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Medie imprese italiane, crescita 2026 tra export, innovazione e incertezza globale. Report Mediobanca e Unioncamere

Dal Report dell’Area Studi Mediobanca con Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere, le medie imprese italiane stimano per il 2026 fatturato a +2,5% ed export a +2,7%, ma pesano incertezza globale, competenze e materie prime

Medie imprese italiane, crescita 2026 tra export, innovazione e incertezza globale. Report Mediobanca e Unioncamere

Restano positive le attese di crescita delle medie imprese per il 2026, anche se l’incertezza globale frena le prospettive future di sviluppo. È quanto emerge nel XXV Rapporto sulle medie imprese industriali italiane e nel Report “Le medie imprese italiane tra continuità e trasformazione: governance, capitale umano e geopolitica”, realizzati dall’Area Studi di Mediobanca, dal Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere e presentati oggi a Siena.

Per il 2026 le imprese di taglia intermedia stimano un aumento del fatturato del 2,5% e delle esportazioni del 2,7%. La traiettoria resta dunque espansiva, ma non priva di freni. Oltre sette aziende su dieci ritengono che l’incertezza globale possa ridurre i ricavi nei prossimi dodici mesi rispetto a uno scenario più stabile, mentre quasi il 90% segnala difficoltà nel trovare personale. È il paradosso della media impresa italiana, solida nei numeri e fragile davanti ai colli di bottiglia che ne condizionano la crescita.

Un pilastro manifatturiero che continua a creare valore

Le medie imprese industriali non sono una nicchia, ma una componente strutturale del sistema produttivo nazionale. Generano il 16% del fatturato della manifattura italiana, il 15% del valore aggiunto e il 13% sia delle esportazioni sia dell’occupazione complessiva. Nel lungo periodo il loro peso è cresciuto in modo netto: tra il 1996 e il 2024 il numero di imprese è passato da 3.377 a 3.491, mentre il giro d’affari complessivo è salito del 178,3%, le vendite oltreconfine del 290,7% e l’occupazione del 47,2%.

Il loro radicamento resta fortemente territoriale. La presenza è più intensa nel Nord Ovest e nel Nord Est, ma il Mezzogiorno ha mostrato nel tempo segnali di riequilibrio, con una crescita della platea di imprese nell’arco dei ventinove anni osservati. In Toscana, l’area di Siena concentra circa il 9% delle medie imprese regionali, con ricavi pari a 1,1 miliardi di euro, equivalenti al 10% del totale prodotto dalle aziende toscane di taglia intermedia. La fotografia più interessante riguarda la resilienza. Tra il 2015 e il 2024 queste imprese hanno generato in media 7,8 mila euro di valore per addetto, mostrando una continuità di performance superiore ad altri segmenti dimensionali. Negli ultimi due anni, nonostante le pressioni esterne, il 66,2% è riuscito a difendere redditività e margini, il 41,5% ha rafforzato il proprio posizionamento attraverso il brand e il 38,1% ha ampliato l’offerta.

Andrea Prete, presidente di Unioncamere, sintetizza così il punto: “Le medie imprese industriali italiane restano uno dei pilastri più solidi del nostro sistema produttivo, per capacità competitiva, presenza nelle filiere e apertura ai mercati esteri”. Ma lo stesso Prete avverte che “l’aumento dell’incertezza internazionale e la volatilità dei costi energetici e delle materie prime non vanno sottovalutati”, perché possono comprimere il potenziale di crescita e rendere necessarie politiche industriali, strumenti finanziari e servizi territoriali più efficaci.

L’incertezza cambia le strategie, ma non cancella la vocazione internazionale

Il 73,9% delle medie imprese dichiara che il contesto internazionale ha aumentato l’incertezza sull’attività e sulle prospettive di business. A pesare sono soprattutto la volatilità dei costi energetici e delle materie prime, indicata dal 54,5% delle aziende, e le tensioni geopolitiche, segnalate dal 53,8%. Il dato è particolarmente rilevante perché le medie imprese sono profondamente inserite nei mercati internazionali. L’85% opera con una doppia esposizione, da importatore ed esportatore, confermando il ruolo delle Mid-Cap nelle catene globali del valore. Questa apertura è una leva competitiva, ma anche una fonte di vulnerabilità. Sei imprese su dieci prevedono un aumento dei costi di approvvigionamento nei prossimi sei mesi per effetto dell’incertezza; il 18,9% pensa di aumentare le scorte e il 12,6% programma una riorganizzazione delle catene di fornitura.

Il mercato statunitense resta un banco di prova. Il 55% delle medie imprese esporta negli Stati Uniti e, di fronte al tema dei dazi, prevale una strategia attendista: il 44,4% punta a mantenere i prezzi a parità di volumi, mentre il 30,9% li manterrebbe anche in caso di riduzione delle quantità vendute. Sono più limitate le risposte commerciali aggressive, come il taglio dei prezzi o la diversificazione, e ancora più rare le scelte strutturali, come l’apertura di nuovi siti negli Usa.

L’esposizione alle materie prime critiche aggiunge un ulteriore livello di pressione. Otto medie imprese su dieci le acquistano direttamente e, tra queste, quattro su dieci hanno già incontrato difficoltà di approvvigionamento o prevedono di incontrarle. Nei prossimi sei mesi, il 96% delle imprese ritiene che queste tensioni produrranno effetti concreti sull’attività aziendale, soprattutto con rincari del prodotto finito, ritardi nelle consegne e compressione dei margini.

In questo scenario le aziende si affidano alle proprie leve distintive. La flessibilità e la personalizzazione dell’offerta sono indicate come principale punto di forza dal 65,8% delle imprese. Seguono la notorietà e la reputazione del brand, la qualità dei prodotti con capacità di premium pricing, le competenze del personale e il know-how tecnologico. Il prezzo, la rete distributiva e la sostenibilità restano invece leve meno centrali nella percezione competitiva del segmento.

Capitale umano e innovazione, la doppia sfida della trasformazione

La crescita occupazionale c’è, ma non basta a sciogliere il nodo delle competenze. Tra il 2015 e il 2024 gli addetti delle medie imprese sono aumentati del 23,7%, superando quota 523 mila. Gli under 35 rappresentano il 41% delle nuove assunzioni, ma faticano ancora ad accedere ai ruoli di responsabilità. La presenza femminile resta contenuta al 27%, mentre gli over 60 sono circa il 10% e diventeranno cruciali nei passaggi generazionali. Il problema più urgente è il reperimento del personale. Quasi nove imprese su dieci segnalano difficoltà, soprattutto per figure tecniche e specialistiche, indicate dal 67,2%, e per profili operativi, segnalati dal 50,6%. In questo contesto il 77% delle aziende ricorre a lavoratori stranieri, spesso perché manca disponibilità di lavoratori italiani per mansioni percepite come meno attrattive.

Le imprese sanno di dover competere anche sul mercato del lavoro. Oltre l’85% valuta positivamente la propria attrattività verso gli under 35 e punta su welfare aziendale, formazione, incentivi economici, autonomia operativa e lavoro flessibile per trattenere i giovani. “Le medie imprese sono uno dei punti di forza del capitalismo familiare italiano: imprese solide, radicate nei territori e capaci di competere anche sui mercati internazionali” ha detto Giuseppe Molinari, Presidente del Centro Studi Guglielmo Tagliacarne. “La loro competitività futura passerà però dalla capacità di coniugare la continuità del modello imprenditoriale con una trasformazione più profonda, fatta di investimenti nelle tecnologie più avanzate e nel capitale umano. Perché l’innovazione genera valore soprattutto quando le imprese riescono a integrare nuove tecnologie, competenze qualificate e formazione”.

Il capitolo innovazione conferma una transizione in corso, ma ancora graduale. Tra il 2026 e il 2028 il 76,3% delle medie imprese prevede investimenti in innovazione incrementale, cioè miglioramenti di prodotti, servizi o processi già esistenti. Cresce però anche l’interesse per le tecnologie Deep-Tech, dall’intelligenza artificiale alla robotica fino al cloud: il 34,9% intende investirvi nel prossimo triennio, contro il 28,2% che lo ha già fatto tra il 2023 e il 2025.

Il divario di produttività attesa è significativo. Nelle imprese che investiranno in Deep-Tech, la produttività del lavoro è stimata in crescita del 6,1% tra il 2026 e il 2029, contro l’1,6% previsto per chi punterà soltanto sull’innovazione incrementale. Per Massimo Guasconi, presidente della Camera di commercio di Arezzo-Siena, le medie imprese “devono accelerare la trasformazione interna e abbracciare l’innovazione per rimanere competitive”, ma questo salto tecnologico funziona soltanto se procede insieme alla valorizzazione delle competenze.

Governance familiare e capitali, il futuro passa dall’apertura controllata

La media impresa italiana resta in larga parte un’impresa familiare. Nel 65% dei casi la proprietà è concentrata in un’unica famiglia o persona fisica. Oltre la metà delle aziende è guidata dalla seconda generazione, mentre il 28% è ancora nelle mani del fondatore. È un modello che ha garantito continuità, radicamento territoriale e rapidità decisionale, ma che mostra anche limiti di formalizzazione.

Più del 40% delle imprese non adotta strumenti specifici di governance familiare. Dove esistono, prevalgono soluzioni leggere come il patto di famiglia e gli accordi parasociali. Anche nei passaggi generazionali dominano logiche interne, scelte da oltre l’80% delle aziende. I board sono snelli, con una media di 3,6 componenti, ma anagraficamente maturi: l’età media è di 60 anni e nei ruoli apicali si sale tra i 64 e i 68 anni. La diversità resta limitata, con uomini al 79% delle cariche e donne al 21%, spesso in posizioni senza deleghe. L’apertura del capitale è riconosciuta come opportunità, ma resta rinviata. Il 45% delle medie imprese non la considera nell’immediato, pur lasciando aperta la porta per il futuro; il 38% la esclude anche come opzione strategica; solo il 17% mostra un interesse immediato. Quando viene valutata, è soprattutto per finanziare acquisizioni, sostenere investimenti, accedere a competenze manageriali esterne e rafforzare la struttura finanziaria. Gli investitori industriali sono i più apprezzati, perché percepiti come più coerenti con il progetto imprenditoriale.

Il freno principale resta la tutela dell’autonomia. Le imprese temono la perdita di controllo decisionale e il possibile disallineamento con nuovi soci. È qui che si gioca una parte decisiva della trasformazione. “I risultati ottenuti dalle medie imprese manifatturiere italiane negli ultimi trent’anni sono molto positivi, ma restano ancora ampi spazi di miglioramento. Nell’indagine di quest’anno emerge un dato significativo: solo 2 imprese su 10 ritengono di avere strumenti adeguati per affrontare l’incertezza” afferma Gabriele Barbaresco, Direttore dell’Area Studi Mediobanca che richiama l’idea di un “Future Readiness Committee”, ispirato al modello anglosassone, “pensato per supportare il top management nell’analisi degli scenari più complessi e nella definizione delle iniziative necessarie”.

Imprese 2026
Ufficio Stampa Mediobanca

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