La strada verso l’assemblea del 29 ottobre era già molto impervia per Luigi Lovaglio. Convincere i soci del Monte dei Paschi ad approvare ben due Ops, una su Banco Bpm e l’altra su Banca Generali, nonché il dividendo straordinario, sarebbe stata un’impresa titanica anche senza l’aut aut di Intesa Sanpaolo. Ma sabato sera Carlo Messina ha deciso che doveva fare chiarezza, dove per “chiarezza” s’intende infliggere un colpo, probabilmente mortale, al piano ideato dal banchiere lucano che secondo il collega romano, ha “una struttura complessa” e contiene “elementi di incertezza, sinergie sfidanti e rischi di esecuzione”, si legge nero su bianco nella nota della prima banca italiana.
E così, Ca’de Sass ha annunciato sì il rilancio tanto atteso dal mercato, portando l’ammontare complessivo da 30,6 a 31,4 miliardi, ma ha anche posto una condizione: l’Opas lanciata sul Monte andrà avanti e sarà più ricca di 800 milioni in contanti solo se a fine mese i soci di Rocca Salimbeni bocceranno le due offerte su Banco Bpm e Banca Generali e la riduzione volontaria del capitale sociale, ovvero la cedola straordinaria da 4 miliardi tra cassa e azioni Generali. Se anche una sola delle tre operazioni sarà approvata, Intesa non rinuncerà alle condizioni di efficacia dell’Opas che “diverrà definitivamente inefficace”. E come se non fosse sufficiente, dato che c’era, il board di Intesa Sanpaolo ha chiesto ai soci senesi di votare No anche al quarto punto all’ordine del giorno, ovvero alla fusione con Mediobanca, ritenendo preferibile realizzare l’integrazione solo a valle della chiusura della propria offerta. Presa di posizione, quest’ultima, che ieri ha mandato Ko in Borsa il titolo di Piazzetta Cuccia.
A distanza di ventiquattro ore dall’annuncio è arrivata la prima reazione. E non una qualunque: Delfin, primo socio di Mps con una quota pari al 17,6% del capitale, ha fatto sapere che voterà contro il progetto di Lovaglio e si è impegnata ad aderire, quando partirà, all’Opas di Messina che fara incassare alla holding della famiglia Del Vecchio 655 milioni di euro e il 3,8% del gruppo bancario che nascerà una volta completata l’operazione.
È “sempre più probabile che il processo si avvii verso una conclusione e che l’assemblea non approvi le due operazioni di Mps”, osserva Jerome Legras, a capo della ricerca di Axiom Alternative Investments, che però mette le mani avanti: “Detto questo, siamo in Italia, e in un’operazione di tale complessità sarebbe imprudente escludere la possibilità che possa ancora emergere un’altra mossa inaspettata“. D’altronde Lovaglio non è nuovo ai colpi di scena. È già successo ad aprile, quando è riuscito a riprendersi la poltrona di ceo del Monte dopo che il cda lo aveva messo alla porta, ed è successo anche ad agosto quando ha sorpreso il mercato con l’annuncio della doppia ops e del dividendo straordinario. Ma stavolta potrebbe essere troppo dura anche per quello che in molti considerano “l’uomo dei miracoli finanziari”.
Mps: i numeri all’assemblea del 29 ottobre
Lo scorso aprile, in occasione della nomina dei vertici, all’assemblea partecipò il 65% del capitale e Lovaglio riuscì a spuntarla ottenendo il 32,5% dei voti contro il 25,2% della lista del cda e il 4,5% di Assogestioni. Il 29 ottobre si prevede invece un’affluenza di circa il 70% del capitale, ma rispetto a sei mesi fa ci sono due differenze fondamentali: la prima è che all’epoca bastava la maggioranza assoluta, mentre ora serve la maggioranza dei due terzi perché Mps è sotto passivity rule. Dunque con il 70% del capitale presente servirà arrivare al 46,7% dei votanti. La seconda è che ad aprile Lovaglio ce la fece soprattutto grazie ai voti di Delfin e Banco Bpm. Stavolta invece la prima ha già annunciato il suo no, mentre la seconda, che ha in mano il 3,7% del capitale di Siena ed è la preda di una delle due ops, si asterrà.
Tra gli altri grandi soci, il Tesoro, che ha in mano il 4,8% del Monte dei Paschi, ha già fatto sapere che non parteciperà al voto per lasciare “l’ultima parola al mercato”, mentre Francesco Gaetano Caltagirone, con il suo 13,5%, sembra orientato verso il No. Fece lo stesso ad aprile e i rapporti con l’Ad senese, anche a distanza di mesi, restano molto tesi.
Occhi sui fondi
A questo punto per Lovaglio assume un’importanza capitale la valutazione dei proxy advisor. Le indicazioni di voto di Iss e Glass Lewis sono attese entro la fine di questa settimana e possono determinare l’esito di un voto che per Siena parte già in salita, per usare un eufemismo. La loro opinione, spesso e volentieri, determina infatti le scelte di fondi e gestori, che possiedono circa il 50% del capitale di Mps. La posizione di molti istituzionali, tra l’altro, è piuttosto scomoda, considerando che hanno in mano quote sia dell’una che dell’altra banca e che lo scorso 10 settembre, all’assemblea di Intesa, la stragrande maggioranza di essi ha votato sì all’aumento necessario per l’Opas. Solo per fare gli esempi più eclatanti: BlackRock detiene circa il 5% di Intesa e il 4,6% di Mps, Vanguard il 3,5% di Ca’de Sass e il 2,6% di Rocca Salimbeni, Norges Bank l’1,2% e il 3,1%, Amundi l’1,2% e il 2,3%. E l’elenco è ancora lungo.
Per far sì che Lovaglio la spunti anche stavolta, servirà che i fondi votino in massa per il suo piano e che in soccorso arrivino anche altri piccoli azionisti, come Plt Holding (1,2%) che ha già detto di voler votare a favore del progetto difensivo ideato dall’Ad del Monte. E anche così potrebbe non bastare.
Le opinioni degli analisti
Dopo il rilancio fatto da Intesa sulla propria offerta per il Monte dei Paschi, subordinandola “principalmente alla bocciatura, da parte degli azionisti di Mps, delle offerte su Banco Bpm e Banca Generali, in combinazione con l’impegno di Delfin a cedere la propria quota del 17,6%”, “riteniamo che ciò rafforzi la posizione di Intesa Sanpaolo e, di conseguenza, anche quella di Bper”, scrive Barclays in una nota, mentre secondo Equita, che è advisor della banca guidata da Carlo Messina, il rilancio aumenta “il valore certo per gli azionisti Mps rendendo l’offerta ancora più attraente e difficilmente rinunciabile, mentre traccia una linea netta sulle manovre difensive del Monte”.
Il banchiere ex Creval, che la settimana scorsa si era mostrato molto fiducioso sul voto degli investitori esteri, dovrà dunque tirare fuori l’ennesimo coniglio dal cilindro prima del 29 ottobre. Perché quel giorno sarà un referendum tra il suo piano e quello di Messina. Esattamente lo scenario che il numero uno di Mps aveva cercato in tutti i modi di scongiurare.
