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Iran-Usa: Trump annuncia nuovi colloqui a Islamabad venerdì, ma Teheran non conferma e sequestra due navi

L’estensione del cessate il fuoco tra Iran e Usa non convince Teheran, che teme una trappola e chiede la rimozione del blocco nello Stretto di Hormuz. Crescono le tensioni interne e arriva il licenziamento del segretario della Matina Usa John Phelan

Iran-Usa: Trump annuncia nuovi colloqui a Islamabad venerdì, ma Teheran non conferma e sequestra due navi

Nuovo capitolo nella crisi tra Iran e Stati Uniti. Il presidente Donald Trump ha annunciato la possibile ripresa dei colloqui a Islamabad già domani, venerdì 24 aprile, ma da Teheran non è arrivata alcuna conferma. Sul terreno, intanto, la tensione aumenta: i Pasdaran hanno sequestrato due navi cargo e ne hanno colpita una terza nello Stretto di Hormuz, mentre nei giorni precedenti erano state fermate altre imbarcazioni, tra cui la Msc Francesca. Resta irrisolta la contraddizione di fondo: Washington parla di tregua ma mantiene il blocco navale, scelta che l’Iran considera una provocazione, denunciando il rischio di una trappola e minacciando “sorprese belliche”.

Alla vigilia del vertice dell’Unione europea a Cipro, i Paesi “volenterosi” si sono riuniti a Londra per discutere la riapertura di Hormuz. L’Italia ha pianificato l’invio di quattro navi insieme a Francia, Gran Bretagna, Olanda e Belgio, mentre gli Stati Uniti hanno rafforzato il blocco arrivando a ordinare a 31 navi di invertire la rotta o rientrare in porto, secondo il Centcom.

Il “balletto” di Trump tra apertura e minacce

La distanza tra dichiarazioni e realtà operativa resta però il tratto distintivo di questa fase del conflitto. Washington continua a parlare di dialogo e apertura negoziale, ma senza rinunciare al blocco marittimo, mentre Teheran risponde con azioni militari mirate e ribadisce la propria diffidenza verso una tregua ritenuta poco credibile. In questo contesto si inserisce il “balletto” comunicativo di Trump, che negli ultimi giorni ha alternato annunci di pace, proroghe della tregua, nuove ipotesi di colloqui e accuse dirette all’Iran, accompagnate da segnali di rafforzamento della pressione militare: per Teheran, infatti, il nodo non è solo il contenuto delle proposte, ma la loro coerenza nel tempo, con il rischio che ogni iniziativa diplomatica venga percepita più come una mossa tattica che come un reale percorso verso la de-escalation. 

Escalation nel Golfo: navi sequestrate e traffico bloccato

La tensione nello Stretto di Hormuz continua a crescere. Le forze iraniane hanno sequestrato due cargo accusandoli di violazioni, mentre una terza nave è stata colpita. 

Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno rafforzato il blocco marittimo, arrivando a deviare decine di imbarcazioni nella regione. Il risultato è un impatto diretto sui mercati energetici globali, con il petrolio tornato sopra i 100 dollari al barile e crescenti timori per la stabilità delle forniture. 

In questo contesto, lo Stretto resta il vero epicentro della crisi: chi lo controlla, controlla una quota significativa del commercio mondiale di energia.

Pressioni politiche su Trump e scontro a Washington

Sul piano interno americano emergono tensioni ai vertici militari. Il Pentagono ha annunciato che il segretario della Marina John Phelan ha lasciato l’incarico con effetto immediato, senza fornire spiegazioni ufficiali; al suo posto, ad interim, il vice Hung Cao. Secondo media statunitensi, Phelan sarebbe stato di fatto licenziato dopo mesi di contrasti con il capo del Pentagono Pete Hegseth, anche per i suoi rapporti diretti con Trump e per aver proposto modifiche alla flotta scavalcando la catena di comando.

La gestione del conflitto resta inoltre sotto pressione politica. La scadenza del primo maggio – che segna i 60 giorni dall’avvio formale delle operazioni – potrebbe costringere Trump a chiedere l’autorizzazione al Congresso. Il Senato, intanto, ha bocciato una nuova risoluzione sui poteri di guerra, con un voto trasversale che evidenzia divisioni in entrambi gli schieramenti.

Tra le notizie collaterali emerge anche la proposta dell’inviato di Trump, Paolo Zampolli, alla Fifa: sostituire l’Iran con l’Italia ai Mondiali 2026. Un’ipotesi motivata con ragioni diplomatiche, ma respinta da Teheran, che ha ribadito la propria partecipazione al torneo, mentre il presidente della Fifa Gianni Infantino ha confermato la presenza della nazionale iraniana.

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