Continua l’agitazione nello storico Washington Post, che volta pagina nel pieno della sua crisi più profonda. Will Lewis ha rassegnato le dimissioni da amministratore delegato ed editore del quotidiano di proprietà di Jeff Bezos, a pochi giorni dall’annuncio di un piano di licenziamenti che ha colpito circa 300 dipendenti, pari a quasi un terzo dell’organico. L’uscita di scena è immediata e arriva dopo settimane di tensioni interne, tra proteste del personale e un’ondata di critiche senza precedenti.
A comunicare la decisione è stato lo stesso giornale. Lewis ha spiegato di aver scelto di farsi da parte “per garantire un futuro sostenibile al Washington Post“, scrivendo allo staff che, dopo due anni di trasformazione, “è il momento giusto” per ritirarsi. Arrivato all’inizio del 2024 su incarico di Bezos, il manager aveva il compito di rilanciare la testata e interrompere una lunga stagione di perdite e calo dei lettori. Il bilancio del suo mandato resta però appesantito dai conti in rosso e da una ristrutturazione drastica che ha finito per aprire uno scontro frontale con la redazione.
Le critiche e la frattura con la redazione
I licenziamenti hanno scatenato una reazione durissima dentro e fuori dal giornale. Dipendenti ed ex dipendenti hanno contestato il piano di tagli, descritto da molti come uno smantellamento della storica macchina editoriale del Post, capace di colpire identità e missione della testata. A dare voce al disagio è stato anche Marty Baron, direttore del Washington Post dal 2012 al 2021 e in precedenza alla guida del Boston Globe, dove supervisionò l’inchiesta sugli abusi sessuali nell’arcidiocesi di Boston premiata con il Pulitzer. Baron ha definito quella dei tagli “una delle giornate più buie nella storia di una delle più grandi testate giornalistiche del mondo“, una frase diventata il simbolo del trauma vissuto dalla redazione.
Il dopo Lewis e la sfida della continuità
Con effetto immediato, Lewis sarà sostituito da Jeff D’Onofrio, direttore finanziario del Washington Post dallo scorso anno. Una scelta che punta alla continuità gestionale in una fase delicatissima, in cui il giornale è chiamato a dimostrare di poter reggere l’urto dei tagli senza perdere credibilità e influenza.
A soli tre giorni dal maxi piano di licenziamenti, l’uscita di scena di Lewis apre così un nuovo capitolo della crisi del Post. Chissà se la cura drastica imposta alla redazione sarà sufficiente a rimettere in equilibrio i conti senza intaccare l’anima e il ruolo storico del giornale.
