubero oltre 2500 lavoratori. Un annuncio al quale il Governo, attraverso il Viceministro allo sviluppo economico Teresa Bellanova, ha risposto con un altolà e con un appello alla responsabilità.

“Chiedo di non andare avanti – ha detto il viceministro – su una strada senza sbocco, frutto di annunci che appaiono come una vera e propria provocazione mentre è in corso un delicato confronto su più fronti. Si riporti la discussione ai tavoli di confronto preposti, si lascino da parte inutili e dannosi atti ricattatori e si ritorni al buon senso e  alla responsabilità con cui invece tutte le parti devono lavorare per una soluzione condivisa e non traumatica”.

Il piano di riorganizzazione aziendale di Almaviva Contact, prevede il taglio di 2.511 persone tra le sedi di Roma (1.666 persone) e Napoli (845 persone). La dura reazione del Governo va anche vista alla luce dell’accordo raggiunto pochi mesi fa – precisamente il 31 maggio –  tra Mise, sindacati e azienda per scongiurare 3.000 licenziamenti, mettendo in campo un ventaglio di ammortizzatori sociali.

Dopo quell’intesa, il ministero e Almaviva avrebbero dovuto effettuare una verifica mensile della situazione produttiva e occupazionale dell’azienda di call center in sede istituzionale. Ma il perdurare delle perdite riportate dall’azienda, pari a 1,2 milioni di euro su ricavi mensili di 2,3 milioni di euro nel periodo successivo all’accordo, hanno portato in un’altra direzione.

Negli ultimi giorni, inoltre, l’azienda aveva tenuto incontri a Palermo con i sindacati sui trasferimenti collettivi di personale dal capoluogo siciliano Palermo a Rende, in Calabria, trasferimenti considerati dai sindacati come dei “licenziamenti mascherati”. Una problematica per cui era stata fissata per il 12 ottobre una riunione tra le parti sociali presso il ministero dello Sviluppo economico, ma il quadro, alla luce degli ultimi sviluppi, è ora profondamente diverso. Si tratta di 400 persone destinate a spostarsi in base ai programmi aziendali che sono stati confermati.

L’azienda punta il dito contro “il rifiuto da parte dei sindacati di sottoscrivere lo specifico accordo sulla gestione di qualità e produttività individuale”, sottolineando, poi, la grave crisi del comparto con “almeno dieci aziende chiuse negli ultimi mesi” dovuto anche alle “molte attività delocalizzate in Paesi extra Ue”.

Per i sindacati si tratta di una decisione aziendale “scellerata, palesemente in violazione dell’accordo” della scorsa primavera. “Le motivazioni addotte dall’azienda sono palesemente pretestuose e strumentali: è evidente l’assoluta inconsistenza delle presunte inadempienze sindacali quali causa della spregiudicata determinazione aziendale”, scrive in una nota Massimo Cestaro, segretario generale Slc Cgil. Toni duri e in linea con la presa di posizione del governo.

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