Povera Italia! La sostituzione etnica gli italiani se la stanno procurando da soli. Nel 2025 le nascite sono state 355 mila, con una diminuzione del 3,9% sul 2024, quando con 369.944 si era già toccato un record negativo. I decessi sono 652 mila, in calo dello 0,2%. Il saldo naturale (ovvero la differenza tra nascite e decessi) è risultato ampiamente negativo (circa -296 mila unità), peggiorato rispetto al 2024, quando risultò pari a -283 mila. Le immigrazioni dall’estero, 440 mila, pur diminuendo di 12 mila unità rispetto al 2024 (-2,6%), si mantengono solide, a conferma del notevole livello di attrattività del Paese. Scendono sensibilmente le emigrazioni per l’estero: 144 mila, ben 45 mila in meno rispetto all’anno precedente (-23,7%). In questo quadro, il saldo migratorio con l’estero resta non solo molto positivo (+296 mila) e tale da compensare – ne prendano buona nota i teorici della remigrazione – integralmente il deficit dovuto alla dinamica naturale, ma cresce anche di 33 mila unità sul 2024. In sostanza, siamo un Paese esportatore del Made in Italy, ma importiamo le braccia e le teste che lo producono.

Un’emergenza ignorata
Quando l’Istat comunica questi dati, “fanno notizia” per un paio di giorni, poi rientrano rassegnati nel dimenticatoio dell’opinione pubblica e della politica, come se fossero da attribuire a un destino cinico e baro. I demografi lanciano l’allarme, ma rischiano di fare la fine di Laocoonte e di non essere creduti. In questi ultimi giorni vanno segnalate due pubblicazioni dedicate all’inverno demografico che approfondiscono questi problemi: la prima è un’ampia recensione – pubblicata su Neodemos – di un saggio di Gianpiero Dalla Zuanna e Asher Colombo (Pochi bambini. Cinquant’anni di bassissima fecondità italiana, Il Mulino, 2026), che affronta la questione sul versante della denatalità; l’altra è un articolo di Gian Carlo Blangiardo, già presidente dell’Istat, pubblicato su Lisander, che si sofferma in particolare sul versante dell’invecchiamento. Neodemos prende le mosse da un angolo di visuale originale: la differenza fra fecondità desiderata e realizzata. Oggi, come vent’anni fa, gli italiani realizzano appena metà della fecondità che dichiarano di desiderare (tabella 1). È una proporzione molto più bassa rispetto a Paesi come la Francia, la Svezia, la Germania e gli USA. Le prime protagoniste della bassissima fecondità italiana sono state le coorti nate fra il 1940 e il 1960, che hanno progressivamente e drasticamente diminuito la proporzione con tre o più figli. Nelle coorti successive – nate fra il 1960 e il 1985 – i terzi e quarti figli sono rimasti pochi, ma sono invece aumentate le persone senza figli. Sembra essere questa la principale causa dello squilibrio demografico.
Questo incremento delle persone senza figli è, infatti, la vera novità della fecondità italiana e di tutti i Paesi ricchi del XXI secolo. Si tratta in grande maggioranza di persone senza figli per costrizione (childless), piuttosto che per scelta (childfree). Sono in aumento anche i giovani che consapevolmente non vogliono avere bambini, ma l’ostacolo maggiore alla genitorialità è la difficoltà a costituire una coppia stabilmente convivente, spesso a causa del basso reddito, della precarietà lavorativa, della difficoltà a trovare una casa. Coerentemente, le persone senza figli sono particolarmente numerose nel Mezzogiorno.
Le quattro cause della bassissima fecondità italiana
In media, oggi come ieri, gli italiani vorrebbero avere due figli. Le cause che impediscono a questo desiderio, maturato durante l’infanzia e l’adolescenza, di trasformarsi in fecondità effettiva sono di quattro tipi.
(1) A partire dagli anni Ottanta, l’Italia condivide con tutti i Paesi ricchi e con un crescente numero di Paesi poveri una drastica diminuzione della fecondità prima dei trent’anni, ascrivibile a modifiche radicali della condizione femminile. Entrare in unione, sposarsi e avere figli sono considerati un’importante ragione di vita per una larghissima maggioranza di uomini e di donne, ma per le donne tale aspirazione fatica a conciliarsi con altri obiettivi che sono divenuti primari: studiare, lavorare, fare carriera, trovare tempo per se stesse. E in Italia tale conciliazione è particolarmente complicata e si traduce in un ritardo particolarmente pronunciato nell’uscita dalla famiglia dei genitori e nell’ingresso nella prima unione.
(2) L’Italia condivide con gli altri Paesi a bassissima fecondità l’insufficiente recupero delle nascite oltre i trent’anni. Ciò in parte è ascrivibile alla struttura antropologica della famiglia a legami forti, che caratterizza l’Italia come gran parte dei Paesi a bassissima fecondità. La famiglia a legami forti, da un lato, sovraccarica le donne di impegni familiari e lavorativi, mentre il coinvolgimento maschile è ancora insufficiente; dall’altro – anche a causa di sistemi fiscali e di welfare poco favorevoli alle famiglie con figli minori – i genitori sono sovraccaricati di responsabilità per la riuscita sociale della prole. È il paradosso del familismo dell’Europa meridionale e dell’Asia sud-orientale: tanta famiglia, ma un solo figlio, o al massimo due, per massimizzare le loro chance di mobilità sociale ascendente, e ostacoli materiali e psicologici molto alti alla decisione di avere il primo figlio. Oggi in Cina, Taiwan, Singapore, Corea del Sud, Giappone, Thailandia, Spagna, Grecia, Portogallo… nascono meno di 1,3 figli per donna, proprio come in Italia. Questa bassissima fecondità si sta imponendo anche nell’America Latina (ad esempio in Cile, Portorico, Uruguay e Brasile meridionale), in altri Paesi asiatici (come in molti Stati indiani) e nei ceti più agiati dei Paesi africani.
(3) I figli costano sempre di più, in termini di tempo e di denaro. Nell’Italia del primo quarto del nuovo secolo sono le persone più ricche, più istruite, residenti nelle aree economicamente più dinamiche ad avere i mezzi per formare un’unione stabile e per avere un maggior numero di figli. Inoltre, il primo e il secondo figlio nascono più frequentemente all’interno di unioni in cui entrambi i partner lavorano stabilmente, e non più nella famiglia “classica” del Novecento, con l’uomo lavoratore e la moglie casalinga. A ben guardare, questo radicale cambiamento delle differenze di fecondità fra le classi sociali, invertendo tendenze che persistevano da più di un secolo, accende una luce sulla possibilità di un futuro incremento della fecondità italiana. Infatti, se il legame fra fecondità e benessere economico è diventato positivo, incrementi del benessere delle coppie in età fertile potrebbero tradursi in un aumento della loro fecondità.
(4) Non sono solo i vincoli economici a deprimere la fecondità. Anche una visione cupa del futuro che attende al varco le nuove generazioni trattiene molte persone dall’avere un figlio (in più). Non a caso, in questi ultimi quindici anni la fecondità è diminuita un po’ in tutto il mondo ricco, anche nei Paesi con un welfare familiare particolarmente generoso – come la Francia e la Svezia – che sono tuttavia ancora lontani dai bassissimi livelli della fecondità italiana.
Che fare?
Non c’è alcun meccanismo automatico che induca la ripresa della fecondità. Verosimilmente, senza cambiamenti di rilievo, anche nei prossimi anni in Italia la fecondità resterà molto bassa. Tuttavia, anche in Italia, la grande maggioranza dei giovani vorrebbe costruire nuove famiglie e avere più di un bambino, e sono specialmente gli ostacoli materiali a impedire a questo desiderio di divenire realtà. Quindi, la bassa fecondità non è un destino, ma le classi dirigenti dovrebbero mettere in cima alla loro agenda i giovani e le famiglie con figli, attivandosi di conseguenza, con politiche ampie e continuative, contratti di lavoro più attenti alla vita familiare, politiche abitative degne di questo nome. Se ciò accadrà, per le nuove generazioni i benefici ottenibili nel costruire un’unione e nell’avere un (altro) bambino potranno essere percepiti come maggiori rispetto agli oneri connessi all’essere genitori: un salto nella luce, piuttosto che un salto nel buio.
Nel suo saggio, Blangiardo si toglie qualche sassolino dalle scarpe, ricordando che quella della denatalità è una storia che viene da lontano. Già nel 1980 le nascite in Italia scesero sotto la «soglia Caporetto», ossia il dato del 1918 dopo la catastrofe militare dell’autunno 1917, ma il salto dalla conoscenza delle tendenze alle conseguenti azioni per orientarle e governarne gli effetti era ben lungi da stimolare interventi adeguati in risposta alle problematiche legate a una demografia già in evidente e crescente difficoltà. Anzi, a chi scrive piace ricordare ancora una volta che la riforma pensionistica del 1995 (la cosiddetta legge Dini, Treu, Cofferati), per fissare l’aliquota contributiva al 32,5%, sottrasse ingenti risorse all’aliquota riservata agli assegni familiari, un istituto previdenziale già ridimensionato con la riforma del 1988, che superò il carattere universalistico della prestazione e la sottopose a requisiti attinenti al numero dei componenti e al reddito delle famiglie.
Una società che guarda meno al futuro
Blangiardo chiama in causa il concetto e il confronto nel tempo del cosiddetto “patrimonio demografico”. E spiega: se dovessimo calcolare quanti ulteriori anni di vita competerebbero al totale degli attuali residenti in Italia, tenuto conto della loro dimensione numerica e della distribuzione per sesso ed età (al 1° gennaio 2025), ne ricaveremmo, sulla base delle aspettative di vita della tavola Istat più recente (anno 2024), un totale – per l’appunto il “patrimonio demografico” – di 2 miliardi e 286 milioni di anni-vita (38,8 pro capite). Ma ripetendo lo stesso calcolo con i dati di cinque anni prima (1° gennaio 2020 e la tavola Istat del 2019) si otterrebbero 2 miliardi e 361 milioni di anni-vita (39,6 pro capite): di fatto, in un quinquennio il “patrimonio demografico” del Paese ha perso 75 milioni di anni di futuro.
Inoltre, entrando nel dettaglio per fasce d’età, si può anche osservare come si sia accresciuto – dal 78,5% del 2020 all’82,1% del 2025 – il rapporto percentuale tra i futuri anni che verrebbero spesi in pensione (posto il 67° compleanno come età limite) e quelli, potenzialmente produttivi, da trascorrere in età attiva. Se poi si spostano a distanza di trent’anni i precedenti conteggi – operando in base alle previsioni Istat più aggiornate e a livelli di sopravvivenza 2024 immutati – il patrimonio demografico dei residenti in Italia al 1° gennaio 2055 risulta scendere a un miliardo e 877 milioni di anni-vita (-18%). Ciò significa conteggiare 409 milioni di anni di futuro complessivamente persi e, a livello pro capite, una riduzione di quasi quattro anni (dai 38,8 del 2025 ai 35,2 del 2055), con altresì un rapporto tra anni da spendere in quiescenza per ogni 100 in età da lavoro che si accresce di cinque punti percentuali (dall’82,1% all’87,2%).
L’Italia è ancora capace di investire?
E qui arrivano le domande del destino. Siamo dunque inevitabilmente destinati a diventare sempre più un popolo che subisce l’erosione del proprio futuro? Come dovremmo fare per mantenere o rimettere in sesto gli equilibri sociali ed economici del sistema Paese? Come intervenire, ove possibile, per favorire la propensione agli investimenti, così da stare al passo col progresso e garantire alla popolazione qualità della vita?
L’autore invita a riflettere ripercorrendo alcune fasi del nostro passato. Nel secondo dopoguerra, allorché si costruiva il “miracolo economico”, gli anni vissuti dagli italiani (la loro età media) erano 32 e quelli futuri – mediamente ancora da vivere alle pur meno favorevoli condizioni di sopravvivenza di allora – erano ben 9 in più (41 pro capite). Se dunque si può dire, con motivata soddisfazione, che da allora la durata media della vita (quella vissuta più la attesa) si è allungata di 13 anni – dai 73 del 1951 agli 86 del nostro tempo – dobbiamo anche prendere atto che oggigiorno il divario tra la strada percorsa e quella da percorrere si è invertito di segno: 47 anni mediamente vissuti a fronte di 39 ancora attesi (pro capite).
Si può dunque realisticamente pensare che un popolo già oltre la metà del cammino della vita (quand’anche mediamente) abbia mantenuto intatti gli stimoli a investire e a innovare? È lecito ritenere che si sia ancora orientati o disposti a guardare al futuro e a sacrificare, ove necessario, i consumi e il benessere del presente?
L’italiano “investitore” del secondo dopoguerra, pronto a mettere in campo energie e risorse al fine di costruire il domani (ricostruendo un Paese) per sé e i propri cari, è forse destinato a venir soppiantato dalla comoda figura dell’italiano “manutentore”?
Vivere di più, investire meglio: la nuova sfida dell’Italia
Dobbiamo renderci conto – sostiene Blangiardo – che l’orientamento a vivere nel presente, o anche solo nel breve periodo, rappresenta una resa improponibile, tanto per il singolo quanto per l’intera collettività.
Oltre al rilancio dei flussi che producono futuro (dalle nascite a un’immigrazione ben governata e auspicabilmente familiare), un’ulteriore efficace risposta potrebbe derivare dall’innalzamento della “qualità” degli anni residui, incentivando conoscenze, socialità, relazioni, impegno in ambito produttivo e/o di volontariato. Così facendo, il confronto tra i due totali di anni – quelli vissuti e quelli da vivere – non avrebbe lo stesso valore e, nel bilancio complessivo, il gap tra vita spesa e da spendere potrebbe anche annullarsi.
Ma la questione di fondo in una società che invecchia è: perché mai un sessantacinquenne di oggi, con 21,3 anni di vita residua – tavola Istat 2024, senza distinzione di genere – e con, per l’appunto, 65 di vita vissuta dovrebbe investire tempo ed energie nell’acquisire conoscenze e formazione, ad esempio nel campo delle nuove tecnologie informatiche o dell’IA?
Va da sé che, se fosse trentenne, potrebbe pensare a un ritorno di benefici prolungato per gli altri 54,1 anni mediamente attesi, ma alla sua età, con un’aspettativa inferiore alla metà di quanto ha già speso, ne varrebbe realmente la pena?
In questi casi la risposta può risultare positiva – secondo l’autore – solo se si ritiene che il costo dell’investimento sia inferiore al valore attualizzato dei vantaggi futuri, mettendo anche nel conto il bonus di vita residua che l’ulteriore allungamento della sopravvivenza potrà verosimilmente regalare.
In conclusione, è lecito immaginare che gli italiani di oggi e dei prossimi decenni, avendo esaurito l’entusiasmo giovanile del popolo della ricostruzione, potranno mantenere viva l’idea di investimento nel proprio futuro – e dare il loro contributo all’innovazione e allo sviluppo – solo se si avrà l’avvertenza di fornire, a un collettivo anagraficamente maturo, argomenti e occasioni per giudicare razionalmente conveniente la scelta di mantenersi attivi. Ciò sarà possibile unicamente se, attraverso gli strumenti della politica, della cultura, delle relazioni sociali, gli italiani verranno incentivati a vivere l’invecchiamento non come stagione del disarmo, ma come occasione per scoprire nuove opportunità e nuovi ruoli. Ovviamente – aggiungiamo noi – queste esigenze richiedono un prolungamento della vita attiva rispetto all’accesso al pensionamento.
