La crescente impopolarità del presidente Donald Trump (il cui tasso di approvazione è sceso ad appena il 34%, in base al più recente sondaggio del Pew Research Center) sta conducendo il suo partito verso una débâcle nelle elezioni di mid term del prossimo 3 novembre, quando saranno in ballottaggio un terzo dei seggi del Senato e tutti quelli della Camera dei Rappresentanti.
Stando ai sondaggi, le conseguenze saranno particolarmente devastanti nel ramo basso del Congresso. Secondo il sito di simulazioni del voto “Race to the WH”, mentre il partito repubblicano potrebbe forse ancora giocarsela al Senato, i democratici hanno l’81% di possibilità di conquistare la maggioranza alla Camera.
Al momento, il partito repubblicano detiene 217 seggi nel ramo basso del Congresso, a cui può aggiungere il voto di un indipendente (Kevin Kiley della California, che proviene dalle sue fila ed è comunque schierato su posizioni conservatrici), rispetto a 212 seggi controllati dai democratici e a 5 vacanti. Dispone, quindi, di una maggioranza alquanto esigua che rischia di perdere tra sei mesi. “Race to the WH” assegnerebbe ai democratici 234 seggi e ai repubblicani 201 nella Camera che uscirà dal voto di novembre.
Escludendo un aumento significativo della fiducia degli elettori nei confronti di Trump, fino dall’estate scorsa il partito repubblicano si sta affidando a un escamotage tecnico per cercare di conservare la maggioranza alla Camera: ridisegnare le mappe di alcuni collegi elettorali per fornire vantaggi ai candidati repubblicani.
Nello specifico, si tratta di accorpare distretti di rappresentanti democratici in carica, creare nuove ripartizioni con elettori conservatori in numero prevalente e smembrare circoscrizioni considerate sicure dai democratici, perché i residenti di orientamento progressista sono preponderanti, aggregando parte di queste aree a collegi abitati soprattutto da repubblicani. In quest’ultimo caso, la redistribuzione del voto democratico ne indebolirebbe l’influenza, conferendo ai repubblicani più chances di vittoria.
Entra in scena la Corte Suprema
Un aiuto in questa direzione è venuto ai repubblicani dalla sentenza della Corte Suprema sul caso Louisiana v. Callais emessa lo scorso 29 aprile. La maggioranza dei giudici ha stabilito che la configurazione del sesto distretto della Louisiana per le elezioni dei rappresentanti di questo Stato alla Camera di Washington viola la Costituzione. Tale circoscrizione era stata tracciata per includervi una maggioranza di residenti afroamericani, in modo da dare a questa minoranza la quasi certezza di poter eleggere un proprio membro nel ramo basso del Congresso. Il sesto distretto sarebbe andato ad aggiungersi al secondo, che ha anch’esso una maggioranza di popolazione afrodiscendente.
La Louisiana dispone di sei seggi alla Camera. Pertanto, creare le condizioni per cui due di essi fossero con molta probabilità appannaggio di candidati afroamericani sembrava un modo per assicurare che il numero di rappresentanti di questa minoranza razziale rispecchiasse il fatto che gli afrodiscendenti costituiscono un terzo circa degli abitanti dello Stato. Invece, il verdetto sulla controversia Louisiana v. Callais ha concluso che il ricorso a criteri basati sulla razza per disegnare i collegi elettorali dello Stato non è ammissibile perché viola il principio delle pari opportunità, nella fattispecie quelle di candidati “bianchi” che si troverebbero svantaggiati a competere contro sfidanti afroamericani.
Un verdetto partitico?
Poiché l’elettorato afrodiscendente tende a votare per i democratici (appena il 15% sostenne Trump nel 2024), la decisione sul caso della Louisiana finisce per danneggiare il loro partito. Così uno dei primi a esultare per la decisione della Corte Suprema è stato Richard Hudson, il presidente del National Republican Congressional Committee, l’organo incaricato di organizzare le campagne elettorali dei candidati repubblicani.
Del resto, i sei giudici che si sono espressi per l’incostituzionalità dell’assetto territoriale sesto distretto (John G. Roberts, Clarence Thomas, Samuel Alito, Neil M. Gorsuch, Brett M. Kavanaugh e Amy Coney Barrett) sono stati tutti nominati da presidenti repubblicani, mentre i tre membri della Corte Suprema che hanno dissentito dalla decisione della maggioranza (Elena Kagan, Sonia Sotomayor e Ketanji Brown Jackson) sono state tutte designate da presidenti democratici. Inoltre, il ripristino della configurazione dei collegi della Louisiana con una sola circoscrizione abitata in maggioranza da afroamericani lascia intatto l’assetto territoriale dei distretti di due influentissimi repubblicani di questo Stato, aiutando la loro rielezione al Congresso in novembre: Mike Johnson, che è l’attuale Speaker cioè il presidente della Camera, e Steve Scalise, che è il capogruppo del partito repubblicano.
Questione razziale e ridefinizione dei distretti elettorali
Il gerrymandering, cioè la tracciatura artificiosa dei collegi elettorali per favorire un partito specifico e danneggiare l’altro, è una pratica plurisecolare negli Stati Uniti. Il termine fa riferimento al cognome del governatore del Massachusetts Elbridge Gerry, che nel 1812 promulgò una legge per ridisegnare i collegi dello Stato in maniera da aumentare le possibilità di vittoria dei candidati del partito repubblicano-democratico di cui egli stesso era un esponente. Dalla metà degli anni Sessanta del Novecento i criteri razziali hanno iniziato a essere presi in considerazione nella definizione dei distretti elettorali per il combinato disposto del Voting Rights Act del 1965 e dell’affirmative action.
La legge conferì la pienezza dei diritti politici agli afroamericani e cancellò i provvedimenti varati in precedenza dagli Stati del Sud per escludere dal voto gli afrodiscendenti, aggirando in modo surrettizio il XV emendamento che fin dal 1870 aveva vietato di negare il suffragio per motivi di razza e colore della pelle. Nello specifico la sezione II ha vietato l’adozione di misure che interferiscano con la parità di accesso alla politica in considerazione dell’identità razziale.
L’affirmative action, invece, introdusse quasi contemporaneamente quote preferenziali a beneficio degli afroamericani per facilitare il loro inserimento nel mercato del lavoro e per l’ammissione all’istruzione superiore. Il proposito deliberato era quello di compensare le disparità di trattamento che queste medesime persone o i loro antenati avevano subito in passato, quando si erano visti negata la possibilità di svolgere alcune attività lavorative, di essere assunti in particolari impieghi e di iscriversi a college e università a causa della loro razza.
Secondo alcuni giuristi di ascendenza africana, come Leni Guinier, un’autorevole docente di diritto prima della Facoltà di Legge della Università della Pennsylvania e poi di Harvard, in campo politico l’esistenza o meno della discriminazione per motivi razziali avrebbe dovuto essere valutata non soltanto per quanto riguardava l’effettiva partecipazione all’elettorato attivo ma anche in base all’esito del godimento dell’elettorato passivo.
In altre parole, se gli afroamericani continuavano a essere sottorappresentati nelle cariche elettive (per esempio, alla metà degli anni Ottanta del Novecento ne detenevano appena l’1% a livello nazionale, pur costituendo più dell’11% della popolazione totale degli Stati Uniti), ciò significava che erano ancora vittime di razzismo ed era necessario intervenire per porre fine a questa forma di sperequazione.
La principale strategia adottata per compensare la condizione di minoranza degli afroamericani è stata la concentrazione dei votanti di questo gruppo in alcuni distretti elettorali particolari, in modo da garantire loro qualche seggio sicuro e conseguentemente una voce politica all’interno delle istituzioni. In altre parole, sì è trattato di una specie di affirmative action applicata alle elezioni, con particolare attenzione all’assegnazione dei seggi.
Thornburg v. Gingles
A legittimare, almeno in parte, questa procedura giunse la sentenza Thornburg v. Gingles del 1986. Con tale verdetto, la Corte Suprema stabilì all’unanimità che era possibile costituire collegi “dedicati” per una minoranza razziale quando si fossero verificate tre condizioni: gli elettori appartenenti a tale minoranza erano sufficientemente numerosi da poter formare una circoscrizione in cui sarebbero stati la maggioranza; era ipotizzabile che costoro avrebbero espresso un voto relativamente coeso; se non fosse stata creata una circoscrizione particolare per loro, la maggioranza avrebbe operato deliberatamente alle urne per impedire l’elezione del candidato su cui la minoranza intendeva concentrare i propri voti.
Grazie a questa sentenza e su pressioni di organizzazioni promotrici dei diritti degli afroamericani, come la National Association for the Advancement of Colored People, la tendenza a formare circoscrizioni dove gli afrodiscendenti erano in maggioranza si accentuò all’inizio del decennio successivo, in occasione della ridefinizione dei distretti del Congresso per tenere conto dei cambiamenti demografici registrati dal censimento federale della popolazione del 1990.
La vicenda dell’undicesimo distretto della Georgia
Il caso più emblematico in materia di collegi “dedicati” per gli afroamericani venne rappresentato dall’undicesimo distretto della Georgia per la Camera dei Rappresentanti di Washington. Il suo tracciato si snodava lungo le quasi 250 miglia che separano la capitale Atlanta da Savannah sull’oceano e copriva oltre 17.500 chilometri quadrati, raccogliendo al suo interno le principali enclave di popolazione afroamericana dello Stato.
Tale configurazione fece in modo che oltre il 60% dei residenti del collegio fosse afrodiscendente e consentì nel 1992 alla democratica Cynthia McKinney di diventare la prima donna afroamericana a rappresentare la Georgia alla Camera. I potenziali candidati “bianchi” che aspiravano a concorrere nelle circoscrizioni “dedicate” si sentirono vittime di una forma di discriminazione alla rovescia e iniziarono a presentare ricorsi. Uno dei collegi a essere messi sotto accusa fu il dodicesimo distretto della Carolina del Nord per la Camera.
Nel 1993 la sentenza della Corte Suprema sul caso Shaw v. Reno stabilì che il ricorso a considerazioni razziali per definire i collegi elettorali in ottemperanza al Voting Rights Act doveva comunque rispettare il principio delle pari opportunità stabilito dal XIV emendamento della Costituzione. Però, pur definendo “bizzarra” la configurazione geografica del dodicesimo distretto e paventando un suo nefasto contributo a “balcanizzare” la politica in ragione di contrapposizioni che scaturivano dall’identità razziale dei votanti, ne stabilì la legittimità.
Invece, appena due anni dopo, il verdetto Miller v. Johnson segnò un’inversione nella giurisprudenza. La Corte Suprema invalidò i criteri di tracciatura dell’undicesimo distretto della Georgia per la Camera, in quanto la ricerca deliberata della concentrazione di elettori afroamericani al suo interno – cioè il principio della razza quale “fattore predominante” per la configurazione del collegio – collocava artificiosamente in una posizione di svantaggio eventuali candidati “bianchi” e, pertanto, violava i loro diritti.
In particolare, secondo la maggioranza dei giudici, la tutela dell’accesso al suffragio degli afroamericani, in base al Voting Rights Act, non comportava automaticamente anche il conferimento di un diritto di eleggere candidati appartenenti alla loro stessa razza. Questa lettura è stata ribadita dal giudice Thomas, sebbene sia afroamericano, proprio nella decisione sul caso Louisiana v. Callais. Infatti, nel concordare con la posizione della maggioranza, sia pure con argomentazioni diverse, Thomas ha voluto precisare che la sezione II del Voting Rights Act non può essere interpretata nel senso dell’attribuzione alle minoranze razziali di una rappresentanza proporzionale nelle cariche elettive in palio, come risultava invece nelle intenzioni di chi aveva tracciato il secondo e il sesto collegio della Camera.
Il caso dell’Alabama
Il corso della giurisprudenza della Corte Suprema successiva alla sentenza Miller v. Johnson non si è dimostrato univoco. Nella sessione di giugno del 2023 la Corte Suprema emise un’altra sentenza che, questa volta, fu favorevole alle istanze degli afroamericani. Il verdetto sul caso Allen v. Milligan deliberò che la ridefinizione delle circoscrizioni dell’Alabama per la scelta per dei rappresentanti alla Camera discriminava gli elettori afroamericani perché li concentrava in uno solo dei sette collegi in cui era diviso lo Stato, ridistribuendo i rimanenti negli altri sei distretti in maniera che risultassero una ristretta minoranza dei votanti in ciascuno di essi.
In questo modo, alla sicurezza di avere un rappresentante afroamericano nella circoscrizione dove la maggioranza dell’elettorato potenziale era afrodiscendente, corrispondeva la quasi assoluta certezza che la conformazione degli altri sei collegi avrebbe garantito in ognuno il successo a candidati “bianchi”. Chi aveva presentato ricorso contro la configurazione dei distretti si era posto l’obiettivo di ottenere che anche una seconda circoscrizione fosse disegnata in modo da includere una maggioranza di residenti afroamericani, al fine di assicurare a questi ultimi un secondo rappresentante dell’Alabama a Washington.
La Corte Suprema confermò la legittimità dell’ingiunzione di un tribunale federale che aveva intimato all’assemblea legislativa dello Stato di procedere in tale direzione. I legislatori modificarono le delimitazioni dei collegi, ma si limitarono ad aumentare la percentuale degli abitanti afroamericani in un secondo distretto senza che costoro raggiungessero la maggioranza degli elettori potenziali. Ne è seguito un contenzioso che si è trascinato fino a oggi, dopo che nel maggio dell’anno scorso un tribunale distrettuale dell’Alabama ha ritenuto che la presenza di un solo collegio a maggioranza afroamericana, anziché due, penalizzava i votanti afrodiscendenti dello Stato.
Adesso, invece, le implicazioni della sentenza Louisiana v. Callais avranno conseguenze anche in Alabama in senso opposto. Infatti, l’elemento comune ai due Stati è lo sforzo di creare due collegi per la Camera con una maggioranza di residenti afroamericani. Una volta bocciato il tentativo in Louisiana, è molto probabile che sarà affossato anche in Alabama.
La portata del caso Louisiana v. Callais
La sentenza Louisiana v. Callais non ha decretato l’incostituzionalità della sezione II del Voting Rights Act del 1965, né ha rovesciato il verdetto Thornburg v. Gingles del 1986. Più semplicemente ha sostenuto che la Louisiana ha ecceduto nel proposito di garantire la rappresentanza elettorale degli afroamericani. Tuttavia, in ragione del prevalente orientamento democratico degli afroamericani, la decisione della Corte Suprema viene implicitamente considerata una sorta di via libera più generale a ripensare un assetto dei collegi della Camera maggiormente favorevole ai candidati repubblicani.
Le conseguenze si ripercuoteranno soprattutto sugli Stati del Sud, dove è più diffusa la presenza di collegi “dedicati” per le minoranze. Non è un caso che, il giorno successivo all’emanazione del verdetto Louisiana v. Callais, la maggioranza repubblicana dell’assemblea legislativa della Florida – convocata in una sessione speciale dal governatore Ron DeSantis per procedere appositamente al gerrymandering – ha modificato radicalmente la carta delle circoscrizioni dello Stato.
Uno dei collegi ridisegnati è il nono distretto, il cui seggio è al momento nelle mani di Darren Soto, un democratico di ascendenza portoricana. La vecchia circoscrizione comprendeva una maggioranza di votanti appartenenti alla minoranza ispanica. In base alla nuova tracciatura, nessun gruppo razziale o etnico costituisce la maggioranza dell’elettorato potenziale. Secondo le proiezioni più attendibile, nel loro complesso le nuove configurazioni dei collegi della Florida permetteranno ai repubblicani di strappare ai democratici quattro seggi nelle prossime elezioni di mid term in questo Stato, fornendo così un contributo numericamente rilevante alla strategia del partito di Trump per contrastare la prevista avanzata dei democratici a novembre.
La delegazione della Florida alla Camera passerebbe dagli attuali 20 repubblicani e 8 democratici a 24 repubblicani e solo 4 democratici. Organizzazioni legate al partito democratico si apprestano a rivolgersi ai tribunali per bloccare l’applicazione della legge che ha cambiato le delimitazioni dei collegi dello Stato. Però, dopo il precedente del verdetto Louisiana v. Callais è molto improbabile che riescano nel loro intento.
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Stefano Luconi insegna Storia degli Stati Uniti d’America nel dipartimento di Scienze Storiche, Geografiche e dell’Antichità dell’Università di Padova. Le sue pubblicazioni comprendono La “nazione indispensabile”. Storia degli Stati Uniti dalle colonie alla seconda presidenza di Trump (2026), Le istituzioni statunitensi dalla stesura della Costituzione a Biden, 1787–2022 (2022), L’anima nera degli Stati Uniti. Gli afro-americani e il difficile cammino verso l’eguaglianza, 1619–2023 (2023). La corsa alla Casa Bianca 2024. L’elezione del presidente degli Stati Uniti dalle primarie a oltre il voto del 5 novembre (2024).
