Comitati di base sì. Più d’uno. Per una corsa lunga, senza esclusione di colpi. Ma, per carità, niente simboli di partito. La strategia condivisa che il centrodestra sta portando avanti in queste settimane sulla riforma della Giustizia prevede che il referendum confermativo (e dunque senza quorum) sulla separazione delle carriere sia caratterizzato da una campagna elettorale precisa: pochi politici, molti rappresentanti della società civile. Obiettivo: portare a casa il risultato, in primavera o forse anche prima.
Soltanto qualche giorno fa, ad esempio, nella sala stampa della Camera è stato presentato ufficialmente il Comitato Sì Separa promosso dalla Fondazione Luigi Einaudi. Tra i presenti, il presidente della Fondazione, Giuseppe Benedetto, il presidente del Comitato medesimo, vale a dire l’avvocato penalista Gian Domenico Caiazza già alla guida dell’Unione camere penali, l’ex magistrato Antonio Di Pietro e il segretario generale della Fondazione, Andrea Cangini.
“L’obiettivo – ha voluto sottolineare Caiazza – è interrompere e ribaltare il fiume di menzogne utilizzate dal fronte del No. Abbiamo il dovere di informare i cittadini, non di ingannarli“. Ad esempio: “Il Csm viene indebolito? Non si dice che i due Csm restano presieduti dal Presidente della Repubblica e che la maggioranza di due terzi è di componenti togati, così come si nasconde dolosamente alla pubblica opinione che anche l’Alta Corte è composta per due terzi da togati. Da parte del fronte del No è in atto un’opera di disinformazione e inganno”.
Sullo sfondo di una consultazione decisamente tecnica, si staglia velata ma imponente la partita politica, quella tra Governo di centrodestra e opposizione, con i sondaggi che continuano a dare in netto vantaggio il fronte del Sì. Alla fine (benché Giorgia Meloni abbia imparato da Matteo Renzi a non commettere l’errore di personalizzare la battaglia), sarà davvero un voto pro o contro la premier in vista delle Politiche 2027?
Questioni di cui qui si parla con un’intervista all’avvocato Caiazza, un vissuto professionale pieno: 69 anni, originario di Salerno, laureato in Giurisprudenza a Roma con Stefano Rodotà, pannelliano, difensore in processi di rilievo quali Rigopiano e il caso Pittelli ma, sopra tutti, la vicenda Tortora. A lui, front-runner del Sì, FIRSTonline ha voluto chiedere lumi e pareri, in un’ottica di dibattito e confronto da portare avanti nelle prossime settimane con ulteriori interviste a sostenitori sia del Sì sia del No.
Avvocato, fuori dal “giuridichese” ma con parole comprensibili ai più: a chi e a cosa giova questa riforma della giustizia e perché un cittadino dovrebbe andare a votare Sì al referendum sulla separazione delle carriere?
“Qualsiasi cittadino abbia a che fare con la giustizia penale auspica, anzi direi pretende, che il giudice nelle cui mani è affidata la sua vita non sia collega del Pm che lo accusa. La separazione delle carriere serve a garantire questo, cioè a creare una totale estraneità tra Giudice e Pm, come d’altronde avviene in tutte le democrazie avanzate in Europa e nel mondo”.
Nel 2025, su oltre 8.600 magistrati, i passaggi di funzione sono stati solo 44: il dato sui primi sei mesi dell’anno emerge da una delibera della Terza Commissione del Csm dove si parla di “scarsa permeabilità tra le due funzioni”. Cosa risponde a chi cita questi numeri?
“Rispondo che la separazione delle funzioni non ha nulla a che fare con la separazione delle carriere. È vero, ed è una cosa molto positiva, che ormai è praticamente impossibile rischiare di trovarsi giudicati da un giudice che ha fatto per una vita il Pubblico ministero. Ma resta il fatto che giudici e Pm fanno parte della stessa squadra, frequentano gli stessi corsi di formazione, hanno lo stesso giudice disciplinare, frequentano le medesime associazioni rappresentative. La separazione delle carriere – a differenza della separazione delle sole funzioni – vuole porre fine a queste commistioni che pregiudicano una sicura terzietà ed indipendenza del Giudice rispetto al Pm”.
“Deriva autoritaria” o, peggio, “attacco alla Costituzione”: secondo i detrattori della riforma, il sistema del sorteggio finirà col distruggere autonomia e indipendenza dei magistrati. Come fanno i sostenitori del Sì a dire che non sarà così?
“A me non piaceva l’idea del sorteggio, fino a quando non sono stato convinto del contrario da un magistrato, ed attuale componente del Csm, dottor Andrea Mirenda. Il Csm non è il parlamento delle toghe, ma un organo di alta amministrazione. Qualunque magistrato, che nella propria professione decide della vita o dei diritti delle persone, è perfettamente in grado di decidere su nomine negli uffici giudiziari e avanzamenti di carriera, senza più dover essere selezionato, e perciò condizionato, dal volere delle correnti”.
Lei esclude proprio qualsiasi traccia di sapore “punitivo”?
“Io non giudico le intenzioni: quello che mi interessa, e che deve interessare ai cittadini, è ciò che, concretamente e testualmente, stabilisce questa riforma. E il mio giudizio è che questa è un’ottima riforma, che ci allinea finalmente a tutte le democrazie contemporanee, facendoci abbandonare la compagnia, davvero imbarazzante, di Turchia, Romania e Bulgaria”.
Secondo l’ex Guardasigilli Claudio Martelli, la lacuna più profonda di questa riforma sta nel non essersi occupati dell’Anm, il “luogo ufficiale dove le correnti si riuniscono”.
“E cosa si sarebbe dovuto fare? L’Anm è una privata associazione, la cui libertà di manifestare il proprio pensiero è sacra ed inviolabile. Ciò che conta è che, grazie alla introduzione del sorteggio e della Alta Corte disciplinare, l’Anm non potrà più essere il centro di potere e di condizionamento politico della giurisdizione che è stata fino ad oggi”.
Resta il tema della formulazione del quesito: sulla scheda dovrebbe comparire una richiesta secca di approvazione o di bocciatura della riforma ma la dicitura (cioè il titolo stesso della riforma), è criptica. Per una auspicata modifica quanto è stretta la strada?
“Non saprei. Sarebbe certamente cosa buona e giusta che la scheda elettorale fosse comprensibile facilmente da tutti i cittadini”.
Sull’iscrizione nel registro degli indagati è appena arrivata la proposta di FdI per una sorta di “stop alla gogna”. Lei cosa ne pensa?
“Se ho ben capito, quella proposta riguarderebbe solo gli agenti di polizia eventualmente sospetti di condotte illecite nell’esercizio della propria funzione. Lo stop alla gogna o vale per tutti, o per nessuno”.
Il Comitato per il No alla riforma pare stia mettendo a punto un piano di comunicazione mirato, capace di coinvolgere volti pop con l’obiettivo di parlare “chiaro e semplice” a chi abitualmente va a votare: giovani e over 65. E dunque, avanti tutta con i social e con il porta a porta. Voi a che tipo di evangelizzazione puntate?
“Nessuna evangelizzazione, per carità. Pensiamo solo a rendere chiara ai cittadini la campagna di mistificazione e di menzogne che alimenta la propaganda del No. Basti un esempio: dicono che la riforma vuole sottoporre il Pm al controllo della politica. Dal 1948 ad oggi l’indipendenza della magistratura “da ogni altro potere” è stata garantita dall’articolo 104 della Costituzione. La riforma conferma testualmente la “autonomia e la indipendenza da ogni altro potere” sia della magistratura inquirente sia di quella giudicante. Una pura menzogna, un inganno deliberato e doloso dei cittadini elettori”.
La coalizione di governo punta sull’investitura popolare di una delle sue riforme simbolo e queste urne sanciranno, di fatto, l’avvio della campagna elettorale per Palazzo Chigi. Alla fine, quanto è forte il rischio di un voto “destra contro sinistra”, “cittadini contro Meloni”?
“Purtroppo è un rischio altissimo, ed è un rischio che può essere anche esiziale per questa riforma di civiltà giuridica. Quindi l’impegno di tutti deve essere esattamente quello di evitare una simile, sciagurata deriva. Dobbiamo far comprendere ai cittadini, di qualunque colore politico, l’importanza di questa riforma per i diritti fondamentali di ciascuno di noi. La politica dei partiti, la dinamica governo – opposizione, devono restare fuori da questa campagna referendaria. Non sarà facile, ma anche questo sarà un obiettivo del Comitato Sì Separa che ho l’onore di presiedere”.