La lettera di Giorgia Meloni a Ursula von der Leyen resterà senza una vera risposta formale. Bruxelles, almeno per ora, non prevede una replica scritta alla richiesta italiana di estendere all’energia la deroga al Patto di Stabilità già prevista per la difesa. La risposta arriverà in modo molto più freddo e istituzionale, dentro il pacchetto del Semestre europeo e nelle raccomandazioni economiche di primavera. Per Palazzo Chigi non è esattamente il segnale politico cercato. La premier aveva provato a trasformare il caro energia in una partita di principio, sostenendo che l’Europa non potesse concedere flessibilità per la difesa e negarla a famiglie, imprese e lavoratori colpiti dai rincari. Ma la Commissione ha scelto di non entrare in un botta e risposta diretto. Nessuna lettera, nessun riconoscimento solenne della linea italiana, nessuna vittoria piena da rivendicare. Solo un’apertura tecnica, limitata e molto condizionata.
La non risposta di Bruxelles
La mossa della Commissione è chiara. Invece di rispondere formalmente alla premier, Bruxelles affida il messaggio al pacchetto del Semestre europeo. Tradotto, l’Ue non concede a Meloni il terreno dello scontro politico che Palazzo Chigi aveva provato ad aprire, ma riporta la questione dentro le regole dei conti pubblici.
La richiesta italiana nasceva dal tentativo di allargare il perimetro della clausola di salvaguardia nazionale, prevista per le spese di difesa, anche agli interventi contro il caro energia. Meloni aveva legato la sicurezza energetica alla sicurezza europea, sostenendo che famiglie e imprese meritassero la stessa attenzione riservata agli investimenti militari. Un argomento efficace nella comunicazione interna, ma più fragile nel negoziato europeo, perché metteva insieme due capitoli di spesa molto diversi e cercava di trasformare una deroga costruita per la difesa in un precedente buono anche per bollette e carburanti.
Bruxelles, che nei giorni scorsi aveva già fatto sapere che la sua posizione non era cambiata, ora apre solo uno spiraglio. Ma lo fa alle sue condizioni. Non una deroga larga, non un via libera alle misure simbolo più spendibili sul piano elettorale, non un assegno per finanziare sconti immediati. La linea resta quella della responsabilità fiscale.
Sei miliardi e mezzo, ma con il guinzaglio corto
Lo spazio fiscale che l’Italia dovrebbe ottenere vale circa lo 0,3% del Pil, pari a 6,5 miliardi di euro, dentro il margine già autorizzato per la difesa. Non si tratta quindi di una nuova corsia autonoma per l’energia, ma di una mini-clausola inserita nel perimetro dell’1,5% del Pil previsto in quattro anni per le spese militari. Anche i tempi sono stretti. La flessibilità per l’energia dovrebbe durare 18 mesi, fino a dicembre 2027, e non quattro anni come per la difesa. Una concessione ridotta, che consente al governo di dire di aver ottenuto qualcosa, ma che allo stesso tempo ridimensiona molto la portata politica della richiesta avanzata da Meloni.
Il punto più delicato riguarda l’uso dei fondi. Le risorse non potranno essere impiegate per tagliare le accise sulla benzina né per intervenire direttamente sulle bollette dei cittadini. Dovranno invece finanziare investimenti mirati nel campo della decarbonizzazione, dell’efficienza energetica, dell’elettrificazione, delle rinnovabili e più in generale della transizione green. Ed è qui che la narrazione del governo rischia di inciampare. La premier aveva impostato la battaglia come una difesa immediata di famiglie e imprese contro il caro energia. Ma la risposta europea, anche quando concede margini, li vincola a interventi strutturali e non a misure di sollievo diretto.
Il possibile gioco contabile del governo
Il governo potrebbe però cercare una via d’uscita contabile. Una delle ipotesi è spostare risorse già previste per interventi compatibili con la mini-clausola, come l’efficientamento energetico o altre misure green, liberando così spazio su altri capitoli. In questo modo Palazzo Chigi potrebbe provare a usare indirettamente il margine europeo per finanziare misure più utili sul piano politico. È una strada che somiglia a un gioco delle tre carte. Formalmente i fondi resterebbero dentro i confini fissati da Bruxelles. Politicamente, però, il governo potrebbe provare a trasformare una flessibilità per investimenti green in un margine per costruire risposte al caro energia più spendibili davanti all’opinione pubblica.
Il problema è che la Commissione ha ristretto molto il campo. Non solo ha evitato una risposta diretta alla lettera di Meloni, ma ha anche impedito che la deroga diventasse uno strumento generalizzato per sostenere benzina e bollette. L’apertura europea c’è, ma è molto lontana dalla cornice politica costruita dalla premier, che aveva provato a presentare la partita come un test di coerenza dell’Unione tra sicurezza militare e sicurezza energetica.
Anche il calendario pesa. La finestra di 18 mesi arriva fino alla fine del 2027, un periodo politicamente sensibile per il governo italiano. Proprio per questo la mini-clausola può diventare utile a Palazzo Chigi, ma non abbastanza da cancellare il carattere parziale e condizionato del risultato.
Il nodo dei conti resta aperto
La partita, inoltre, non è chiusa. La mini-clausola dovrà passare dal Consiglio e potrebbero emergere resistenze, anche se a Bruxelles prevale la fiducia sul via libera finale. Sullo sfondo resta poi la questione più pesante per l’Italia, la procedura d’infrazione. La flessibilità concessa nell’ambito della clausola di salvaguardia serve in teoria a evitare l’ingresso in procedura. Ma l’Italia è già dentro il percorso di sorveglianza, anche perché nel 2025 non è riuscita a riportare il deficit sotto il 3% del Pil. Usare il nuovo margine dello 0,3% potrebbe quindi non bastare a sbloccare l’uscita dalla procedura e rischia anzi di mantenere aperto il dossier anche nel 2026.
Un risultato ambiguo per il governo Meloni, che può sì rivendicare un’apertura dopo settimane di pressing su Bruxelles, ma senza ottenere una vittoria politica piena: la Commissione evita una risposta formale alla lettera della premier e circoscrive la flessibilità agli investimenti verdi, escludendo proprio le misure più immediate per famiglie e automobilisti. Alla fine arriva qualche miliardo, ma con vincoli stretti, tempi ridotti e nessuna scorciatoia evidente sui conti pubblici. Più che uno strappo a Bruxelles, per Meloni sembra una concessione sorvegliata.