Dopo mesi di avvertimenti, il confronto sui data center esce dal terreno delle analisi e entra in quello delle decisioni politiche. Il Maine, lo stato più a nord-est degli Stati Uniti, ha approvato una moratoria temporanea sui nuovi grandi data center e potrebbe diventare il primo Stato americano a trasformare in legge il crescente scetticismo verso l’infrastruttura fisica dell’intelligenza artificiale. È un passaggio che pesa ben oltre i confini locali, perché arriva mentre negli Stati Uniti aumenta la pressione contro impianti accusati di consumare enormi quantità di elettricità e acqua, con possibili effetti sulle bollette delle famiglie, sulla rete e sull’ambiente.
La misura, già votata dal legislatore statale, congela per 18 mesi le autorizzazioni ai nuovi data center con fabbisogno superiore a 20 megawatt. Ora la decisione finale spetta alla governatrice democratica Janet Mills, chiamata a scegliere se firmare, porre il veto o lasciare che il provvedimento diventi legge senza firma.
Dagli allarmi del Wall Street Journal ai primi stop concreti
Il terreno era già stato preparato da una lunga serie di campanelli d’allarme, culminati pochi giorni fa nell’attenzione sollevata dal Wall Street Journal sul rovescio della medaglia della corsa all’intelligenza artificiale. Per far funzionare modelli sempre più potenti servono microchip costosi, capacità di calcolo crescente e soprattutto data center giganteschi, capaci di assorbire energia come intere città e di richiedere grandi volumi d’acqua per il raffreddamento. La nuova corsa all’oro dell’IA, insomma, rischia di schiantarsi contro un limite fisico prima ancora che tecnologico.
È qui che la vicenda del Maine assume un nuovo valore quasi “simbolico”. Per mesi il dibattito sui costi energetici, idrici e ambientali era rimasto sullo sfondo dell’entusiasmo per l’IA generativa. Adesso invece si traduce in un blocco preventivo, con uno Stato che decide di fermarsi per capire quanto questa espansione sia sostenibile davvero. Non è soltanto una questione ecologica. È anche una questione industriale, sociale e politica, perché il boom dei data center tocca direttamente il costo della vita e la tenuta delle infrastrutture.
Che cosa prevede il provvedimento del Maine
Il cuore della legge del Maine è la sospensione delle approvazioni per i nuovi data center sopra la soglia dei 20 megawatt fino all’autunno del 2027, secondo una delle formulazioni circolate nel dibattito, oppure per 18 mesi nella versione che accompagna il passaggio legislativo più recente. Durante questo periodo sarà istituito un consiglio di coordinamento incaricato di produrre raccomandazioni e linee guida per la futura politica statale sui grandi data center. Ne faranno parte funzionari pubblici, esperti e altri soggetti coinvolti, con il compito di studiare gli effetti sulla rete elettrica, sui prezzi dell’energia, sulla qualità dell’aria e sulle risorse idriche.
Il voto è stato trasversale. Il disegno di legge è passato alla Camera con 79 voti favorevoli e 62 contrari, mentre il Senato ha dato il via libera con 21 voti contro 13. È stata approvata anche un’altra misura che renderebbe i data center non idonei ad alcune agevolazioni fiscali per le imprese. Segno di un ulteriore cambio di approccio nei confronti di un settore che fino a ieri veniva presentato quasi esclusivamente come motore di investimenti e modernizzazione.
Perché cresce la resistenza contro i colossi digitali
Il nodo vero è il conto da pagare. I sostenitori delle restrizioni sostengono che i data center si siano espansi con una velocità superiore alla capacità della politica di regolarli, lasciando alle comunità locali poco spazio per capire impatti e contropartite. Le preoccupazioni si concentrano su quattro fronti. Il primo è l’assorbimento di elettricità, in un momento in cui la domanda legata all’IA continua a salire. Il secondo è l’uso dell’acqua per raffreddare gli impianti. Il terzo riguarda rumore, luce, emissioni e pressione sulle infrastrutture. Il quarto, politicamente forse il più esplosivo, è il rischio che i costi finiscano per scaricarsi sulle bollette domestiche.
Non sorprende dunque che la spinta a limitare o rallentare i progetti si stia allargando. Altri Stati stanno valutando misure analoghe, mentre a livello locale si moltiplicano referendum, proteste e richieste di maggiore trasparenza. In Pennsylvania si discute di limiti all’impatto dei data center sulle bollette elettriche. In Wisconsin la città di Port Washington ha approvato un referendum per imporre ai progetti più grandi il passaggio dal voto popolare. In Michigan, attorno al progetto Stargate di OpenAI, si è già visto quanto rapidamente una nuova infrastruttura possa trasformarsi in un caso politico. Secondo Data Center Watch, in poco più di un anno oltre 140 gruppi locali hanno contribuito a bloccare o ritardare investimenti per più di 60 miliardi di dollari.
La linea di frattura tra sviluppo e territorio
La moratoria del Maine, però, non racconta solo una ribellione ai colossi del tech. Racconta anche il conflitto tra la necessità di attrarre investimenti e quella di proteggere territori fragili. Nel Maine questo scontro è emerso con forza attorno al progetto previsto a Jay, su un ex sito industriale di una cartiera chiusa nel 2023. La governatrice Mills aveva chiesto un’esenzione per quel caso, sostenendo che il riuso di infrastrutture esistenti avrebbe avuto un impatto più contenuto sulla rete e sulle tariffe. I legislatori, però, hanno respinto l’eccezione.
Il caso è politicamente delicato. Jay è una piccola comunità rurale colpita dalla perdita di oltre 200 posti di lavoro dopo la chiusura della cartiera. I sostenitori del progetto sostengono che un data center insediato su quell’area avrebbe potuto riutilizzare un sito già industriale, consumare una quota minima dell’acqua un tempo usata dall’impianto precedente e generare nuove entrate fiscali. Per un territorio che fatica a trovare nuovi datori di lavoro, anche 100 posti sarebbero un risultato significativo. È il motivo per cui l’industria continua a battere sul tema della crescita, dei salari alti e delle entrate tributarie, accusando la moratoria di inviare al mercato il messaggio che il Maine sia “chiuso agli affari”.
Il banco di prova nazionale dell’intelligenza artificiale
La vicenda del Maine arriva in un momento in cui la regolazione dell’IA e delle sue infrastrutture è diventata un tema nazionale. L’amministrazione Trump spinge per evitare che gli Stati ostacolino la crescita del settore e ha già raccolto un impegno volontario delle aziende a sostenere i costi della nuova generazione elettrica necessaria ai propri impianti. Sul fronte opposto, cresce la richiesta di paletti più severi. Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez hanno presentato una proposta per fermare la costruzione di nuovi data center finché non sarà definito un quadro di sicurezza sull’IA. Altri parlamentari, di entrambi i partiti, si concentrano soprattutto sulla tutela dei contribuenti rispetto ai rincari energetici.
Per questo il Maine vale più di una legge statale. È il primo vero test politico della fase due dell’intelligenza artificiale, quella in cui l’entusiasmo per gli algoritmi incontra la materialità di cavi, acqua, corrente e consenso sociale. La domanda non è più soltanto quanto l’IA potrà crescere. La domanda, ormai, è chi pagherà il prezzo della sua corsa.
