Il connubio tra qualità e creatività, che caratterizza il “Bello e ben fatto” (BBF), è alla base delle produzioni di tessile e abbigliamento Made in Italy. Grazie all’alto livello di specializzazione produttiva, la dinamica esportativa dei beni BBF ha raggiunto il valore di 170 mld di euro nel 2024, con una crescita media nell’ultimo decennio del 7% annuo.
Il Sistema Moda resta un settore di rilevanza strategica per l’economia italiana, dove i grandi marchi italiani mantengono una posizione dominante, grazie all’immagine consolidata di prestigio e status symbol. Con un giro d’affari di quasi €100 mld prodotto da 53mila imprese (di cui 9.500 PMI), l’industria del tessile-abbigliamento produce €30 mld l’anno in valore aggiunto, contribuendo all’1,4% del PIL. A ciò si aggiungono altri €38 mld di impatto indiretto lungo le filiere coinvolte e poco meno di €9 mld di indotto, per un contributo complessivo al PIL del 3,9%. Il settore impiega 110mila persone, impiegati in larga parte nei trentasette distretti industriali che costituiscono la filiera.
Il settore, nei suoi tre comparti principali (tessile-casa, abbigliamento, calzature-pelletteria), presenta una spiccata vocazione all’export e, come da focus Sace, piazza l’Italia al terzo posto nel mondo per esportazioni tessili con una quota di mercato del 6% e un tasso di crescita medio annuo del +3,1%. Infatti, circa due terzi della produzione viene venduta all’estero, con punte dell’86% per la pelletteria. La moda contribuisce al 10% dell’export, per un valore complessivo di €62 mld. Tuttavia, per tutti i comparti l’ultimo anno è stato negativo (-4,8%), con una flessione particolarmente marcata per calzature e pelletteria.
La Francia è la prima destinazione delle vendite, con una quota di oltre il 14% grazie al ruolo di casa madre per diversi marchi di lusso che hanno sedi produttive nel Belpaese. Altri rilevanti partner sono Germania, Usa, Cina e Spagna ma vi sono diversi mercati meno presidiati dove le imprese italiane di moda possono cogliere nuove opportunità. In primis Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Corea del Sud, che apprezzano sempre di più qualità e pregio dei prodotti di alta gamma Made in Italy. Il Marocco, invece, è un rilevante produttore di tessile, dove l’interesse per la moda italiana è atteso crescere. Rabat può, inoltre, rappresentare un ponte strategico grazie alle partnership sotto il cappello del Piano Mattei. L’aumento del reddito disponibile e della classe media e una maggiore attenzione alla qualità sono i principali fattori di spinta della domanda in mercati emergenti come Thailandia e Brasile. Inoltre, con l’accordo UE-Mercosur, potrebbero crearsi ulteriori opportunità commerciali, grazie alla riduzione delle elevate tariffe a oggi in essere.
In questo contesto, la dinamica del settore sta scontando una fase di profonda trasformazione. La concorrenza del modello “fast-fashion”, basata sul consumo di capi di bassa qualità per una sola stagione e sulla revisione costante dell’offerta per intercettare le ultime tendenze, erode quote di mercato a un’industria italiana che fa dell’artigianalità e della durabilità la propria bandiera.
La rivoluzione digitale, inoltre, ha trasformato le fasi di produzione e i canali di vendita, aprendo nuove opportunità e mercati, ma creando anche sfide significative: dagli investimenti necessari, ingenti per realtà mediamente piccole, alla crescente concorrenza delle produzioni estere a minore valore aggiunto.
L’adozione di IA, Internet of Things e modellazione 3D rende i processi produttivi più efficienti, riducendo sprechi, tempi e costi. Tecnologie come blockchain e RFID migliorano tracciabilità e gestione dell’inventario, mentre l’analisi dei Big Data consente di sviluppare soluzioni innovative e prevedere andamenti di consumo. La stessa esperienza d’acquisto si sta evolvendo, grazie a strumenti digitali come camerini virtuali, specchi intelligenti ed Extended Reality, che integrano dimensione fisica e digitale.
Alle innovazioni si aggiunge una congiuntura complessa. Le tensioni commerciali hanno, da un lato, alzato le barriere all’ingresso negli Stati Uniti. Dall’altro, contribuiranno a intensificare gli effetti negativi della sovraproduzione cinese, mettendo a rischio gli sbocchi del Made in Italy in tutti gli altri mercati. Ecco allora che le produzioni italiane di tessile e abbigliamento godono, da un lato, della limitata elasticità della domanda al prezzo; ma dall’altra, dell’elevata diversificazione come importante fattore di adattamento.