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Bce, inflazione al 2% nel 2025 ma nel 2026 tornano i rischi: crescita più debole e prezzi incerti

Il rapporto annuale 2025 della Bce segna un punto di svolta per l’Eurozona, con inflazione tornata vicino al 2% e crescita migliore delle attese, ma le prospettive per il 2026 restano più caute. Il vicepresidente Luis De Guindos invita alla prudenza: “gli effetti della crisi si vedranno nel tempo”

Bce, inflazione al 2% nel 2025 ma nel 2026 tornano i rischi: crescita più debole e prezzi incerti

Il rapporto annuale 2025 della Bce restituisce l’immagine di un anno di svolta per l’Eurozona, in cui il rientro dell’inflazione verso il 2% ha segnato l’avvio di una fase di riequilibrio dopo gli shock degli anni precedenti. Come ha sottolineato la presidente Christine Lagarde nel presentare il documento, si è trattato di un passaggio decisivo: “l’inflazione è tornata all’obiettivo dopo i picchi del 2022”, grazie a una risposta di politica monetaria definita tra le più incisive della storia della Bce. Neppure i nuovi dazi commerciali introdotti dagli Stati Uniti sono riusciti a compromettere in modo significativo la ripresa, che ha mostrato una tenuta superiore alle attese. A pesare sul quadro complessivo restano però le tensioni geopolitiche, in particolare la guerra in Medio Oriente, che attraverso l’energia e la volatilità dei mercati continua a rappresentare un fattore di incertezza per le prospettive economiche dell’area euro.

Crescita e inflazione: le nuove stime Bce

Dopo aver riportato l’inflazione vicino all’obiettivo del 2% nel corso del 2025, la Bce si trova ora ad affrontare una fase più complessa. Le nuove stime dei previsori di Francoforte indicano un’economia meno dinamica del previsto: il Pil dell’Eurozona è atteso in crescita dell’1% nel 2026, in calo di 0,2 punti percentuali rispetto alle precedenti proiezioni, con un recupero solo graduale all’1,3% nel 2027 e nel 2028. Alla base di questo rallentamento, spiegano gli economisti della Bce, ci sono soprattutto i prezzi energetici più elevati e l’incertezza internazionale legata al nuovo shock geopolitico in Medio Oriente. Fattori che stanno frenando sia i consumi sia gli investimenti delle imprese.

Sul fronte dei prezzi, le previsioni sono state riviste al rialzo. L’inflazione complessiva è ora attesa al 2,7% nel 2026, al 2,1% nel 2027 e al 2% nel 2028, mentre anche l’inflazione “core” – quella depurata dalle componenti più volatili – resta su livelli più elevati nel breve periodo. Un segnale che indica come le pressioni sui prezzi non siano ancora del tutto rientrate.

Il 2025: inflazione sotto controllo e tassi in discesa

Il 2025 rappresenta comunque un anno chiave per la politica monetaria europea. La Banca centrale europea ha infatti centrato il risultato di riportare l’inflazione vicino al 2% dopo gli anni turbolenti segnati da pandemia, crisi energetica e guerra in Ucraina. Per contrastare l’impennata dei prezzi, tra il 2022 e il 2023 la Bce aveva alzato i tassi di interesse di 450 punti base, il rialzo più forte della sua storia. Una stretta che ha inciso su mutui, prestiti e consumi, ma che ha progressivamente riportato stabilità ai prezzi. Nel 2025, con l’inflazione in calo, Francoforte ha avviato una fase di allentamento monetario, riducendo i tassi di 100 punti base fino al 2% entro giugno.

Nel frattempo, l’economia dell’Eurozona ha mostrato una tenuta migliore delle attese, con una crescita dell’1,4%, sostenuta soprattutto dalla domanda interna e dagli investimenti in intelligenza artificiale, digitalizzazione e nuove tecnologie. Un nuovo shock, ha spiegato la presidente dell’Eurotower, è arrivato dagli Stati Uniti con l’introduzione di dazi, che ha aumentato l’incertezza. Tuttavia, l’impatto inflazionistico è stato contenuto grazie all’assenza di forti ritorsioni europee e all’apprezzamento dell’euro.

La sorpresa Italia: spread stabile e fiducia dei mercati

Nel 2025 l’Italia si è distinta come una delle sorprese positive dell’Eurozona sui mercati finanziari. Secondo la Bce, mentre i rendimenti dei titoli di Stato europei sono saliti per effetto dell’aumento della spesa pubblica, lo spread italiano ha mostrato una stabilità “inaspettata”. Il rendimento del Bund tedesco è aumentato di circa 40 punti base, mentre il Btp decennale italiano è rimasto “grossomodo invariato” rispetto alla fine del 2024. Un risultato che la Bce collega al consolidamento dei conti pubblici italiani e a una maggiore fiducia dei mercati. In contrasto, la Francia ha registrato pressioni al rialzo sui rendimenti a causa dell’incertezza politica e dei timori su possibili ritardi nel “consolidamento” fiscale.

De Guindos: “Situazione molto incerta, serve sangue freddo”

Durante l’audizione davanti alla commissione Affari economici del Parlamento Europeo, il vicepresidente della Bce Luis De Guindos ha definito l’attuale fase “molto incerta”, sottolineando il ruolo della guerra in Medio Oriente nel mantenere alta la volatilità dei mercati energetici. La Bce, ha ribadito, resta concentrata sul proprio mandato principale, ovvero la stabilità dei prezzi, e ha confermato la scelta di mantenere invariati i tassi di interesse nell’ultima riunione.

Nessuna accelerazione, quindi, né verso nuovi rialzi né verso tagli immediati. Secondo De Guindos, sarà necessario attendere ancora per valutare l’impatto reale del conflitto sull’economia europea: “Dovremo aspettare fino a giugno”, ha spiegato, invitando a mantenere “sangue freddo” in un contesto definito “estremamente complesso”. Lo shock attuale, ha aggiunto, è diverso da quello del 2021-2022, ma continua a rappresentare un rischio soprattutto attraverso i prezzi dell’energia e le possibili tensioni sull’offerta.

Villeroy: “Serve una massa critica di dati prima di agire”

Sulla stessa linea il governatore della Banque de France François Villeroy de Galhau, che ha ribadito la necessità di un approccio prudente alla politica monetaria. Secondo Villeroy, prima di qualsiasi eventuale rialzo dei tassi sarà necessario disporre di una “massa critica di dati”, con particolare attenzione a inflazione di fondo, salari e aspettative di famiglie e imprese. In altre parole, Francoforte vuole evitare reazioni affrettate e preferisce attendere segnali più chiari prima di cambiare rotta.

Buch: “Banche resilienti ma rischi in aumento con la crisi in Medio Oriente”

Sul fronte della vigilanza bancaria, la responsabile della Bce Claudia Buch ha ribadito che il sistema finanziario europeo “rimane resiliente”, pur avvertendo che questa solidità potrebbe essere messa alla prova. “Il conflitto in Medio Oriente si aggiunge a un contesto geopolitico già complesso”, ha spiegato, sottolineando le possibili ricadute su prezzi dell’energia, inflazione e crescita economica. Secondo Buch, le condizioni finanziarie si sono già irrigidite, “riflettendo il calo dei prezzi azionari e l’aumento dei premi per il rischio”, un’evoluzione che potrebbe pesare sugli investimenti, mettere sotto pressione la capacità dei debitori di rimborsare i prestiti e, in ultima analisi, incidere sulla stabilità delle banche europee.

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