Cinque anni fa, il 6 gennaio 2021, il Campidoglio degli Stati Uniti fu preso d’assalto da una folla di sostenitori di Donald Trump. Per la prima volta nella storia recente americana, una sessione congiunta del Congresso, convocata per certificare la vittoria di Joe Biden alle elezioni presidenziali del 2020, veniva interrotta con la forza. L’obiettivo era chiaro, e straordinariamente grave, per una democrazia consolidata come quella americana: impedire a un presidente eletto di assumere l’incarico.
Quel giorno non lasciò solo una ferita profonda nelle istituzioni: segnò l’inizio di una nuova era politica in cui Trump, rifiutando di riconoscere la sconfitta, incoraggiava la violenza contro il cuore del sistema democratico. L’assalto a Capitol Hill non fu una semplice manifestazione di rabbia: fu la messa in scena di un modello di potere fondato sulla negazione dei fatti, sull’impunità e sulla spettacolarizzazione della violenza politica.
Capitol Hill: elezioni sotto pandemia e delegittimazione del voto
Le elezioni del 2020 si svolsero in un contesto straordinario, segnato dalla pandemia di Covid-19. Per ridurre i rischi sanitari, molti Stati ampliarono il voto anticipato e per corrispondenza, opzione scelta da milioni di cittadini. Trump e il Partito Repubblicano temevano che queste modalità avvantaggiassero soprattutto gli elettori democratici.
Nonostante la maggior parte delle cause legali intentate da Trump e dai suoi alleati fosse respinta o ritirata, il tycoon continuò a denunciare brogli elettorali, schede contraffatte e software manipolati, senza fornire prove. Un copione già visto nel 2016. Il giorno dopo le elezioni, il 4 novembre 2020, Trump si dichiarò vincitore e definì il conteggio delle schede per corrispondenza una “frode contro il popolo americano”, consolidando un clima di sospetto che avrebbe alimentato la radicalizzazione dei suoi sostenitori.
Dalla contestazione alla radicalizzazione
Nei giorni successivi, alcuni repubblicani del Congresso contribuirono indirettamente a legittimare queste accuse, evitando di riconoscere apertamente la vittoria di Biden. Le preoccupazioni sull’integrità del voto furono poi utilizzate in diversi Stati per giustificare nuove leggi sull’“integrità elettorale”, accusate di favorire la soppressione del voto.
In questo contesto nacque il movimento “Stop the Steal”, creato su Facebook il 4 novembre 2020. In meno di 24 ore il gruppo raggiunse circa 320mila membri prima di essere chiuso per disinformazione e incitamento alla violenza. I sostenitori migrarono su altre piattaforme, organizzando manifestazioni e diffondendo teorie complottiste sempre più radicali.
Verso il 6 gennaio e l’assalto al Campidoglio Usa
Il 14 dicembre 2020 il Collegio Elettorale assegnò ufficialmente la vittoria a Biden, con 306 voti contro 232. Trump e i suoi alleati concentrarono allora l’attenzione sull’ultimo passaggio formale: la certificazione dei voti elettorali in Congresso, fissata per il 6 gennaio 2021. Alcuni consiglieri suggerirono erroneamente che il vicepresidente Mike Penceavesse l’autorità di respingere i voti elettorali. Trump iniziò a fare pressione pubblica su Pence e invitò i suoi sostenitori a radunarsi a Washington, pubblicando il celebre messaggio: “Be there, will be wild!”.
Durante un comizio vicino alla Casa Bianca, Trump ribadì le accuse di elezioni rubate, invitò Pence a bloccare la certificazione e incitò la folla a marciare verso il Campidoglio, esortando a “combattere come l’inferno”. Mentre il Congresso era riunito, una folla, comprendente membri dei Proud Boys, Oath Keepers, Three Percenters e sostenitori di QAnon, sfondò le barriere di sicurezza. Gli agenti di polizia furono sopraffatti e aggrediti con armi improprie e spray chimici.
Poco dopo le 14:00, i rivoltosi irruppero nell’edificio, vandalizzando uffici e saccheggiando sale, cercando esponenti politici, in particolare il vicepresidente Pence, evacuato in sicurezza. Deputati e senatori fuggirono o si nascosero; il Campidoglio fu sgomberato solo verso le 18:00. La maggior parte degli assalitori riuscì a fuggire senza arrestiimmediati. Durante la notte, il Congresso riprese i lavori e certificò ufficialmente la vittoria di Biden.
Vittime, processi e conseguenze: dalle incriminazioni alla grazia presidenziale
Il 6 gennaio 2021 lasciò dietro di sé ferite materiali e simboliche: circa 140 agenti furono feriti e i danni al Campidoglio superarono 1,5 milioni di dollari. Subito dopo, la Camera mise in stato d’accusa Trump per incitamento all’insurrezione, ma il Senato lo assolse poche settimane dopo. Nei cinque anni successivi, il Dipartimento di Giustizia condusse una delle indagini più vaste della storia americana, incriminando circa 1.600 partecipanti, tra cui leader dei Proud Boys e degli Oath Keepers condannati a pene severe. Trump stesso finì sotto indagine, ma nel 2024 due decisioni della Corte Suprema – sull’immunità presidenziale e sulla limitazione dell’uso del reato di ostruzione – indebolirono gran parte delle accuse e portarono alla revisione di centinaia di capi d’imputazione.
Dopo la vittoria elettorale del 2024, e con il suo insediamento a gennaio 2025, Trump concesse una vasta graziaincondizionata alla maggior parte degli imputati del 6 gennaio e commutò le pene dei leader estremisti, permettendo la loro immediata scarcerazione pur mantenendo i reati nel casellario giudiziario. All’inizio del 2026, quasi tutti i procedimenti federali legati all’assalto sono stati chiusi, consolidando un modello di impunità che ha lasciato un’impronta profonda sulla politica americana e sulla percezione internazionale degli Stati Uniti.
L’opinione pubblica resta divisa: alcuni considerano il 6 gennaio una protesta legittima, altri un attacco senza precedenti alla democrazia, facendo di quella data un monito sul valore della verità, delle istituzioni e del trasferimento pacifico del potere.
Trump il “pacifista”: dal Campidoglio alla politica estera
L’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 sembrava segnare il culmine più vergognoso dell’era Trump, ma in realtà rappresentò l’inizio di una nuova fase della sua leadership: dopo la vittoria nelle elezioni del 2024, il presidente Usa sembra sentirsi legittimato a governare sfidando la Costituzione, ignorando la verità e usando la forza contro chiunque osi contraddirlo – come dimostrano i tentativi di minare l’indipendenza della Fed e i frequenti scontri con Jerome Powell -, rivelando una versione di sé ancora più fuori legge rispetto al primo mandato.
Se Capitol Hill rappresentava il punto più basso della democrazia americana, a migliaia di chilometri di distanza Trump ha dimostrato che la stessa logica di forza e impunità guida la sua politica estera. Nel primo anno del suo secondo mandato, pur auspicando un Nobel per la pace per i suoi presunti sforzi a Gaza e in Ucraina, Trump ha guidato un numero record di operazioni militari: attacchi aerei e navali in Iran (Operazione “Martello di Mezzanotte”) contro impianti nucleari; ultimatum a Hamas e raid in Medio Oriente in collaborazione con Israele; pressione coercitiva su Zelensky in Ucraina, minacciando il taglio degli aiuti se non avesse accettato negoziati rapidi con Putin; escalation commerciale e militare verso Cina e Taiwan. Persino la Groenlandia, territorio sovrano della Danimarca, è stata evocata come obiettivo “strategico”. E il presidente non si è fermato: minacce sono arrivate anche verso Colombia, Cuba, Messico e Iran.
Forza e impunità: il modello di potere di Trump
Pochi giorni fa, il blitz in Venezuela ha confermato la strategia trumpiana: dietro la cattura di Maduro non c’era solo la lotta alla droga (che, diciamolo, era più un pretesto), ma motivazioni geopolitiche ed economiche. Il Venezuela, ricchissimo di petrolio e coltan, è un nodo strategico dove Pechino e Mosca avevano già piantato bandierine. L’operazione riafferma la supremazia americana, favorisce le compagnie statunitensi e, ciliegina sulla torta, funziona anche come diversivo dai problemi interni: dazi record, inflazione persistente, catastrofi naturali costate centinaia di miliardi, crescenti tensioni sociali e proposte di milizie armate statali, senza dimenticare l’affaire Epstein. Tutto questo si gioca anche in vista delle elezioni di metà mandato del 2026, con il Partito Repubblicano a rischio se il malcontento interno dovesse superare la retorica dei “successi” esteri.
In fondo, c’è una logica tutta trumpiana: usare la forza e l’impunità per dominare, intimidire e plasmare il mondo secondo il proprio ego. Azioni spettacolari e promesse grandiose si accompagnano a conseguenze globali imprevedibili, spesso catastrofiche. Parla di pace, ma lascia dietro di sé conflitti e sangue; promette sicurezza, e invece alimenta tensioni internazionali. Mentre il mondo osserva, a volte tra lo sconcerto e l’incredulità, Trump costruisce la sua eredità… e purtroppo qualcuno applaude.
