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Crescita globale, come cambierà nel 2026: “I dazi e l’incertezza commerciale avranno effetti significativi”. Parla Warwick McKibbin

Intervista a WARWICK McKIBBIN (Crawford School of Public Policy e Peterson Institute for International Economics): “Molti Paesi stanno già formando nuove alleanze commerciali, la crescita resterà centrata sul mondo emergente e l’intelligenza artificiale cambierà la struttura dei mercati globali, rendendo ancora più rilevante la gestione dei mercati internazionali”

Crescita globale, come cambierà nel 2026: “I dazi e l’incertezza commerciale avranno effetti significativi”. Parla Warwick McKibbin

L’effetto dei dazi sulla crescita economica internazionale è diventato un argomento quasi marginale. Tuttavia, saranno i prossimi mesi di rilevazione il vero banco di prova della salute del nuovo assetto del commercio globale, soprattutto per l’economia europea, alle prese con molte questioni aperte, a partire dalla profonda crisi del settore automotive. Sul futuro dell’eurozona pesano, inoltre, le preoccupazioni legate all’ipotesi che la Cina, a causa dei dazi americani, possa spostare la propria overcapacity industriale verso il mercato europeo, con tutte le conseguenze del caso per un continente impegnato a riorganizzare la propria presenza industriale nel mondo.

Delle sempre più complesse variabili che potranno condizionare la crescita economica nel 2026, ne abbiamo parlato con Warwick J. McKibbin, direttore del Centre for Applied Macroeconomic Analysis (Crawford School of Public Policy) presso l’Australian National University di Canberra e Senior Fellow del Peterson Institute for International Economics.

I dazi cambieranno in modo sostanziale gli equilibri del commercio globale?

“L’imposizione dei dazi e l’aumento dell’incertezza commerciale avranno impatti economici significativi nel 2026. Nella nostra ricerca per il Peterson Institute for International Economics (si veda https://www.piie.com/publications/working-papers/2025/global-economic-effects-trumps-2025-tariffs), riscontriamo che gli effetti sull’inflazione emergono già nel primo anno, mentre i cambiamenti nell’attività economica si manifesteranno soprattutto nel 2026 e negli anni successivi. Il processo di riallocazione dei motori della crescita economica globale, già in atto nell’ultimo decennio dagli Stati Uniti e dall’Europa verso il mondo emergente, in particolare l’Asia, subirà un’accelerazione intensa come conseguenza delle politiche commerciali ed economiche statunitensi”.

Come si riallineeranno, dunque, le relazioni economiche internazionali nel prossimo futuro?

“Molti Paesi stanno già formando nuove alleanze commerciali. I benefici del commercio sono ben documentati dall’esperienza globale del Secondo dopoguerra, caratterizzata da una crescente integrazione commerciale e da una forte espansione economica. L’isolazionismo degli Stati Uniti potrebbe portare a una segmentazione del mondo in sfere d’influenza oppure favorire una maggiore integrazione globale, ma con un ruolo statunitense ridimensionato. Mi aspetto il secondo scenario: tuttavia, molto dipenderà da come Cina, India e Russia risponderanno al rapido mutamento dell’ordine globale in corso”.

Nel breve termine, qual è il rischio principale per l’economia mondiale?

“Vi sono numerosi fattori globali che potrebbero innescare una crisi economica, in parte a causa delle politiche erratiche degli Stati Uniti e in parte per l’accumularsi di diversi squilibri. In particolare, l’aumento dei livelli di indebitamento degli Stati, soprattutto del debito pubblico, unito al rallentamento della crescita economica, potrebbe provocare una crisi di fiducia. Anche i mercati azionari si posizionano già in un’area di “bolla”. Si tenga conto che le previsioni più ottimistiche sugli effetti dell’intelligenza artificiale sono già incorporate nelle valutazioni dei cosiddetti ‘Magnificent 7’”.

La Cina sta approntando contromosse significative su tariffe, esportazioni di materie prime e movimenti sui mercati dei capitali. Ma Pechino non vuole più limitarsi a essere solo la “fabbrica del mondo”…

“Pur rispondendo ai dazi statunitensi, la Cina continua a proclamare pubblicamente l’importanza di un sistema commerciale aperto. Allo stesso tempo, è ormai chiara la necessità che la domanda interna cinese diventi un motore della crescita economica, così come l’esigenza di affrontare gli squilibri del mercato immobiliare, riducendo la dipendenza dal commercio globale come principale fattore di sviluppo. Mi aspetto un riequilibrio della crescita verso i consumi domestici, pur mantenendo il sostegno al sistema commerciale”.

La galassia di medie e grandi potenze che gravita intorno al progetto Brics è sicuramente qualcosa di più di quello che un tempo si chiamavano “Paesi non allineati”. La sua visione?

“Le tendenze demografiche suggeriscono che il mondo emergente rimarrà l’epicentro della futura crescita della domanda globale. A condizione, però, che questi Paesi riescano a rafforzare la propria stabilità istituzionale e a consentire ai mercati di allocare il capitale sulla base delle performance economiche, piuttosto che del clientelismo politico. La riduzione dell’immigrazione negli Stati Uniti, con il calo della migrazione netta registrato già nel 2025, indica un’accelerazione del declino della loro dominanza relativa. La perdita di capitale umano che in precedenza sarebbe confluito negli Stati Uniti, ma che ora verrà reindirizzato verso altri Paesi, rafforzerà ulteriormente le tendenze di lungo periodo verso un riequilibrio della leadership economica globale a favore del mondo emergente”.

L’inasprimento commerciale tra Usa e Ue potrebbe avvicinare in qualche modo l’Europa alla Cina?

“È difficile, a mio avviso, immaginare che gli interessi politici consolidatisi in Europa si comportino in modo sostanzialmente diverso da quelli statunitensi nei confronti della Cina”.

Dall’Australia come si vede il futuro dell’Unione Europea? Troverà, come diceva Jean Monnet, la forza di proseguire nell’integrazione nei momenti di crisi?

“Riusciranno i Paesi europei a coordinare le proprie azioni? L’esperienza storica suggerisce che ciò sia improbabile in assenza di un forte shock. Forse la guerra in Ucraina, e l’attenuarsi del sostegno statunitense a Kiev, potrebbero fungere da catalizzatore per una maggiore cooperazione europea. La recente decisione di garantire finanziamenti all’Ucraina per due anni dimostra la volontà dell’Europa di agire come finanziatore di ultima istanza per la difesa ucraina. Un passo positivo per l’integrazione europea”.

Il mondo fuori dall’Europa che idea si sta facendo di questo nuovo ordine commerciale e di potere che si sta configurando dopo il Trump II?

“La maggior parte dei Paesi sta rapidamente cercando di rafforzare le proprie relazioni commerciali al di là degli Stati Uniti. È particolarmente evidente in Asia, con un ruolo di leadership assunto da Paesi come Singapore e Australia, che dipendono fortemente dall’apertura dei mercati globali”.

Abbiamo parlato di relazioni internazionali senza menzionare l’India. Quando la potenza indiana entrerà a pieno titolo nelle grandi questioni globali?

“Dal punto di vista demografico, l’India ha il potenziale per svolgere un ruolo chiave nell’economia globale nei prossimi decenni. Tuttavia, la trasformazione di questo potenziale economico in influenza geopolitica resta altamente incerta”.

La centralità del “modello americano”, in economia, nelle politiche valutarie, nel soft power, potrebbe declinare in tempi inaspettatamente rapidi?

“Gli Stati Uniti si stanno isolando dal sistema globale che le precedenti amministrazioni avevano contribuito a costruire. Sebbene la globalizzazione abbia prodotto benefici evidenti per gli Stati Uniti e per il mondo, ha anche generato costi significativi, in particolare per l’inadeguata gestione delle disuguaglianze che ne sono derivate. La lezione che emergerà, una volta che i costi delle politiche dell’attuale Amministrazione diventeranno evidenti, è che il problema principale del modello americano prima del 2024 non risiedeva nello sviluppo di istituzioni, mercati e apertura commerciale per stimolare la crescita, bensì nella mancanza di politiche capaci di accompagnare gli inevitabili aggiustamenti strutturali derivanti dal commercio e dal progresso tecnologico”.

Non abbiamo finora accennato agli effetti sugli equilibri economici derivanti dalla nuova frontiera tecnologica…

“Quest’ultimo aspetto diventerà ancora più rilevante se gli impatti previsti dell’intelligenza artificiale dovessero concretizzarsi. I politici statunitensi non potranno dare la colpa agli stranieri se gli Stati Uniti si troveranno isolati dal resto del mondo e dovranno affrontare un profondo cambiamento strutturale dovuto alle trasformazioni tecnologiche. Al contrario, l’accesso ai mercati globali aiuterebbe a rendere più graduale e meno traumatica la transizione causata da shock tecnologici di grande portata”.

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