È scontro aperto tra l’amministrazione Trump e il numero uno della Fed Jerome Powell. E la “vittoria” dell’uno o dell’altro fronte potrebbe incidere su uno dei principi cardine della democrazia statunitense: l’indipendenza della Federal Reserve.
Questi i fatti: nella notte italiana del 12 gennaio il New York Times ha rivelato che la procura del distretto di Columbia ha avviato un’indagine penale nei confronti di Jerome Powell, presidente della Fed, in merito alla ristrutturazione della sede della banca centrale Usa a Washington e all’eventualità che Powell la scorsa estate abbia mentito al Congresso americano sulla portata del progetto. La notizia è stata confermata dallo stesso Powell che – a differenza di quanto fatto negli ultimi mesi, in cui ai ripetuti attacchi del presidente Donald Trump ha opposto un “professionale silenzio” – stavolta ha risposto a muso duro, parlando a chiare lettere di “pretesto” utilizzato da Casa Bianca per cercare di colpire la sua indipendenza.
Nel corso dell’ultimo anno, infatti, Trump ha ripetutamente attaccato il Governatore della Fed, colpevole di non aver tagliato i tassi d’interesse quando e come diceva lui, minacciando più volte di licenziarlo, cosa che non è mai stata fatta e che in teoria il presidente non può fare senza una “giusta causa”. E qui arriva l’indagine sulla ristrutturazione della sede.
L’indagine sui lavori di ristrutturazione della Fed
I lavori di ristrutturazione della sede centrale della Federal Reserve sono iniziati nel 2022. Sarebbero dovuti costare 2,5 miliardi di euro e invece, secondo le stime, il budget salirà a 3,1 miliardi, 700 milioni in più di quanto preventivato. Lo scorso luglio stesso Powell ha incaricato il suo ispettore generale di esaminare i costi dell’ampliamento edilizio e sul proprio sito, la banca centrale ha spiegato che l’aumento sarebbe dovuto a maggiori spese legate tra le altre cose a “circostanze impreviste”.
L’indagine, approvata a novembre da Jeanine Pirro, storica alleata del presidente Trump e da lui nominata a capo dell’ufficio, mira a verificare se Powell ha mentito al Congresso sulla vera portata del progetto, con il Dipartimento di Giustizia americano che minaccia un’azione legale nei suoi confronti.
La dura risposta di Powell
Ma per la prima volta, Jerome Powell non ci sta e, attraverso un testo e un video pubblicati sul sito della Fed, risponde a muso duro, definendo l’indagine “senza precedenti” e dicendo che i lavori di ristrutturazione sarebbero solo un pretesto usato da Trump per fare pressione su di lui e sulla Fed.
“Nutro profondo rispetto per lo stato di diritto e per il principio di responsabilità nella nostra democrazia. Nessuno, e certamente non il presidente della Federal Reserve, è al di sopra della legge. Ma questa azione senza precedenti dovrebbe essere vista nel contesto più ampio delle minacce e delle continue pressioni esercitate dall’amministrazione” di Donald Trump, afferma Powell nel suo discorso.
“Questa minaccia non riguarda la mia testimonianza – continua – È un pretesto. La minaccia di un’azione legale è una conseguenza del desiderio della Fed di fissare i tassi di interesse nel migliore interesse del pubblico piuttosto che per assecondare le preferenze del Presidente“.
La reazione di Trump
Trump ha negato qualsiasi coinvolgimento nell’indagine. “Non ne so nulla, ma di certo non è molto bravo alla Fed e non è molto bravo a costruire edifici”, ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti in un’intervista alla Nbc News riferendosi a Powell. Il tycoon ha inoltre sostenuto che l’inchiesta non ha nulla a che fare con il rifiuto di quest’ultimo di tagliare i tassi.
La reazione dei mercati
Preoccupate per l’indipendenza della banca centrale Usa, le Borse europee viaggiano tutte in rosso, così come Wall Street. Sono invece ai massimi oro e argento. Il primo è balzato a 4.600 dollari l’oncia, con la consegna spot che a metà giornata segna +1,87% a 4.594 dollari, mentre l’argento avanza del 6% avvicinandosi per la prima volta a quota 85 dollari. Nel frattempo il dollaro è in ribasso sulle principali valute internazionali, mentre salgono i rendimenti dei titoli di Stato americani.
Lo scontro tra Trump e Powell
Lo scontro tra Trump e Powell dura praticamente dall’insediamento del primo alla Casa Bianca per il suo secondo mandato e sembra destinato a inasprirsi dopo l’apertura dell’indagine sui lavori di ristrutturazione della Fed. Nel corso dell’ultimo anno il presidente Usa ha più volte insultato quello della Fed, chiamandolo “Stupido Jay” o “Mr too late”, accusandolo apertamente di non saper fare il suo lavoro per non aver tagliato i tassi d’interesse, cosa che la banca centrale ha iniziato a fare solo a settembre (e da lì li ha tagliati tre volte), mesi dopo rispetto alla Bce. A spingere Powell a temporeggiare sono stati soprattutto i dati sull’inflazione, resa ancora più instabile dai dazi annunciati da Trump con il “Liberation Day” di aprile.
Nel frattempo, Trump ha cercato di licenziare un altro membro del board, Lisa Cook (la Corte Suprema ha sospeso la decisione) e ha piazzato nel direttivo della Fed un suo fedelissimo, Stephen Miran. Non contento, ha ripetutamente minacciato di licenziare lo stesso Powell, il cui mandato scade a maggio 2026.
Il precedente
Licenziare un governatore non è così facile. Nessuno ci è mai riuscito in 110 anni di storia. Qualcuno però ci ha provato. Era il presidente Lyndon Johnson, che nel 1965 tentò di cacciare l’allora governatore William McChesney Martin. Anche in quel caso la Casa Bianca non era d’accordo con la politica monetaria – all’epoca restrittiva – della Fed. Com’è andata a finire? Johnson ha rinunciato al suo intento poiché i suoi legali gli sconsigliarono di procedere.
La legge che ha creato e che regola l’operato della Federal Reserve risale al 1913 e prevede che i governatori della banca centrale possano essere rimossi dal loro incarico solo per “giusta causa”. E, per chiarirlo: in nessun caso non essere d’accordo con la politica monetaria della Fed può rappresentare una “giusta causa”. “Giusta causa” vuol dire frode, cattiva condotta o incapacità manifesta nello svolgimento del proprio ruolo. Non a caso Trump a luglio utilizzò la parola “frode” in riferimento alla vicenda relativa ai lavori di ristrutturazione della Fed. Ora arriva l’indagine penale del Dipartimento della Giustizia. Difficile credere che il presidente statunitense non ne sapesse nulla.