Le violazioni dei cieli europei con droni riconducibili alla Federazione russa impongono misure urgenti che la Commissione Ue intende adottare nei prossimi giorni. L’ultimo episodio, l’altro ieri, all’aeroporto di Copenaghen a pochi giorni dal vertice dei capi di Stati e di Governo europei che si terrà nella capitale danese il 1° ottobre ha portato la Commissione europea a rilanciare la necessità di un ‘drone wall’ per proteggere i confini dell’Unione. “Gli ultimi attacchi in Romania, in Polonia, in Estonia e ora in Danimarca, hanno preso di mira quattro Stati membri ed è proprio per questo che lavoreremo su questo muro dei droni” ha detto un portavoce della Commissione.
Venerdì prossimo il Commissario Ue alla difesa, Andrius Kubilius, incontrerà i rappresentanti di sette Stati membri in prima linea, ossia: Estonia, Lettonia, Finlandia, Lituania, Polonia, Romania, Bulgaria oltre alla Danimarca. L’obiettivo è migliorare il rilevamento dei droni per definire la risposta una volta individuati. “Non possiamo aspettare che gli eventi ci colpiscano prima di agire: serve una volontà politica collettiva” sottolinea la Commissione, confermando che risorse già esistono, come i fondi del programma Safe (acronimo che sta per “Security action for Europe”, azione di sicurezza per l’Europa, con una dotazione di 150 miliardi per prestiti a tassi agevolati), con 43 miliardi già destinati alla Polonia e 17 alla Romania.
Programma Safe: che cosa prevede il regolamento
Ma il regolamento del programma Safe per gli appalti congiunti nella difesa prevede che ci sia tempo fino al marzo del 2026 per presentare i progetti ed è molto probabile che verranno finalizzati entro quella data solo contratti già in essere e non nuovi progetti. In un documento congiunto letto nella notte tra lunedì a martedi alla riunione informale dei ministri degli esteri della Ue a margine dell’assemblea generale delle Nazioni Unite a New York i Paesi nordici e baltici rilevano che “la difesa dei principi di sovranità, indipendenza e integrità territoriale sanciti dalla Carta delle Nazioni unite è una questione che riguarda tutti noi, non solo l’Ucraina. L’intera comunità internazionale deve chiedere alla Russia di porre fine alla sua guerra di aggressione”.
Il documento invita la comunità internazionale a isolare con maggior decisione la Federazione russa e la Bielorussia e a inasprire le sanzioni nei loro confronti al fine di limitare i proventi con cui viene alimentata la guerra in Ucraina. La dichiarazione ha inoltre invitato a difendere i valori della Carta delle Nazioni unite e ad opporsi al riconoscimento dei territori dell’Ucraina occupati dalla Russia. Una preoccupazione condivisa dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. “Mi ha preoccupato sentire la premier Mette Frederiksen parlare dei droni non identificati individuati nella zona dell’aeroporto di Copenaghen – ha scritto su X Costa – la Danimarca sa di poter contare sulla piena solidarietà dell’Europa. L’Ue dev’essere in grado di proteggere le sue infrastrutture critiche”.
Un tema, questo, che sarà al centro del vertice informale dei leader Ue a Copenaghen del primo ottobre: “Lavoreremo per rafforzare la nostra capacità di difesa comune europea” ha spiegato Costa. Nella lettera inviata ai 27 capi di Governo in vista del vertice di Copenaghen Costa spiega che “ci concentreremo su due temi: il rafforzamento della prontezza comune europea alla difesa e il potenziamento del nostro sostegno all’Ucraina”. Le recenti violazioni dello spazio aereo di Polonia e Romania da parte della Russia, osserva Costa, ci ricordano con forza che dobbiamo accelerare e intensificare i nostri sforzi.
La direzione di marcia è chiara, ossia rafforzare in modo decisivo la prontezza comune dell’Europa alla difesa entro il 2030. Negli ultimi mesi, scrive Costa “abbiamo intrapreso passi importanti per stimolare il fnanziamento della difesa, sostenere la nostra base industriale e impegnarci a compiere sforzi congiunti in materia di sviluppo delle capacità, in particolare per quanto riguarda una maggiore interoperabilità, gli appalti comuni e l’aggregazione della domanda, al fine di ottenere economie di scala. Questi lavori sono svolti in piena coerenza con la Nato e incentrati sui nove settori prioritari concordati a livello dell’Ue.
Se investiamo di più, dobbiamo parimenti investire in modo più efficiente e razionale, anche ricorrendo a strumenti comuni come Safe. Ogni euro dovrebbe rafforzare la nostra sicurezza comune e la nostra autonomia strategica. Si tratta anche di rafforzare l’industria europea della difesa, stimolare l’innovazione, accrescere la competitività e creare posti di lavoro”.
Allo stesso modo, dobbiamo fare tesoro degli insegnamenti della guerra in Ucraina, anche rafforzando la cooperazione con l’industria della difesa ucraina, attingendo dall’esperienza unica dell’Ucraina. È giunto, secondo Costa, il momento di “fare un balzo in avanti”. Per questo da Copenaghen dovranno uscire misure concrete a cominciare dalla possibilità di accelerare lo sviluppo congiunto di capacità e dal miglior uso del modello della “nazione guida” per i progetti prioritari per passare al sostegno del nostro fianco orientale e a una governance che garantisca una supervisione e un coordinamento politici efficienti, in particolare al fine di individuare le carenze in materia di capacità e misurare i progressi, anche mediante tappe intermedie. Difesa europea e Ucraina saranno poi al centro del successivo Consiglio europeo che si terrà a fine ottobre a Bruxelles e nel quale verranno formalizzati gli orientamenti dei 27.
Nel frattempo, come ha annunciato la stessa von der Leyen alcune settimane fa, l’intera disponibilità del piano Safe per finanziare l’industria della difesa europeo è stata sottoscritta dagli Stati. Si tratta, ha spiegato la presidente della Commissione di appalti congiunti per la difesa aerea e missilistica e per i droni. Nel nuovo bilancio dell’Ue è stata quintiplicata la spesa per la difesa e decuplicati i finanziamenti per la mobilità militare. Ma alla Commissione europea è stato chiesto di recente di trovare nuovi fondi da 1,5 miliardi di euro, concepito come iniezione di liquidità per l’industria della difesa dell’Unione. I dettagli del piano sono in fase di negoziazione tra la Commissione, il Consiglio dell’Ue e il Parlamento europeo. Ma secondo alcuni Stati 1,5 miliardi di euro promessi sarebbero solo “noccioline”.
Debito comune europeo per la difesa? La Danimarca frena
Infine una “doccia fredda” è giunta dalla presidenza danese sulla possibilità di creare (come proposto dal rapporto Draghi) debito comune per la difesa. Nell’ultimo Ecofin a Copenaghen la ministra dell’Economia danese, Stephanie Loser ha frenato sul progetto: “Abbiamo appena iniziato ad attuare il programma Safe – ha detto – e ritengo sia importante vedere come procede questo strumento. Sosteniamo lo strumento Safe, pensiamo sia già molto importante essere arrivati ad avere questo strumento”. “Non possiamo essere contenti finché c’è un potenziale di crescita non sfruttato”, ha osservato la Lose, “Per avere competitività – ha aggiunto – dobbiamo fare le cose insieme, a livello europeo, e ogni Stato membro deve farle a livello nazionale”.
Quanto al SAFE, uno dei pilastri del Piano ReArm Europe/Readiness 2030, progetto che punta a mobilitare fino a 800 miliardi di euro in quattro anni, all’Italia andranno 14,9 miliardi di euro dei 150 miliardi complessivi. Al primo posto spicca la Polonia, con 43,7 miliardi allocati, seguita da Romania (16,8), Francia e Ungheria, (con 16,2 miliardi ciascuna). Ora ogni Paese dovrà fornire un “piano dettagliato” (entro novembre) su come intende utilizzare i finanziamenti. A quel punto i valutatori esterni della Commissione Ue esamineranno i progetti affinchè rispecchino i criteri previsti dal regolamento Ue. Se tutto procede secondo i piani, il Consiglio europeo li approverà entro la fine dell’anno e i soldi inizieranno ad essere trasferiti agli Stati membri nel primo trimestre del 2026.
Gli appalti comuni dovranno concentrarsi su categorie di prodotti per la difesa in cui la produzione deve essere potenziata: munizioni e missili; sistemi di artiglieria; capacità di combattimento terrestre e relativi sistemi di supporto, comprese attrezzature per soldati e armi di fanteria; protezione delle infrastrutture critiche; questioni cibernetiche; mobilità militare. Ma anche: sistemi di difesa aerea e missilistica; capacità marittime di superficie e subacquee; droni e sistemi antidrone. Un aspetto chiave di Safe è la clausola di “preferenza europea” (Buy european) volta a incentivare la produzione europea e a ridurre la dipendenza da fornitori esteri.
Un’indicazione presa già alla lettera dalla Germania il cui nuovo piano di approvvigionamento militare prevede di indirizzare la massiccia campagna di riarmo principalmente verso l’industria europea, con solo l’8% destinato ad armi americane. Si tratta di un duro colpo per Washington che in sede Nato e di negoziati sui dazi commerciali ha fatto pressione sui Paesi europei affinché continuassero ad acquistare armi dagli Stati Uniti nonostante le turbolenze geopolitiche provenienti dalla Casa Bianca. Il piano di approvvigionamento della Germania prevede contratti per quasi 83 miliardi di euro nel corso del prossimo anno secondo quanto scritto nell’elenco, redatto per la commissione Bilancio del Parlamento tedesco con 154 importanti acquisti per la difesa tra settembre 2025 e dicembre 2026.
Gli unici progetti di grande valore con appaltatori americani sono circa 150 milioni di euro destinati ai siluri montati sugli aerei P-8A della Boeing e circa 5,1 miliardi di euro per i missili e i lanciatori di difesa aerea MIM-104 Patriot della Raytheon. Negli ultimi anni la Germania è stata uno dei maggiori acquirenti di armi per Washington. Tra il 2020 e il 2024 Berlino ha firmato con aziende Usa contratti di armamenti per un valore di oltre 17 miliardi di dollari, raggiungendo il record di 13,9 miliardi di dollari nel 2023 dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia rendendo la Germania una delle principali destinazioni mondiali per le esportazioni di armi statunitensi, insieme a Polonia e Giappone. Ora, invece, la Germania sembra concentrarsi sull’industria europea.