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OpenAI propone il 5% al governo Usa: Sam Altman strizza l’occhio a Trump per allentare la pressione di Washington

Secondo il Financial Times, il ceo di OpenAi avrebbe proposto che anche i principali sviluppatori americani di intelligenza artificiale cedano una quota analoga al governo degli Stati Uniti

OpenAI propone il 5% al governo Usa: Sam Altman strizza l’occhio a Trump per allentare la pressione di Washington

OpenAI avrebbe messo sul tavolo una proposta inedita anche per gli standard della Silicon Valley: cedere al governo degli Stati Uniti una partecipazione del 5% nella società. L’iniziativa, secondo quanto riportato dal Financial Times, avrebbe l’obiettivo di ridurre la crescente pressione politica su Washington e di aprire un nuovo modello di condivisione dei benefici economici dell’intelligenza artificiale.

La proposta arriva in una fase in cui l’AI è ormai considerata un’infrastruttura strategica globale, centrale per crescita economica, sicurezza nazionale e competizione geopolitica. In questo scenario, la società guidata da Sam Altman – ceo di OpenAI e sviluppatrice di ChatGpt –  sarebbe valutata circa 852 miliardi di dollari, rendendo la quota del 5% un pacchetto potenziale da circa 42,6 miliardi.

Secondo FT, Altman avrebbe discusso l’idea direttamente con il presidente Donald Trump e con figure chiave dell’amministrazione statunitense, tra cui il Segretario al Commercio Howard Lutnick e il Segretario al Tesoro Scott Bessent. Cnbc aggiunge che il dialogo tra OpenAI e la Casa Bianca su una possibile partecipazione pubblica nel capitale delle aziende AI sarebbe in corso almeno dall’inizio del 2025.

Una proposta estesa alle principali aziende AI

L’elemento più rilevante è che il piano non riguarderebbe solo OpenAI. Il progetto discusso con l’amministrazione Trump prevederebbe infatti un meccanismo più ampio, attraverso il quale il governo statunitense potrebbe detenere una partecipazione del 5% nelle principali aziende americane di intelligenza artificiale. In questo schema potrebbero rientrare anche colossi come Google e Meta, tramite un veicolo pubblico dedicato. L’ipotesi si avvicina a una forma di partecipazione statale sistemica nell’industria AI, anche se resta aperto un punto cruciale: la reale disponibilità delle aziende ad accettare un modello che introduce lo Stato all’interno del capitale privato del settore.

Secondo ulteriori ricostruzioni, il piano richiamerebbe il modello del Permanent Fund dell’Alaska, un fondo sovrano che investe risorse pubbliche e distribuisce i rendimenti ai cittadini. In questo contesto si inserisce anche un dibattito politico sempre più acceso: il senatore Bernie Sanders avrebbe avanzato ipotesi ancora più radicali, con quote pubbliche fino al 50% nelle principali aziende AI, segnalando come il tema della proprietà e della redistribuzione della ricchezza tecnologica stia diventando sempre più centrale nel confronto politico americano.

Pressioni regolatorie e sicurezza nazionale

La proposta si inserisce in un contesto di crescente attenzione del governo Usa verso l’intelligenza artificiale, considerata ormai una tecnologia strategica ma anche un potenziale rischio in termini di sicurezza e cybersecurity. Le autorità statunitensi stanno infatti rafforzando i controlli sui modelli più avanzati e valutando le implicazioni della competizione con la Cina, dove i modelli open source stanno rapidamente colmando il divario tecnologico grazie a costi inferiori.

Recentemente Anthropic ha modificato l’accesso ai suoi modelli avanzati per motivi legati alla sicurezza nazionale, dopo indicazioni delle autorità federali. Parallelamente, Washington ha rivisto alcune restrizioni su nuovi modelli AI, ampliandone la distribuzione dopo interlocuzioni con le aziende coinvolte. Il dibattito si inserisce in una fase di forte accelerazione tecnologica, con investimenti massicci in data center e infrastrutture che stanno ridisegnando gli equilibri economici globali.

Il nodo politico: chi deve beneficiare dell’AI?

Dietro la proposta si apre però una questione più ampia, che va oltre la sola governance del settore: chi deve beneficiare dei profitti dell’intelligenza artificiale?

OpenAI e Anthropic stanno valutando scenari di quotazione futura con valutazioni che potrebbero avvicinarsi o superare i mille miliardi di dollari, alimentando il dibattito sul rischio di una concentrazione estrema della ricchezza nelle mani di pochi attori tecnologici.

In questa direzione si inserisce anche una precedente proposta di OpenAI: la creazione di un “fondo di ricchezza pubblica”, pensato per convogliare parte dei profitti dell’AI verso la collettività, con l’obiettivo di ridurre il divario tra chi beneficia direttamente della rivoluzione tecnologica e chi ne resta escluso.

Il ruolo del governo Usa e il precedente di Intel

Il presidente Donald Trump ha più volte espresso apertura verso l’idea di una partecipazione diretta dello Stato nelle grandi aziende tecnologiche, anche attraverso un possibile fondo sovrano che redistribuisca parte dei profitti ai cittadini.

L’amministrazione statunitense ha già adottato un approccio simile in alcuni settori strategici, investendo in aziende come Intel e altre realtà legate a semiconduttori, minerali critici e tecnologie emergenti. Nel caso di Intel, il governo avrebbe ottenuto una partecipazione del 10% dopo un investimento da 8,9 miliardi di dollari.

E proprio qui si concentra il punto più delicato: una proposta nata per “redistribuire i benefici dell’AI” rischia di trasformarsi, a seconda degli sviluppi, nel primo vero esperimento di co-gestione politico-economica delle piattaforme che stanno definendo la nuova infrastruttura digitale globale.

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