Tra i sostenitori del No alla riforma Meloni-Nordio sulla Giustizia nel prossimo referendum, il voto di Luigi Zanda – parlamentare per oltre vent’anni prima della Margherita e poi del Pd, di cui è stato Presidente dei senatori – è uno dei meno scontati. Perché Zanda, avvocato prima e uomo delle istituzioni poi, non segue gli ordini di scuderia ma è abituato a ragionare con la propria testa. E infatti, quando ancora la segreteria Schlein era considerata un totem intoccabile, Zanda è stato tra i primi ad esprimere dubbi e a dire senza mezzi termini che il Pd e il campo largo, se prima non si chiariscono sulla politica estera ma non solo, a Palazzo Chigi rischiano di non arrivare mai. Ma in vista del referendum il suo sarà un netto No, pur riconoscendo che “la riforma della giustizia non tocca l’indipendenza e l’autonomia dei magistrati“. Allora perché No? “Per ragioni di merito e per ragioni politiche”, spiega Luigi Zanda in questa intervista a FIRSTonline. Sentiamolo.
Presidente Zanda, perfetta o no che sia, la riforma della giustizia che sarà sottoposta al referendum può essere il punto di partenza per dare la scossa a una magistratura che non è particolarmente amata dai cittadini e che ci ha spesso abituato a invasioni di campo sul terreno della politica?
“Questa domanda tiene in sé, forse, la motivazione più importante per i promotori della separazione delle carriere. Quando negli anni Novanta scoppia Tangentopoli, il pool di Mani Pulite viene criticato non tanto sul contenuto delle istruttorie quanto sulla disinvoltura dei metodi investigativi: sulla base della vecchia regola che cane non mangia cane, in molti pensavano che i magistrati che avevano il compito di esprimere un giudizio sull’attività delle procure fossero molto indulgenti perché appartenevano tutti alla stessa carriera. Oggi in realtà la situazione è molto cambiata e, con onestà, dobbiamo dire che quello spirito di colleganza che negli anni Novanta preoccupava assai lo si vede molto meno: ce lo dicono i tantissimi casi nei quali i giudici sconfessano l’operato dei pubblici ministeri, casi anche clamorosi come – a Milano – il processo Eni-Nigeria e l’inchiesta sull’urbanistica”.
Quindi una scossa non è necessaria?
“Non si cambia la Costituzione per dare una scossa. Quando è necessario, la Costituzione si cambia per adeguarla al cambiamento dei tempi e, se possibile, la si cambia insieme, maggioranza e opposizione, principio che il centrosinistra ha violato in passato, adesso lo viola la destra”.
Lei voterà No. Ma questa riforma è tutta da buttare o c’è qualcosa che si può salvare?
“Voterò No, ma preliminarmente voglio dire che la riforma non tocca l’indipendenza e l’autonomia dei magistrati giudicanti né dei magistrati inquirenti. Nemmeno lede lo stato di diritto perché è stata approvata ai sensi della Costituzione e sarà sottoposta a referendum, sempre ai sensi della Costituzione. Non lede neanche la separazione dei poteri perché conferma, appunto, l’autonomia e l’indipendenza”.
Dunque, per quali motivi è contrario?
“Per ragioni di merito e per ragioni politiche”.
Ad esempio?
“La ragione di merito principale è che separare le carriere e, conseguentemente, costituire un Csm che amministrerà le carriere dei pubblici ministeri porterà inevitabilmente a una loro corporazione. Oggi, essendo una unica carriera, i pm sono amministrati da un Consiglio superiore dove sono presenti i pm e nella proporzione naturale anche magistrati giudicanti. Domani invece avremo una corporazione che attraverso un proprio Csm si auto-attribuirà incarichi e destinazioni. Si tratta di un’operazione ad altissimo rischio perché i pubblici ministeri ai sensi della Costituzione hanno assoluta discrezionalità di scelta sulle inchieste da promuovere, con poteri che incidono sulla libertà e onorabilità del cittadino”.
Anche il sorteggio è tra le obiezioni di merito?
“Aver inserito in Costituzione, nero su bianco, il metodo del sorteggio è gravissimo. La costituzionalizzazione del sorteggio come metodo di selezione di delicatissime cariche pubbliche è un abominio”.
Non può essere utile – così sostiene chi difende il sorteggio e sostiene la riforma – a contenere l’anomalia delle correnti?
“Lo spirito politico sta nella testa delle persone. E chiunque, eletto o sorteggiato, è portatore di una propria opinione politica. La differenza è che con il sorteggio queste opinioni si manifesteranno in modo casuale, sarà cioè il caso a determinare gli orientamenti dei designati. Si creeranno nei Csm posizioni casuali. Avrei preferito che si lavorasse sul sistema elettorale: un buon sistema elettorale può rendere molto difficile l’influenza delle correnti”.
E quali sono invece le ragioni politiche?
“La prima ragione politica è che la politicizzazione di questo referendum l’ha voluta il governo, perché il ddl è del governo, non del Parlamento. Durante i lavori parlamentari l’opposizione non è stata minimamente coinvolta, il testo è rimasto integralmente quello che era stato presentato. E poi è stato il governo che ha voluto il referendum, che l’ha fatto chiedere dai parlamentari della maggioranza, quasi sollecitando un voto di fiducia popolare. A questo punto l’opposizione non può che votare contro, per motivi, appunto, politici”.
E poi?
“Un altro motivo politico è che i padri costituenti, che non erano certo degli sprovveduti, hanno voluto una carriera unica. Domandiamoci il perché. Forse, anche per evitare uno scivolamento poliziesco dei pubblici ministeri. E poi perché hanno considerato che provenire da uno stesso concorso, avere una stessa carriera, potesse determinare una cultura comune. In questi 80 anni la carriera unica ha avuto momenti in cui ha mostrato limiti importanti, ma scardinare questo equilibrio creandone un altro opposto mi sembra molto rischioso”.
Un rischio che, secondo lei, il Guardasigilli Nordio non ha calcolato?
“Conosco Nordio, che è una persona colta e riflessiva e non capisco cosa l’abbia indotto ad apprezzare le tesi di Licio Gelli. Credo anche che se lui ha presentato questo testo di riforma, lo ha fatto perché pensava che fosse perfetto. Altrimenti, per quel che lo conosco, non lo avrebbe presentato. Ma si è sbagliato ed ha peccato di ingenuità e di inconsapevolezza dei rischi che corre l’Italia, facendo nascere una corporazione di pubblici ministeri che produrrà risultati opposti a quelli immaginati. Insomma, invece di tagliare le unghie ai pm, gliele stanno affilando. E poi c’è anche una certa inconsapevolezza delle difficoltà che ci saranno nel dare attuazione alla norma costituzionale. Sarà un’operazione più complessa di quanto non sia stato stimato. Il merito della legge Cartabia non sta solo nell’aver dato ottimi risultati, sostanzialmente impedendo il passaggio dalla magistratura inquirente a quella giudicante e viceversa, ma anche nell’averlo fatto usato la legge ordinaria. Il rischio che Nordio non ha calcolato è, secondo me, la profondità e irreversibilità del voler imporre una modifica alla Costituzione”.
Ma la sua è un’obiezione solo costituzionale o anche politica?
“Guardi, c’è un punto politico che lega la riforma Nordio-Meloni, fatta contro i magistrati e la cultura costituzionale, e la polemica virulenta nei confronti del consigliere del Quirinale Francesco Saverio Garofani. In tutti e due i casi sono mancati quel rispetto e quella prudenza che in democrazia sono sempre necessari nei rapporti istituzionali: quando mancano, lo Stato cessa di funzionare in un modo ordinato”.
Cosa risponde allora a chi insiste sull’esigenza di un giusto processo?
“Oggi si vogliono separare le carriere per distruggere la contiguità, così pensando di completare la riforma costituzionale sul giusto processo che mette accusa e difesa sullo stesso piano rispetto al giudice terzo: questo è l’argomento principe di chi sostiene il sì alla separazione. Lo ripeto, le buone leggi degli ultimi vent’anni hanno già realizzato questo obiettivo rendendo sostanzialmente impossibile i passaggi e l’hanno fatto senza scardinare la Costituzione e senza inventarsi i sorteggi. L’esigenza del giusto processo è molto seria e mi sembra che sia già soddisfatta. Peraltro, vedo che nella riforma Nordio inquirenti e giudicanti continuano a essere chiamati, gli uni e gli altri, magistrati”.
Anche tra le file dei sostenitori del No c’è chi avverte che sarebbe un errore appiattirsi sulle posizioni dell’Anm nel referendum ma il fatto che il Comitato del No sia ovunque rappresentato dal giudice Gratteri le sembra una scelta opportuna?
“Rispetto Gratteri ma non sono influenzato né in un modo né in un altro dalle sue opinioni”.
Inevitabile che il referendum assuma una forte valenza politica: si voterà sui contenuti della riforma o sulla premier Meloni?
“Giorgia Meloni, presentando una proposta costituzionale del governo e non ammettendo modifiche al testo e facendo chiedere il referendum ai suoi parlamentari indurrà molti a esprimersi sul governo più che sulla riforma. Anche perché il voto referendario cadrà non lontano dalle Politiche ed è possibile che chi vincerà il referendum subito dopo vincerà anche le elezioni politiche”.
Chi perderà il referendum – che si tratti di Giorgia Meloni o di Elly Schlein – dovrà dimettersi?
“Abbiamo precedenti che possono far pensare a una o all’altra delle soluzioni. Sia Meloni sia Schlein mi paiono sufficientemente attaccate al loro posto e penso che non si dimetteranno”.
Ma se il referendum passasse, quali effetti ci sarebbero sulla tenuta del Pd?
“Di sicuro si tratterebbe di un altro insuccesso serio e non brinderanno di felicità”.
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