A sentire i discorsi della premier e dei leader dell’opposizione fatti pochi giorni fa in Parlamento, si può dire che è iniziata una lunga campagna elettorale in vista delle elezioni politiche che dovrebbero tenersi tra oltre 12 mesi. La maggior parte degli osservatori si è detta preoccupata dei guasti che possono derivare da una così lunga campagna elettorale che comporta una esasperazione delle differenze tra le forze politiche, proprio quando le grandi sfide che ci vengono dalla situazione internazionale richiederebbero una buona dose di concordia nazionale per essere affrontate con una maggiore probabilità di successo. Questo è sicuramente un rischio.
Ma è anche un dato di fatto che le posizioni delle forze politiche sono lontanissime dalla possibilità di trovare in questa fase una qualsivoglia intesa per affrontare le sfide a cui siamo chiamati. E soprattutto l’intera classe dirigente e gran parte della popolazione appare in preda a paure vecchie e nuove, ad una sfiducia profonda verso le istituzioni, ad una incertezza circa il futuro che porta a premiare con il voto quel politico che sa mentire meglio, che promette tutto a tutti. Promesse che poi ovviamente non riesce a mantenere. Questo provoca un circolo vizioso tra fiducia mal riposta e inevitabile delusione che spinge i cittadini a chiudersi ancora di più nel loro particolare o nella loro corporazione, sperando di avere protezione, e certamente ostacolando tutto ciò che mette in discussione questo rifugio. E questo avviene anche se molti in cuor loro capiscono che questa sarebbe l’unica strada per rimettere in moto l’Italia e per migliorare la posizione economica e la sicurezza loro e di tutti.
Per modificare – almeno in parte – questo blocco culturale, i mesi che ci separano dalle prossime elezioni politiche potrebbero essere fondamentali. Classi dirigenti e cittadini comuni dovranno trovare la forza di liberarsi da questo lungo sonno della ragione e ritrovare un percorso adatto per superare le nostre più evidenti carenze e quindi cambiare le motivazioni del proprio voto passando dal premiare gli imbonitori a valorizzare chi si impegna con lungimiranza e senza promesse mirabolanti a tirarci fuori dai guai.
È vero, come ha detto il vecchio Carlo de Benedetti in tv, che tra i nostri politici non si intravede un Churchill che promette lacrime e sangue, ma forse qualcuno di decente potremo trovarlo anche perché non c’è affatto bisogno di sacrifici tanto drastici. Intanto dobbiamo dedicarci a cambiare le nostre motivazioni di fondo che ci spingono a chiedere ai politici solo protezione, mance, privilegi e non di avviare a soluzione i nostri problemi storici che da qualche decennio ci stanno bloccando.
Si potrebbe iniziare leggendo Veronica De Romanis che insegna alla Università Luiss e noto volto televisivo, che in un agile volume intitolato L’economia della paura. Perché conservando si arretra spiega, in maniera molto convincente, perché la scelta di tutti i partiti politici di placare le preoccupazioni dei cittadini attraverso la concessione di benefici un po’ a tutte le categorie soddisfa solo momentaneamente le esigenze della popolazione, ma poi riduce i redditi di tutti, anche di quelli che si ritengono protetti, e scarica un costo molto pesante su alcune categorie non protette come le donne e i giovani.
De Romanis dimostra quanto sia ancora attuale il celebre motto attribuito a Giulio Cesare “l’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa”. E infatti noi ci opponiamo a qualsiasi cambiamento, a qualsiasi riforma che punti a ridare slancio ed efficienza al nostro sistema economico. Guardiamo con sospetto le innovazioni perché disturbano la nostra quiete e ci fanno passare dalla routine del noto al rischio del nuovo. Difendiamo tutte le aziende decotte senza avere una politica capace di accompagnare i lavoratori verso altri impieghi. Ostacoliamo di fatto gli investimenti esteri, che pure vogliamo a parole, e mettiamo barriere all’ingresso di forze nuove e giovani in tanti settori economici per evitare la concorrenza che la nostra cultura considera negativamente.
Non parliamo poi della meritocrazia che è ritenuta una parolaccia fin dai banchi di scuola. E invece è dimostrato non solo nella dottrina economica, ma anche dall’osservazione dei Paesi a noi vicini, che solo chi ha saputo cambiare profondamente (anche sotto la spinta di pressioni esterne) ha ora risultati di crescita complessiva e di aumento del benessere molto evidenti. Basta guardare alla Spagna, all’Irlanda o alla stessa Grecia. Noi, invece, stando fermi, arretriamo, e sale lo scontento degli elettori che non sanno dove sbattere la testa e che periodicamente voltano le spalle al governo che poco prima avevano votato in massa.
Il libro di Veronica De Romanis illustra con numeri precisi la situazione del nostro Paese e il degrado che avanza inesorabilmente in settori chiave della nostra vita economica e civile. La scuola non offre una preparazione adeguata ai nostri giovani. La corporazione dei professori è intoccabile. Quando Matteo Renzi tentò timidamente di introdurre un po’ di merito e di autonomia nelle scelte dei presidi, scoppiò la rivolta. Sul fisco abbiamo ormai un sistema pasticciato ed ingiusto che da un lato scontenta tutti i contribuenti, specie quelli onesti, e dall’altro premia periodicamente gli evasori con provvedimenti che spesso nemmeno raggiungono la scopo previsto. Ma poi la voglia da parte di tutti i politici di accontentare tutte le categorie di elettori con bonus o sconti fiscali crea una lotta tra le varie lobby per accaparrarsi la fetta maggiore del denaro pubblico. Naturalmente questo mette in crisi il bilancio dello Stato per cui abbiamo accumulato un indebitamento mostruoso che ci costa di soli interessi oltre 80 miliardi all’anno, quanto Tre finanziarie.
Tutto questo fa sì che il Paese è fermo, che diventiamo tutti un po’ più poveri, e che non investiamo in innovazione ma nemmeno a protezione della situazione esistente, si veda il disastro del nostro territorio appena piove un po’ di più, oppure nelle nostre politiche energetiche che, al di là delle chiacchiere, fanno sì che il costo delle nostre bollette sia più alto di quasi il 50% rispetto agli altri Paesi europei.
La responsabilità di tutti ciò ricade in primo luogo sulla classe politica. Noi siamo dominati da un “partito unico della spesa pubblica” che a furia di presunti regali ai cittadini ha portato al degrado attuale. Ma anche il resto della classe dirigente italiana deve ripensare il proprio ruolo e non accontentarsi di difendere il proprio spazio. Si tratta di una classe dirigente in cui gli imprenditori veri sono pochi. Il grosso della borghesia è composto, come diceva Francesco Saverio Nitti, da gente che vive sulle disgrazie degli uomini e cioè sulle liti o le malattie, quindi medici ed avvocati. Ma anche queste professioni invece di resistere al cambiamento dovrebbero gestirlo, riacquistare credibilità e diffondere nella società l’idea che innovando si può stare tutti meglio. Nel libro si dice che gli italiani non sono invidiosi del successo dei loro compatrioti, ma questa non era l’opinione di Enzo Ferrari che diceva: “Gli italiani perdonano tutto, tranne il successo”. E questo perché pensano che si primeggia non per propri meriti, ma grazie ad impicci ed imbrogli.
Cambiare rotta non sarà facile. Bisogna puntare sui giovani e le donne con politiche accattivanti e non con altri regali da “Babbo Stato”. Bisogna far capire che tante promesse (sanità per tutti, più salario, meno lavoro, più pensioni) sono ingannevoli. Dopo tre decenni di inganni, forse gli italiani saranno pronti a tornare verso scelte più realistiche. Bisogna cominciare a rinunciare agli eccessi dei bonus, fare un fisco più equo e meno pesante togliendo tanti privilegi a cominciare dalla flat tax, bisogna puntare sulla innovazione e sulla ricerca ed immettere giovani e donne nel mercato del lavoro. Mettere ordine nelle spese delle Regioni che presumono di fare politica industriale ed invece distribuiscono mance a pioggia. È solo utopia? Può darsi, però contando su una informazione meno partigiana e meno spettacolare di quella di oggi, forse qualche passo in avanti è possibile.