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La Russia sovietica e l’Occidente: miti e illusioni durati troppo a lungo

La rivoluzione russa del 1917 alimentò anche in Occidente il mito di una nuova civiltà che i 20 milioni di morti voluti da Stalin riportò alla realtà di una tragedia epocale – Un libro di Flores edito da goWare

La Russia sovietica e l’Occidente: miti e illusioni durati troppo a lungo

A proposito di un punto interrogativo 

Fu Sidney Webb?—?co-fondatore della London School of Economics, animatore della Fabian Society e uno dei pensatori fondativi del partito laburista?—?a togliere il punto interrogativo alla seconda edizione del 1941 del suo libro sull’URSS (scritto con la moglie Beatrice) Soviet Communism: A new civilisation? (1935, edizione italiana di Einaudi del 1950). Come dire, la questione è chiusa: la Russia sovietica è una nuova civiltà. 



Siamo in piena epoca staliniana, con i processi di Mosca, le deportazioni di massa in continuità con lo sterminio dei kulaki degli anni 1929–1933. Uno studio recente di Sergej Kropacev e Evgenij Krinko, Il calo della popolazione in URSS dal 1937 al 1945: entità, forme, storiografia (traduzione italiana di Francesca Volpi, editore goWare) giunge a queste conclusioni: dal 1929 al 1953, escludendo gli anni della guerra, le vittime delle repressioni furono 19,5–22 milioni, di cui non meno di un terzo fu condannato alla fucilazione o morì nei lager e in esilio. 

Sarà come dice Gramsci che “ogni movimento rivoluzionario è romantico, per definizione”, sarà per la crisi delle democrazie liberali del primo dopoguerra, o per la sconfitta dei partiti riformisti, sta di fatto che una parte importante dell’intelligentjia occidentale, della quale i Webb erano una eccellenza, finì per soccombere al mito della Russia sovietica. 

L’immagine splendente dell’URSS e il mito sovietico hanno alimentato intere generazioni in ogni luogo del pianeta. Tra le poche foto che George Bernard Shaw, il maggior intellettuale pubblico del proprio tempo, teneva sul camino della sua abitazione c’era il ritratto di Stalin e alla sua sinstra quello di Lenin. Fintan O’Toole, autore di Judging Shaw, ha raccontato, in un piacevole-da-leggere intervento sul “New York Times”, la storia della cotta per Stalin dell’intellettuale irlandese che aveva fatto dello scetticismo il fondamento della sua visione del mondo. Il quotidiano di New York, a differenza della stampa russa e del Cremlino, ha dato un grande spazio a questo anniversario predisponendo, nell’area op-ed del giornale, uno spazio speciale dal titolo “Red Century” dove sono stati accolti decine di saggi e contributi di studiosi e specialisti di storia e politica russa. 

Torna uno studio fondamentale 

Anche da noi, finalmente torna disponibile al grande pubblico degli appassionati di storia e di politica, un libro ormai introvabile, di Marcello Flores L’immagine della Russia sovietica. L’Occidente e l’URSS di Lenin e Stalin (1917–1956), pag. 550, euro 18,99 (ebook 9,99), editore goWare. Si tratta di un libro unico e insostituibile, frutto di un lungo lavoro che analizza, attraverso una documentazione vastissima, come gli occhi occidentali si sono misurati con la realtà della Russia sovietica di Lenin e di Stalin.

Il motivo di questa nuova pubblicazione de L’immagine della Russia sovietica risiede, invece, proprio nel fatto che su questo tema vi sono stati ben pochi contributi, il che rende ancora utile la sua riproposizione in occasione del centesimo anniversario della rivoluzione russa. Gli studi sulla rivoluzione russa, sull’Unione Sovietica, su Lenin e Stalin, hanno fatto in quest’ultimo quarto di secolo, e cioè dalla crisi finale del comunismo e dal collasso dell’URSS, passi da gigante: la storiografia è stata completamente rinnovata, la documentazione accessibile si è moltiplicata in modo impressionante, le testimonianze si sono ripetute e gran parte della produzione nascosta e censurata negli anni del comunismo è stata resa disponibile. 

Diverso, invece, il discorso per quanto riguarda lo sguardo occidentale sull’URSS, sulla rivoluzione, sui suoi esiti immediati e di lungo periodo, che è rimasto un argomento ampiamente inesplorato, se si esclude qualche splendido ma isolato contributo (Sophie Coeuré, La grande lueur à l’Est: Les Français et l’Union soviétique, Seuil, Paris, 1999; Sophie Coeuré et Rachel Mazuy, Cousu de fil rouge. Voyages des intellectuels français en Unione Sovietiques, Cnrs, Paris, 2012; Michael David-Fox, Showcasing the Great Ex-periment. Cultural Diplomacy & Western Visitors to the Soviet Unione 1921–1941, Oxford University Press, New York, 2012). Fortunatamente torna il libro Marcello Flores di cui vi proponiamo la introduzione. 
 
Un mito di lunga durata… suo?malgrado 

dell’URSS, l’interesse per questo paese era assai circoscritto. In una decina d’anni esso divenne oggetto di attenzione quasi quotidiana da parte dei mass-media, e il dinamismo impresso da Gorbacev alla storia sovietica aveva capovolto completamente la stagnazione dell’epoca brezneviana. 

Questo lavoro è frutto di una ricerca di lungo respiro, diretta inizialmente ad esaminare l’immagine americana dell’URSS negli anni del primo piano quinquennale, ed allargatasi poi al tema più vasto dell’atteggiamento dell’Occidente nei confronti della Russia di Lenin e di Stalin. È nei circa trent’anni dominati dalla figura del dittatore georgiano, infatti, che si crea in Occidente quel mito dell’URSS che, raggiunto il suo apice verso la metà degli anni trenta, trova dopo alterne vicende nel 1956 il suo momento conclusivo. Esso, ovviamente, non sparì del tutto, ed il fascino che esercitarono in tutto il mondo le imprese spaziali degli Sputnik e di Jurij Gagarin lo dimostrò al di là di ogni dubbio. 

Si trattava, però, di un mito che aveva ormai imboccato la china discendente, che aveva esaurito le sue risorse ed era incapace di rinnovarsi. Per quanto in parte legato al mito dell’Ottobre, che si propagò in Occidente quasi contemporaneamente alle notizie sulla rivoluzione russa, il mito della Russia di Lenin e di Stalin costituì un fatto nuovo: per i caratteri che assunse ma anche per la dimensione, la diffusione, i gruppi sociali che coinvolse. 

Un mito bipartisan 

Come sarà chiaro fin dall’inizio, ad essere privilegiati sono stati i paesi dell’Occidente democratico, la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Il sistema politico liberale che riuscì a sopravvivere negli anni tra le due guerre in queste nazioni, permise che tutte le tendenze politiche?—?da quelle rivoluzionarie a quelle reazionarie, da quelle radicali a quelle conservatrici?—?si misurassero con l’esperienza dell’URSS senza venir soffocate, condizionate soltanto da se medesime e dagli avvenimenti storici del periodo. 

La democrazia, naturalmente, sopravvisse anche altrove, ma questi furono i paesi la cui influenza culturale e politica fu maggiore, in cui la continuità e la contiguità con cui venne vissuto il problema dell’URSS fu più evidente, il cui giudizio ed atteggiamento l’Unione Sovietica ebbe più a cuore. 

Si è cercato di dar spazio, per quanto possibile, anche all’Italia e alla Germania, nella consapevolezza che l’esperienza fascista di questi paesi non fosse assimilabile a quella delle democrazie. L’interesse con cui il regime di Mussolini guardò all’URSS, soprattutto nelle sue frange più di sinistra, trova riscontro nell’atteggiamento del mondo industriale e nella varietà e quantità di viaggiatori italiani nell’URSS. 

Quanto alla Germania, è soprattutto nel primo decennio successivo alla Rivoluzione d’Ottobre che il mondo politico e culturale tedesco si misurò con la storia e la realtà dell’Unione Sovietica, come testimoniano decine di racconti di viaggio che si fanno, dopo la vittoria nazista, assai più rari. Il ruolo dell’URSS nell’accogliere una folta colonia di profughi tedeschi antinazisti è stato accennato, ma costituiva evidentemente un problema diverso da quello che è al centro di questa ricerca. 

Un affresco complessivo 

La materia su cui si basa la mia ricostruzione avrebbe potuto essere utilizzata in modo più analitico e dettagliato. Sono il primo ad essere consapevole che ogni capitolo del libro, e talvolta ogni paragrafo, avrebbero meritato di essere oggetto di una ricerca autonoma, come del resto in qualche caso è avvenuto. 
La possibilità di offrire un quadro sintetico, e quindi necessariamente più incompleto, mi è sembrata comunque una scelta più interessante. Quanto al non aver fatto uso di fonti orali i motivi sono semplici: la scarsa dimestichezza che ho con questa importante branca della storiografia e con le competenze metodologiche che prevede in primo luogo; ma anche la difficoltà di rintracciarle, l’ambiguità di un racconto rivisitato, la scomparsa della maggior parte dei protagonisti del libro. 

Ho quindi preferito utilizzare fonti omogenee, focalizzando la mia attenzione sugli effettivi mutamenti che, pubblicamente e storicamente, l’immagine dell’URSS ha avuto nell’arco di circa un quarantennio. L’attenzione per le storie personali e per la psicologia degli individui è stata quindi indirizzata a questo interesse prioritario. 

Ho il rammarico, naturalmente, di non aver potuto utilizzare tutto il materiale raccolto, o con l’ampiezza che meritava, soprattutto quando si trattava di testimonianze di prima mano come quelle dei viaggiatori. Anche in questo caso la scelta di un affresco complessivo è andata a scapito della valorizzazione di fonti ricchissime e spesso purtroppo dimenticate e sottovalutate. Quei personaggi che per il lettore non saranno nulla più che un nome in bibliografia hanno costituito per me una fonte di conoscenza, di riflessione, di confronto utilissimo. 

Risulterà evidente che alcuni testimoni mi sono, per l’orientamento, la sensibilità, il giudizio che esprimono, più vicini di altri. Si tratta di personaggi diversi e talvolta opposti, non sempre riconducibili ad un’unica figura politica o culturale. La simpatia per essi non mi ha impedito di utilizzare anche gli altri, altrettanto ricchi di informazioni e suggestioni, senza appiattirli in clichés preconfezionati dalla storiografia di oggi o dai giudizi di allora. Tutti i personaggi che si incontrano nel corso del libro, per me, sono stati un veicolo di interrogativi, risposte, esigenze, atteggiamenti reali. In più d’un caso, del resto, è cambiato radicalmente, nel corso della ricerca, il mio modo di valutare, di giudicare, di valorizzare e contestualizzare i singoli personaggi. Spero quindi che il lettore, anche se non arriverà a condividere le mie argomentazioni, riuscirà a trovare nel materiale che ho raccolto sufficiente sostanza per suffragare le sue convinzioni, e magari per rimetterle in discussione. 

La storia, un puzzle?infinito 

Mai come in questo caso mi sono convinto che la storia è una sorta di puzzle infinito, che contiene in sé possibilità molteplici, tutte parziali e incomplete. L’obiettivo dello storico è allora quello di offrire un punto di vista che sia il più possibile sferico, globale e coerente, mettendo in sintonia le esigenze, le domande, la sensibilità di oggi con la complessa realtà dell’epoca studiata. Il continuo richiamo al contesto di allora non è un modo per evitare giudizi o per non prendere posizione, è un tentativo?—?necessario e indispensabile?—?per garantirsi dall’appiattire sull’oggi delle esperienze che si sono concluse e che hanno avuto delle proprie e irripetibili modalità. 

Nel caso specifico il mio obiettivo è stato quello di mostrare l’ampiezza, la profondità, l’articolazione e la contraddittorietà del rapporto tra l’Occidente e l’Unione Sovietica. Il filtro privilegiato è stato quello dell’intelligencija, del mondo della cultura, senza dubbio uno dei veicoli più importanti nell’amplificare la percezione e nel trasmettere l’immagine dell’URSS. Gli scrittori, i giornalisti, gli artisti rappresentano così una fonte privilegiata, accanto agli ingegneri, ai medici, ai tecnici, ai diplomatici e ai politici. Per questo ho scelto di dare il massimo spazio al racconto diretto, facendo un uso largo?—?per alcuni, forse, eccessivo?—?di citazioni. 

Non è stato un modo per nascondermi dietro alle fonti, visto che la selezione e la scelta del contesto in cui inserirle sono state più che sufficienti a salvaguardare la mia soggettività di storico. Si è trattato, invece, di un lavoro faticoso, lungo, a volte difficile perché ho dovuto cancellare, dimezzare, dimenticare dei testi il cui interesse è cresciuto col tempo. Spero che sia rimasto quel senso di tragico e di grossolano, di disperato e di ingenuo, di cinico e di perspicace che apparteneva al clima dell’epoca. Senza aver mai preteso di far parlare le fonti ed i personaggi da soli, ho cercato di limitare il mio intervento alla scelta, alle connessioni, alla selezione, alla contestualizzazione. Protagonista assoluta della mia ricostruzione non è una interpretazione, ma una realtà; un mondo che ha trovato nel suo rapporto con l’URSS un riflesso abbastanza luminoso e significativo perché valesse la pena di esaminarlo. 
 
Marcello Flores ha insegnato Storia contemporanea, Storia comparata e Storia dei diritti umani nelle università di Trieste (1975–1992) e di Siena (1994–2016), è stato addetto culturale presso l’Ambasciata di Varsavia (1992–1994) ed è, attualmente, direttore scientifico dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri di Milano.

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