Il prezzo del gas naturale continua a salire e, tra le preoccupazioni degli investitori per l’inflazione, sta addirittura superando il petrolio, a causa dell’esaurimento delle scorte soprattutto in alcuni paesi europei. Stamane il prezzo del gas quotato alla borsa di Amsterdam (Ttf, Title Transfer Facility) ha superato il livello di 75 euro per megawattora (MWh), più del doppio rispetto a un anno fa e raggiungendo il livello più alto dalla fine del 2022, quando l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte del presidente russo Vladimir Putin ha spinto l’Europa a interrompere ingenti forniture di gas russo tramite gasdotto. Secondo David Zhong, analista di Bloomberg, i prezzi del gas naturale in Europa sono solo all’inizio di una “zona di stress” e qualsiasi aumento superiore a 100 euro per megawattora avrebbe conseguenze più gravi per l’economia.
Il gas ha superato il petrolio nel livello di timori per l’inflazione
Il continente ora dipende maggiormente dal gas naturale liquefatto (Gnl) rispetto al periodo dell’ultima crisi energetica del 2022, ma le spedizioni dal Golfo Persico rimangono pressoché ferme. Il gas svolge un ruolo centrale nell’economia della regione, rappresentando il 21% del mix energetico dell’UE e tra il 25% e il 35% per il Regno Unito. Gli operatori di mercato dicono che il gas rappresenta ora il rischio energetico maggiore per le prospettive dei tassi di interesse europei e britannici, anche se i prezzi rimangono ben al di sotto dei massimi raggiunti dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Lo Stretto di Hormuz rappresenta in genere circa il 20% dell’offerta globale di Gnl e, a differenza del petrolio, non esistono rotte alternative per trasportare il gas al mercato, né riserve strategiche sufficienti a compensare l’eventuale carenza. Gli strategist di Rbc Capital Markets, hanno scritto in una nota che “sta emergendo una potenziale crisi energetica nei mercati del gas“, con “un impatto sull’inflazione molto più ampio rispetto al petrolio”.
Secondo i dati di Kpler, le esportazioni di Gnl dal Golfo, principalmente dal Qatar ma anche dagli Emirati Arabi Uniti, sono diminuite di oltre l’85% tra marzo e agosto rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. È probabile che l’interruzione persista fino alla fine dell’anno, poiché il traffico marittimo attraverso Hormuz rimane limitato. QatarEnergy ha già informato i principali clienti di aver esteso la sospensione per forza maggiore delle consegne di Gnl fino all’inizio di novembre.
Tuttavia, il mercato globale del Gnl è stato sostenuto dalla rapida crescita della produzione in altre parti del mondo, in particolare negli Stati Uniti e in Canada. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, la produzione di Gnl al di fuori del Golfo è cresciuta del 18%, ovvero di circa 27 miliardi di metri cubi, nell’anno conclusosi a fine giugno, compensando all’incirca il 75% delle perdite provenienti dal Medio Oriente. Ciò contribuisce a spiegare perché i prezzi, pur rimanendo a livelli elevati, restano ben al di sotto dei picchi straordinari raggiunti durante la crisi energetica del 2022, quando i prezzi di riferimento del gas in Europa superarono brevemente i 300 euro per MWh.
A causa dell’aumento dei costi energetici, l’inflazione nell’area euro ha accelerato raggiungendo ad agosto il livello più alto degli ultimi quasi tre anni, attestandosi al 3,3%, il che ha spinto i mercati a scommettere su un rialzo dei tassi di interesse da parte della Banca Centrale Europea questa settimana e su un ulteriore aumento entro la fine dell’anno.
La competizione con l’Asia
Tuttavia, dato il contesto attuale, il rischio di rialzo ai livelli attuali è enorme. In effetti ora i governi europei non sono nella situazione di ripetere i massicci programmi di sussidi varati dopo lo shock del 2022. Secondo le stime di Bruegel, la spesa europea per il gas ha raggiunto i 117 miliardi di euro nel 2025, nonostante i consumi siano rimasti circa il 17% al di sotto dei livelli pre-crisi.
La crisi di approvvigionamento ha inoltre scatenato una feroce competizione tra Europa e Asia. Un’estate torrida in gran parte dell’Asia ha fatto impennare la domanda di energia e raffreddamento. Di conseguenza, grandi quantità di gas che normalmente sarebbero state destinate all’Europa sono state invece dirottate verso est durante i cruciali mesi estivi, compromettendo gravemente gli sforzi europei per riempire la loro vasta rete di stoccaggio sotterraneo in vista della stagione invernale del riscaldamento.
Scorte europee al lumicino. Ma Italia e Polonia sono le più virtuose
Secondo i dati di Gas Infrastructure Europe, i depositi di gas europei sono attualmente pieni al 66% circa, il livello più basso per questo periodo dell’anno negli ultimi 15 anni e circa 12 punti percentuali al di sotto del livello dell’anno scorso. In genere, le scorte raggiungono il picco all’inizio di novembre. Nel 2025, hanno toccato il massimo dell’83%, ovvero circa 85 miliardi di metri cubi. Quest’anno, secondo le stime di ROI, è probabile che i livelli di stoccaggio raggiungano un picco di solo il 70-75%. La situazione diventa ancora più preoccupante se si esaminano i singoli paesi. La rete di stoccaggio in Germania, la più grande d’Europa, è piena solo al 54%. Stamane Ines, l’associazione tedesca dell’industria dello stoccaggio del gas, ha detto che i siti di stoccaggio del gas tedeschi possono raggiungere al massimo il 77% della capacità entro il 1° novembre, ma ciò significherebbe comunque carenze se questo inverno fosse estremamente freddo. Gli impianti di stoccaggio in Belgio e nei Paesi Bassi, che sono collegati direttamente al mercato del gas del Regno Unito tramite gasdotti, si attestano rispettivamente al 51% e al 45%. In cima alla lista dei virtuosi Italia e Polonia con l’80% di scorte in deposito. Il Paese, sebbene fuori dall’Ue, più a rischio appare il Regno Unito con scorte tra le più basse in Europa. Anzi, sulla base dei dati di questa settimana, Chris O’Shea, amministratore delegato di Centrica, società proprietaria di British Gas, sottolinea che la Gran Bretagna praticamente non dispone “di gas in stoccaggio” per il prossimo inverno. La Commissione europea ha dichiarato la scorsa settimana che, nonostante i bassi livelli di stoccaggio, il blocco non corre alcun rischio immediato, per garantire l’approvvigionamento quest’inverno. Tuttavia affrontare l’inverno con scorte a livelli così bassi farà aumentare ancor più i prezzi del gas in tutta l’area euro, secondo gli analisti.
I titoli energetici si sono mossi al rialzo, ma restano ancora economici
L’investimento azionario più diretto consiste nel puntare su società che producono direttamente gas naturale, come Equinor, TotalEnergies o BP. L‘indice energetico europeo ha già registrato una forte crescita nel 2026, guadagnando oltre un terzo e diventando il settore con la performance migliore. Oggi il Stxe 600è a 547,96 euro in rialzo del 0,49%, ma nell’ultimo mese è salito del 3,7%. Sebbene si possa pensare che il rialzo dei prezzi del gas siano già scontati, alcuni analisti osservano che il settore è in realtà molto più economico rispetto all’inizio dell’anno. Poiché gli utili sono stati gonfiati dai prezzi elevati dell’energia, il rapporto prezzo/utili è sceso da 15 a 9,6 volte gli utili, un calo considerevole che rende tali titoli ancora attraenti, secondo gli analisti.
Anche altri titoli focalizzati sulle materie prime, come quelli delle società minerarie, sono generalmente monitorati come indicatori indiretti dell’inflazione. Finora, l’indice europeo delle risorse di base (oggi in rialzo dell’1%, ma con un guadagno di oltre il 4% nell’ultimo mese) ha quasi seguito l’andamento del settore energetico, crescendo di circa il 30% da inizio d’anno. Invece le utility sono rimaste molto indietro, sebbene con una performance molto eterogenea, con Endesa e Rwe in testa e società come Centrica e Italgas a trascinarle al ribasso.
