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“A House of Dynamite”: il film sulla minaccia nucleare che tutti dovrebbero vedere

“A House of Dynamite” (2025) di Kathryn Bigelow, in streaming su Netflix, è un film di grande apprensione che fa riflettere sul ruolo e sulla minaccia nucleare ai giorni nostri

“A House of Dynamite”: il film sulla minaccia nucleare che tutti dovrebbero vedere

“A House of Dynamite” (2025) di Kathryn Bigelow, in streaming su Netflix, è un film di grande apprensione: appena 19 minuti per fermare un un missile balistico intercontinentale di origine sconosciuta con testata nucleare diretto su Chicago.

Nel cast: Idris Elba (POTUS, Presidente degli Stati Uniti), Rebecca Ferguson (capitana Olivia Walker), Jason Clarke (Ammiraglio Mark Miller), Jared Harris (Segretario di Stato alla Difesa, Reid Baker).

La struttura narrativa del film è ciclica, alla maniera di “Rashomon”: gli stessi diciannove minuti vengono riproposti da prospettive differenti. Ogni segmento si concentra su un diverso centro decisionale — la Situation Room della Casa Bianca, il Comando Strategico, Fort Greely in Alaska e l’elicottero presidenziale. 

La regista inserisce inoltre frammenti rivelatori dell’umanità e delle emozioni dei protagonisti, colti nel momento in cui gli eventi precipitano con improvvisa violenza.

Bigelow è la prima regista donna ad aver conquistato due Oscar nelle categorie principali: “The Hurt Locker” (2009), dramma su una squadra di artificieri in Iraq, ottenne nove nomination e vinse sei premi, tra cui Miglior Film, Migliore Regia e Miglior Sceneggiatura originale. Dopo di lei, solo due donne hanno ottenuto l’Oscar alla regia: Chloé Zhao per “Nomadland” (2021), che vinse anche come Miglior Film, e Jane Campion per “Il potere del cane” (2022).

Non è la prima volta che Bigelow affronta la minaccia nucleare: nel 2002 aveva diretto “K-19: The Widowmaker”, un incidente al reattore di un sottomarino sovietico, interpretato da Harrison Ford e Liam Neeson.

I paragrafi che seguono contengono lievi anticipazioni sulla struttura e sui temi del film, senza comprometterne la visione o l’adrenalina.

E poi venne il nero

Al termine di “A House of Dynamite” si resta senza parole. Attoniti, congelati. Quando, nel climax della storia, lo schermo si oscura, ti aspetti ancora qualcosa. Invece arrivano — con una latenza che pare infinita — i titoli di coda.

L’unico commento possibile, che esce come un grido, anche solitario, è: “Come?… Mica può finire così?” E invece sì, finisce proprio così. La Bigelow ha ragione: non c’è nessun dopo, nessun segno, solo il nero pece. 

Siamo davvero in una casa di dinamite. La bocca è secca, i piedi freddi. Una sensazione non dissimile, seppur meno opprimente, la si prova al termine di Ecce homo l’ultima opera di Nietzsche prima del crollo mentale. 

Nell’ultimo capitolo del libro, “Perché sono destino”, il filosofo scrive: “Io non sono un uomo, sono dinamite.” Anche noi, più inconsapevolmente del grande pensatore avviato alla pazzia, siamo imbottiti dello stesso esplosivo. 

Che il nostro destino sia la dinamite? È ciò che la regista suggerisce con una secchezza, un’essenzialità e una logica implacabile: nessun avvertimento, nessuna preparazione, nessun “Giù la testa, coglione.” C’è. Ed esplode.

Una fragile massa critica

Ci sono oggi nel mondo oltre dodicimila testate nucleari. La metà si trova tra Stati Uniti e Russia, ma la geografia dell’apocalisse si è allargata: Cina, India, Pakistan, Israele, Corea del Nord. Ecco l’inquietante referto MRI.

La Cina ha raddoppiato il suo arsenale in cinque anni. La Russia testa missili e siluri a propulsione nucleare “con autonomia illimitata”. Negli Stati Uniti, l’amministrazione Trump ha riaperto la stagione dei test e intende fornire testate agli alleati (Canada, Giappone ecc.)

La logica è che tutta questa dinamite serve a evitarne l’uso, ma in questa massa compatta sepolta nei silos, nei sottomarini, nei server e nel codice, si può annidare l’errore: un malfunzionamento, un bug, una distrazione.

Il disastro non nasce da un gesto volontario, ma dalla perdita di controllo del sistema. Nessun sistema complesso è immune dal collasso: basta un evento casuale, non previsto, non testato, non proceduralizzato.

Ritengo che nessun “Pietro Micca”, al di fuori della finzione filmica o letteraria, abbia il fegato di accendere per primo la miccia. Forse neanche una divinità collerica, benché le storie distruttive non manchino nelle Scritture.

Come nel film di Kathryn Bigelow, contro l’imprevisto non c’è difesa sicura. C’è solo una sequenza di decisioni irreversibili, una corsa cieca e inutile della ragionevolezza contro il tempo, e poi, all’improvviso, il nero.

La dinamite di Nietzsche

Anche il pensiero è un ordigno dall’immenso potere distruttivo. Nietzsche se ne era convinto pienamente prima che la lucidità lo abbandonasse. Scrive in Ecce homo: “Conosco il mio destino. Un giorno il mio nome sarà associato a una crisi, […] un verdetto evocato contro tutto ciò che è stato finora creduto, preteso, santificato. Io non sono un uomo, sono dinamite”.

E forse è proprio quel pensiero fuori dallo schema, capace di far saltare in aria i confini del senso comune, che può ancora salvarci dal far detonare la nostra casa di dinamite. Dentro lo schema della deterrenza si esplode.

La “dinamite” di Nietzsche era un destino, una traiettoria di collisione e impatto con il pensiero dominante: quello codificato, insegnato, tramandato nella tradizione, per dirla con Bertrand Russell, della “filosofia “occidentale”.

Nietzsche demolisce la pia illusione che l’uomo possa controllare il proprio destino attraverso la morale, la religione. Allo stesso modo, è un’illusione credere di poter davvero controllare le forze immani che abbiamo scatenato.

In Al di là del bene e del male (1886), il suo invito al pessimismo operoso e attivo suona perentorio: negare i modi consolidati è un atto di buona volontà, l’unico modo per creare qualcosa di nuovo.

Scrive: “… come se da qualche parte venisse sperimentato un nuovo esplosivo, una dinamite dello spirito, forse una nichilina russa scoperta da poco” operando una crasi efficace tra nichilismo e nitroglicerina.

Dentro uno schema

Tutti i personaggi di “A House of Dynamite” si muovono dentro uno schema. I pochi che tendono ad uscirne sono marginali, irrilevanti, inutili. Sono tutti in una gabbia sistemica.

Con il suo ritmo adrenalinico, Bigelow ci trascina al cuore del problema: la minaccia nucleare non è solo un fatto politico o militare: afferisce alla condizione umana, alla dimensione esistenziale.

È uno stato collettivo quasi metafisico nella sua ipoteticità, un’inquietudine scacciata che però contagia tutti, dai decisori, ai militari, dai tecnici ai cittadini comuni.

L’illusione di poterla controllare è essa stessa parte del disastro. Chi si dice capace di poter governare l’evento, in realtà finisce per diventarne inevitabilmente prigioniero.

Forse un atto di “buona volontà” collettivo, un pessimismo attivo, per dirla con Nietzsche, potrebbe invertire la rotta e disinnescare la logica autodistruttiva che dimora in questo stato di cose.

L’implosione non fa ridere

Il parallelo inevitabile di “A House of Dinamite” è con “Il Dottor Stranamore” di Stanley Kubrick. Lì la follia era dichiarata, sferzata dal sarcasmo; qui è sistemica, gelida, amministrata.

Con Kubrick si sorrideva davanti all’assurdo della guerra; Bigelow, mezzo secolo dopo, raschia ogni ironia: “non c’è niente di che ridere”. Il suo film non è satira ma diagnosi: il sistema ha un senso fino al momento in cui implode.

I militari sono l’epidermide del sistema: non pensano, eseguono lo schema. Sono dei ventriloqui. Serrati nella loro logica, come gli analisti finanziari nei loro fogli di Excel, finiscono per essere strumenti del caos.

I tecnici, invece, confidano nelle procedure, nei dati e credono che il sistema sappia individuare ogni punto cieco. Ma quando il sistema fallisce miseramente, si scopre l’inganno: la tecnologia funziona solo a metà.

È come lanciare una monetina, dice il Segretario della Difesa. Non c’è un piano B, dice sconsolato il coordinatore della Situation Room. Rimane solo il “Libro nero” con le sue tre opzioni di ritorsione: selettiva, limitata e maggiore.

La miseria del potere

I politici sono sempre in ritardo, assenti, agiscono quando tutto è già accaduto. Negoziano nel nulla: vili e pusillanimi. E nel film brillano solo per la loro evanescenza e invisibilità. 

Da qui seguono spoiler.

Quando il ministro degli Esteri russo, a cinque minuti dall’impatto, riceve la proposta americana di astenersi da ogni reciproca ritorsione, risponde che deve consultare il suo Presidente. Ma i B-2 sono già in volo.

Il Segretario alla difesa degli Stati Uniti, conscio dell’inevitabile, compie una scelta estrema piuttosto che affrontare le conseguenze, una delle scene più significative e scioccanti del film.

E quando il Presidente degli Stati Uniti, una sorta di alter ego di Obama, a un minuto dall’impatto deve decidere sull’impensabile, non si è mai visto un uomo più spaventato e indeciso

Si riduce a chiedere consiglio prima al capitano di corvetta Robert Reeves, che lo accompagna sull’elicottero con il Libro nero dei piani di ritorsione. Ma il giovane è di poco aiuto: gli sciorina le varie opzioni, anche lui mummificato.

Sollecitato con impazienza dal Presidente a spiegargli le opzioni di ritorsione — come a un bambino di 9 anni — l’ufficiale risponde: “Io le chiamo al sangue, media e ben cotte. È macabro, lo so». E il Presidente “rende bene l’idea”.

Quindi il Presidente telefona alla moglie Grace, collegata via satellite dall’Africa orientale, da una riserva naturale tra Kenya e Tanzania, dove partecipa a una missione umanitaria e ambientale delle Nazioni Unite.

Ma cade la comunicazione, adesso è solo. Nessun di loro è un Mosè. “Preferisco il clangore al silenzio”, dice la capitana Olivia Walker dalla Situation Room della Casa Bianca. Anche noi lo preferiamo.

Fine spoiler

A essere maligni

A un certo punto, quando è ormai chiaro che l’obiettivo del missile è Chicago, mi sono chiesto perché Bigelow e lo sceneggiatore Noah Oppenheim abbiano scelto proprio questa città piuttosto che altri centri dell’America come Dallas o Miami.

A voler essere complottisti, ciò potrebbe suggerire qualcosa sull’identità del misterioso lanciatore del missile balistico. Chicago ha un forte valore simbolico nella geografia politica americana, irritante per un certo milieu politico.

E se Kathryn Bigelow — che ha avuto rapporti complessi con i conservatori di Washington, spesso critici delle sue scelte film — avesse voluto lanciare, lei, un razzo metaforico contro le loro espressioni più populiste? Può darsi. Ma questa, lo ammetto, è pura fantapolitica. O forse delirio interpretativo.

Buona visione!

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