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Ecco perchè in Turchia frenano consumi e investimenti

Il Paese presenta una posizione esterna vulnerabile a causa dell’elevato deficit corrente, della forte dipendenza dagli IDE e della bassa copertura di fabbisogno esterno e importazioni garantita dalle riserve valutarie.

Ecco perchè in Turchia frenano consumi e investimenti

Come indicato da Intesa Sanpaolo, nella prima metà del 2014 l’economia turca ha mantenuto un passo tendenziale di crescita complessivo attorno al 4%, in linea con quanto visto nella seconda metà del 2013. Tuttavia le statistiche più recenti evidenziano un possibile contenuto rallentamento. Nel primo semestre di quest’anno la dinamica del PIL è stata sostenuta dalla spesa pubblica e dal commercio estero, mentre sia i consumi, penalizzati dall’impatto negativo sul reddito disponibile dell’accelerazione dell’inflazione, sia gli investimenti, particolarmente sensibili alla dinamica del tasso di cambio alle condizioni finanziarie e all’incertezza sulle prospettive dell’economia, hanno rallentato. Le esportazioni sono balzate dell’11,4%, beneficiando dell’ampio deprezzamento della moneta, mentre le importazioni, a causa della debole domanda di beni macchinari e impianti, si sono quasi fermate (+0,8 contro +9,3%).

Dal lato dell’offerta, nel primo trimestre 2014 si è registrata, rispetto all’anno precedente, un’accelerazione della produzione manifatturiera (da +3,8% a +4,9%), con la produzione di veicoli a motore che è aumentata del 16,8% nei primi tre mesi e del 17,5% nel primo semestre. Anche la crescita dei servizi ha accelerato al 5,4%, dal 4,7% nel 2013, spinta da finanziari e altri servizi professionali. La produzione agricola e pesca, che ha un peso ancora elevato nel PIL (9,2%) se paragonato a quello di altre economie emergenti che hanno raggiunto un buon grado di sviluppo, ed è focalizzata sui cereali (frumento, orzo, grano), barbabietola da zucchero, frutta (noci e mele), verdura e carni (bianche e rosse), ha registrato un tasso di crescita del 3,9%, superiore al +3,1 dell’intero 2013. L’attività di costruzione ha invece rallentato (al 5,2% dal 7,1% nel 2013).

Gli indicatori congiunturali prospettici segnalano tuttavia un possibile rallentamento del passo di crescita. Il PMI manifatturiero, dopo essere cresciuto per sette mesi, portandosi a 53,4 a febbraio, è successivamente sceso e sia a giugno che a luglio era sotto il valore critico di 50, segnalando per il settore una fase di contrazione dovuta principalmente alla debolezza degli ordinativi. Ad agosto il PMI manifatturiero è rimbalzato a 50,3, spinto dalla ripresa degli ordini dall’estero. L’indicatore della fiducia dei consumatori, dopo aver recuperato dai minimi di febbraio (69,2), dovuti alla debolezza della moneta e all’ampio rialzo dei tassi d’interesse, sino a salire a 78,5 ad aprile, nei mesi successivi ha ritracciato, portandosi a 73,2 ad agosto. Di riflesso il tasso di espansione del credito al consumo è sceso al 9,4% a luglio 2014 dal 24,5% a gennaio.

L’economia turca ha una posizione esterna particolarmente vulnerabile a causa dell’elevato deficit corrente, della forte dipendenza dai flussi di capitali dall’estero, dato il contenuto tasso di risparmio domestico, e della bassa copertura del fabbisogno esterno e delle importazioni garantita dalle riserve valutarie. L’inflazione è elevata e negli ultimi anni l’obiettivo inflazione è stato costantemente superato. La Banca Centrale, tornando a tagliare di recente i tassi nonostante l’inflazione elevata, ha prestato il fianco all’obiezione di scarsa volontà di resistere alle pressioni di natura politica. Inoltre, la Turchia presenta una limitata sofisticazione nelle produzioni domestiche (il 75% delle esportazioni riguarda prodotti agricoli e manifatturieri a medio e basso contenuto tecnologico) e attrae relativamente pochi investimenti diretti esteri (il rapporto IDE/PIL, pari all’1,7% negli ultimi dieci anni, è basso se paragonato ad altri Paesi emergenti).

Rispetto alle previsioni di inizio anno, le prospettive di crescita sono migliorate negli ultimi mesi con il rientro delle tensioni finanziarie e valutarie, i tagli dei tassi d’interesse dopo la fase turbolenta di aumenti di inizio anno e il più favorevole clima politico interno. L’accelerazione dell’inflazione e l’elevato indebitamento di famiglie e imprese costituiscono tuttavia un freno alla domanda interna di consumatori e investitori. Nel breve periodo la spinta all’economia continuerà a venire dalla spesa pubblica e dalle esportazioni, sostenute dal recente deprezzamento della moneta. L’export potrebbe però risentire delle tensioni che stanno interessando l’Iraq (secondo principale mercato con una quota di esportazioni pari all’8%) e la Russia (al quarto posto con una quota vicina al 5%) e dal rallentamento del ciclo in Europa, principale mercato di esportazione.

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