Il Regno Unito si sveglia con gli occhi puntati su Downing Street. Keir Starmer potrebbe annunciare oggi le dimissioni da primo ministro britannico, aprendo una fase di transizione ordinata dopo settimane di pressioni crescenti dentro il Labour e dopo la vittoria travolgente di Andy Burnham nella suppletiva di Makerfield. Il premier ha trascorso il fine settimana a Chequers con la moglie Victoria, lontano da Londra ma al centro di una rete fitta di colloqui con ministri, consiglieri, dirigenti sindacali e finanziatori del partito. La decisione finale non è stata formalizzata pubblicamente, ma tra i laburisti si è ormai fatta strada l’idea che la sua permanenza a Downing Street sia politicamente insostenibile.
A rendere esplicito il cambio di clima è stato Peter Kyle, ministro per le Imprese e figura vicina al premier. Starmer, ha detto alla Bbc, “si sta prendendo il tempo per riflettere su quali siano oggi le realtà politiche rispetto a una settimana fa”. Kyle ha poi assicurato che il partito lavorerà perché, “qualunque cosa accada”, il passaggio avvenga in modo ordinato.
Starmer accerchiato dal suo stesso partito
La crisi di Starmer non nasce in un solo giorno. Il premier paga la debacle alle elezioni locali di maggio, il crollo dei consensi, le dimissioni di alcuni ministri e un malcontento sempre più evidente per promesse considerate non mantenute. A pesare sul quadro politico si è aggiunto anche lo scandalo legato alla nomina dell’ambasciatore britannico a Washington, Peter Mandelson, coinvolto negli Epstein Files. Nelle ultime ore, il fronte interno si è fatto ancora più fragile. Diversi ministri considerati vicini al premier gli avrebbero consigliato di lasciare l’incarico per evitare una battaglia di leadership destinata a indebolire ulteriormente il Labour. Tra i nomi citati figurano la ministra degli Esteri Yvette Cooper, la ministra dei Trasporti Heidi Alexander, la ministra dell’Interno Shabana Mahmood e il segretario all’Energia Ed Miliband.
La linea che sta prendendo forma è quella di un’uscita controllata, senza strappi istituzionali. Un membro laburista della Camera dei Lord vicino a Starmer ha spiegato che il premier non intende “ritirarsi” creando un vuoto, ma organizzare “una lenta e ponderata uscita di scena, per dovere e dignità”. Un altro esponente di spicco dei Labour lo descrive ormai “rassegnato” all’idea di dimettersi. “Si è scontrato con la realtà che il sostegno non c’è più. Tutti sanno che questa non è più una proposta sostenibile”, ha affermato.
Ecco Burnham, il re del nord che cambia la partita
Il lunedì di Starmer coincide con il ritorno a Westminster del suo rivale più temuto. Andy Burnham, sindaco di Manchester e figura in forte ascesa nel Labour, presta giuramento oggi da deputato dopo la netta vittoria nell’elezione suppletiva di Makerfield. Un passaggio decisivo, perché nel sistema britannico chi punta a guidare il governo deve sedere alla Camera dei Comuni. Il risultato di Makerfield ha cambiato gli equilibri interni al partito. Burnham ha ottenuto 24.927 voti, circa il 55% dei consensi, battendo nettamente Robert Kenyon di Reform UK, fermo a 15.696 voti. Rebecca Shepherd, candidata di Restore Britain, ha raccolto 3.111 voti. La vittoria è arrivata in una circoscrizione considerata cruciale per misurare la capacità del Labour di contenere l’avanzata del partito di Nigel Farage.
Nel discorso dopo il voto, Burnham ha lanciato un avvertimento netto al suo partito: il Labour ha “un’ultima possibilità di cambiare”. Poi ha aggiunto: “Non ci sarà una seconda possibilità”. Il sindaco di Manchester ha presentato la sua vittoria come l’inizio di “una nuova politica basata sull’unità e sulla speranza”, in contrapposizione a una deriva verso una politica “divisa e oscura, come quella che vediamo negli Stati Uniti”.
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I suoi sostenitori affermano che Burnham avrebbe già raccolto l’appoggio di oltre 201 deputati laburisti, più della metà del gruppo parlamentare, e che sarebbe pronto a sfidare Starmer per la leadership se il premier non scegliesse spontaneamente di farsi da parte. Anche l’ex ministro della Sanità Wes Streeting ha dichiarato che si candiderebbe in un’eventuale corsa alla successione.
Labour in cerca di una via d’uscita prima dello scontro con Farage
Starmer era arrivato a Downing Street promettendo cambiamento rapido, stabilità, competenza e serietà dopo gli anni turbolenti dei governi conservatori. Meno di due anni dopo la conquista di una larga maggioranza parlamentare, la sua leadership appare logorata da una popolarità in caduta e dalla percezione di un governo troppo cauto, poco comunicativo e incapace di incidere con la velocità promessa.
Il Partito Labourista teme ora di perdere il contatto con una parte decisiva del Paese, proprio mentre Reform UK cresce sulla spinta di Nigel Farage. Per molti parlamentari laburisti, Burnham rappresenta l’alternativa più credibile per recuperare consenso nelle aree popolari e nelle ex roccaforti del partito. Ex ministro nei governi di Tony Blair e Gordon Brown, poi sindaco di Manchester rieletto più volte, Burnham viene descritto dai suoi sostenitori come un politico più istintivo, carismatico e capace di parlare direttamente agli elettori.
Sul premier britannico è arrivato anche l’affondo di Donald Trump. Il presidente statunitense ha scritto su Truth: “Si dimetterà dalla carica di Premier. Ha fallito pesantemente su due dossier molto importanti: migrazione ed energia (il petrolio del Mare del Nord!)”. Poi ha chiuso con un provocatorio “Auguri!”.
Il passaggio più delicato, adesso, riguarda i tempi. Starmer può ancora provare a governare la propria uscita, indicando una tabella di marcia e cercando di evitare uno scontro frontale con Burnham. Ma il lunedì che si apre a Londra ha già il sapore di una resa dei conti. Downing Street attende una decisione, il Labour una nuova guida, il Regno Unito un altro cambio al vertice: sarebbe il settimo primo ministro dall’inizio della lunga crisi aperta dalla Brexit, proprio alla vigilia del decimo anniversario del referendum che ha cambiato il destino politico britannico.
