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Un New Deal dell’istruzione per il Sud

Per rilanciare davvero il Mezzogiorno occorre rafforzare il capitale sociale e puntare sull’istruzione ma con politiche opposte a quelle assistenziali degli anni passati – Assegnare fondi straordinari alle università ma su basi competitive e regole d’ingaggio differenziate dei docenti – Un patto di lungo periodo tra Governo e opposizione per l’istruzione

Un New Deal dell’istruzione per il Sud

Il Presidente del Consiglio ha annunciato nei giorni scorsi che “il Mezzogiorno deve ripartire”. E come non essere d’accordo? Non è dato in natura che un paese possa crescere agli stessi ritmi di sviluppo degli altri paesi avanzati se ha un fardello del 30% della propria popolazione che lavora a livelli di produttività che sono un terzo di quelli del resto d’Europa.

Provarci è un atto dovuto ma la politica per il Mezzogiorno è quella dove i molti governi che hanno provato non hanno ottenuto risultati duraturi: riuscire (ammesso che sia possibile) richiede coraggio, inventiva, una sana presa di distanza da quanto fatto finora (risorse pubbliche divisibili così da alimentare il consenso). I Patti per il Sud (che definiscono gli interventi prioritari, le azioni da intraprendere per attuarli e gli ostacoli da rimuovere, la tempistica, le reciproche responsabilità), come quelli firmati ieri per Reggio, Catania e Palermo vanno bene ma veramente si pensa che la loro estensione a più città sia sufficiente per sanare almeno in parte un divario territoriale che ci affligge dall’inizio della nostra storia unitaria ?



Lungi da me pensare di proporre ricette ma un richiamo d’attenzione mi sento di farlo: la politica per il sud deve puntare a rafforzare il capitale sociale  e cioè il senso civico, la fiducia reciproca e la coesione sociale. E lo strumento per rafforzare il capitale sociale è l’istruzione. L’istruzione accresce anche il capitale umano e questo, nel lungo periodo naturalmente, migliora la produttività. L’offerta di istruzione va aumentata sia nelle scuole (tempo pieno, insegnanti di sostegno, programmi di inclusione per giovani in particolari situazioni di rischio) sia nell’università. L’opposto di quello che è accaduto in questi anni. Per limitarsi all’università (ma i ritardi cominciano all’asilo…) i giovani meridionali per studiare lasciano le loro regioni d’origine in percentuale elevata (il 23%) e non tornano: l’Italia ha la regione, tra i paesi OCSE, con la più bassa percentuale di forza lavoro laureata (la Sardegna con il 15,8%). E nulla si fa per contrastare queste tendenze: il fondo di finanziamento ordinario per le università del sud è diminuito tra il 2008 e il 2014 del 10,8% rispetto ad una media nazionale del -6,6% e nel 2013-14, circa il 40% degli idonei non beneficiava di borsa per carenza di risorse (la percentuale arrivava al 60% nelle Isole); così  nell’area più povera del paese il numero di studenti borsisti, rispetto al totale degli iscritti in corso, risulta paradossalmente ancor più basso della media nazionale (i dati sono presi dal rapporto RES sul declino dell’università italiana che verrà presentato alla Camera il 5 maggio). E al Sud anche la qualità  sembra inferiore, considerato che le ricostruzioni tentate di questa dimensione dell’offerta mostrano una “qualità relativa rivelata” dei docenti significativamente inferiore alla media nazionale.

Per rendere efficace il cambio di passo nell’offerta di istruzione universitaria bisognerebbe tuttavia prevedere un sorta di “separazione istituzionale” rispetto all’offerta attuale: il che vuol dire che i fondi straordinari andrebbero assegnati su base competitiva alle università interessate (non necessariamente quelle del sud), che si dovrebbe prevedere regole di ingaggio dei docenti differenziate (in termini di trattamento salariale di obblighi di residenza, di attività didattica) ed un controllo dal centro rafforzato (con buona pace dell’autonomia universitaria). Un  rafforzato circuito delle università potrebbe costituire da subito un sistema di relazioni in grado di contrapporsi al sistema antagonista alla legalità, che invece ha saputo avvantaggiarsi dell’intervento pubblico in altre forme. Insomma, per essere un po’ enfatici, un New Deal dell’istruzione al Sud.   

Ma l’investimento istruzione rende solo in tempi lunghi e i tempi lunghi richiedono un minimo di coesione delle forze politiche, per evitare cambi di policies al cambiare dei governi. E quindi il governo dovrebbe provare a coinvolgere nelle sue iniziative anche l’opposizione: il Professor Brunetta scrisse anni fa un libro sul Sud. Chi sa se oltre a sparare velenose (ma innocue) bordate contro il governo ha qualche idea da mettere sul tavolo.

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