Che cosa significa oggi parlare di economia civile? A Firenze, dove si è aperta l’ottava edizione del Festival Nazionale dell’Economia Civile, la risposta sembra andare oltre i tradizionali confini dell’economia. Significa parlare di conoscenza, di coesione, di pace, di generazioni e, soprattutto, di persone. È questo il filo che ha attraversato la prima giornata del Festival, trasformando Firenze in un laboratorio nel quale l’economia viene osservata non soltanto attraverso gli indicatori della crescita, ma attraverso la qualità della vita, le relazioni sociali e la capacità di una comunità di costruire futuro.
Ad aprire i lavori è stata la rettrice dell’Università degli Studi di Firenze, Alessandra Petrucci, nella sala del Rettorato dell’Ateneo, introducendo il panel dedicato alla “Quinta Libertà come spazio dei saperi: il ruolo delle Università nell’Europa della conoscenza”.
Il tema della conoscenza assume così una dimensione concreta. Non basta infatti affermare il diritto alla formazione e alla ricerca se le condizioni materiali ne impediscono l’effettivo esercizio. Il costo della vita, l’accesso alla casa, la disponibilità di infrastrutture adeguate e gli squilibri territoriali diventano elementi determinanti della possibilità stessa di studiare, produrre e condividere conoscenza. “La conoscenza non circola in modo neutrale”, ha sottolineato Petrucci, richiamando la necessità di governare lo squilibrio tra Atenei e territori. La quinta libertà, dunque, non può essere soltanto una dichiarazione di principio: ha bisogno di infrastrutture, coesione e condizioni che consentano alle persone di poter realmente partecipare. È un passaggio importante perché introduce una concezione dell’economia civile nella quale l’infrastruttura non è soltanto materiale, ma anche sociale e culturale. Un’università, una città, un territorio possono crescere soltanto se sono in grado di mettere in circolo competenze, opportunità e relazioni. Sulla stessa linea l’intervento di Armando Barucco, segretario generale dell’Istituto Universitario Europeo di Firenze, che ha ricordato la vocazione originaria dell’Istituto: contribuire a costruire l’Europa attraverso la formazione degli europei e la condivisione dei suoi valori. In questo quadro l’Università assume anche una responsabilità civile: quella di presentare i fatti in modo corretto e comprensibile, alimentando una cittadinanza consapevole.
La pace come condizione dell’economia
Nel pomeriggio, a Palazzo Vecchio, il discorso si è spostato dalla conoscenza alla pace. A concludere il Laboratorio Mediterraneo per l’Economia Civile e la Pace è stata la Premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi. Il suo intervento ha introdotto una relazione tanto semplice quanto radicale: non può esistere sviluppo sostenibile senza pace. La guerra, ha ricordato Ebadi, non distrugge soltanto vite umane. Distrugge infrastrutture, economie, possibilità di sviluppo e prospettive future. La distanza tra economia e pace, quindi, è soltanto apparente. Ma il passaggio più significativo è quello che riguarda la solidarietà. In un mondo nel quale le economie sono interdipendenti, anche la felicità individuale non può essere separata dalla condizione degli altri.”Non si può essere felici in un mondo dove gli altri soffrono”, ha affermato Ebadi, richiamando la necessità di una nuova idea di solidarietà e di umanità. È forse proprio qui che l’economia civile mostra la sua differenza rispetto a una concezione puramente quantitativa dell’economia: la persona non è una variabile del sistema, ma il suo fine.
I giovani e una nuova idea di futuro
La stessa prospettiva è emersa negli appuntamenti dedicati alle nuove generazioni. In Piazza della Signoria, davanti a Palazzo Vecchio, gli studenti sono stati protagonisti degli spazi di Generazione Presente, con laboratori, conferenze e visite guidate. L’idea è quella di portare l’economia civile fuori dagli spazi tradizionali del dibattito e dentro la città, trasformando la conoscenza in esperienza condivisa. Particolarmente significativa è stata inoltre la riflessione sulle generazioni che cambiano il mondo, introdotta dal rapper, scrittore e docente Murubutu. La ricerca presentata durante l’incontro mette in relazione equità intergenerazionale e qualità della vita. Nei territori con un livello di equità intergenerazionale superiore alla media, emerge una maggiore soddisfazione di vita e un più forte senso di significato. Un dato colpisce più degli altri: un over 65 generativo, cioè capace di partecipare e impegnarsi nella comunità, può avere lo stesso livello di soddisfazione di un under 35 generativo. È una prospettiva che obbliga a superare una delle contrapposizioni più frequenti del nostro tempo: giovani contro anziani. L’economia civile propone invece una lettura diversa. Le generazioni non sono compartimenti separati, ma parti di uno stesso ecosistema sociale. Per questo la ricerca suggerisce agli amministratori di considerare i divari generazionali nelle politiche territoriali, di non separare le politiche per i giovani da quelle per l’invecchiamento attivo e di valutare gli investimenti pubblici anche sulla base della partecipazione e del senso di comunità che riescono a generare.
Dalla buona economia all’intelligenza artificiale
Il Festival guarda infine alla trasformazione tecnologica, con il panel dedicato all’intelligenza artificiale che sarà moderato da Sergio Gatti, direttore generale di Federcasse. “AI voglia o AI paura?” è la domanda scelta per affrontare rischi e opportunità educative di una tecnologia destinata a modificare profondamente il modo di lavorare, apprendere e produrre conoscenza. Anche qui il tema non è soltanto tecnologico. La vera questione riguarda infatti quale idea di uomo vogliamo mettere al centro della trasformazione tecnologica. Gatti ha parlato della possibilità di diffondere una “cultura della buona economia”, richiamando il significato di EU-economia: una economia capace di non fare danni, ma di creare opportunità e reddito, e allo stesso tempo capace di ricordare la comune appartenenza europea. È una prospettiva che porta il Festival a confrontarsi con una domanda più ampia: quale economia vogliamo costruire nell’epoca della tecnologia, della transizione demografica e delle grandi trasformazioni geopolitiche?
Una nuova grammatica del progresso
L’ottava edizione del Festival Nazionale dell’Economia Civile sembra dunque proporre una grammatica diversa del progresso.
- Non soltanto crescita, ma benvivere.
- Non soltanto competitività, ma conoscenza condivisa.
- Non soltanto innovazione, ma responsabilità.
- Non soltanto capitale economico, ma capitale sociale.
- Non soltanto longevità, ma partecipazione tra generazioni.
- Non soltanto tecnologia, ma centralità della persona.
- E soprattutto non soltanto economia, ma economia come strumento per costruire una società più umana.
È questa forse la sfida più attuale dell’economia civile: riportare l’economia alla sua funzione originaria, quella di essere al servizio della comunità e della vita delle persone. In una fase storica segnata da guerre, disuguaglianze, trasformazioni tecnologiche e profonde fratture generazionali, parlare di economia civile significa allora interrogarsi non soltanto su quanto produciamo, ma su per chi, come e per quale futuro.
Il Festival nasce da un’idea di Federcasse, l’Associazione Nazionale delle Banche di Credito Cooperativo, Casse Rurali e Casse Raiffeisen, ed è promosso con Confcooperative e organizzato e progettato con NeXt – Nuova Economia per Tutti, con il contributo di Fondosviluppo, Assimoco, Federazione Toscana delle BCC e Publiacqua, e la collaborazione dell’Università degli Studi di Firenze, SEC – Scuola di Economia Civile, Gioosto.com e Fondazione MUS.E.
Immagine: autorizzata Festival Nazionale dell’Economia Civile
