Mentre l’inviato speciale americano Steve Witkoff si prepara a incontrare Vladimir Putin e l’Europa tenta di ritagliarsi un ruolo credibile di mediatrice, l’Ucraina si ritrova a combattere su tre fronti contemporaneamente: quello militare, quello politico e quello negoziale. Sullo sfondo resta il piano di pace Usa-Russia, definito da funzionari ucraini “assurdo e inaccettabile”, ma ancora oggi unica bozza concreta sul tavolo delle potenze.
Attacchi russi, Kiev al buio
Nella notte tra venerdì e sabato si è riproposto un copione ormai ricorrente. Oltre seicento droni e numerosi missili russi hanno colpito infrastrutture energetiche e aree residenziali in tutto il Paese. A Kiev e nella regione circostante più di 500mila utenti sono rimasti senza elettricità, con altri centomila al buio nell’area metropolitana. A Kharkiv le interruzioni hanno coinvolto ottomila persone. È il terzo grande raid in due settimane, con la capitale tornata improvvisamente al centro della pressione russa.
L’Ucraina invece ha risposto colpendo il cuore economico del Cremlino. Nei due giorni precedenti, i droni di Kiev hanno danneggiato il punto di ormeggio n.2 del terminal petrolifero di Novorossijsk costringendo il Caspian Pipeline Consortium a fermare parte delle operazioni, incendiato la raffineria Afipsky nella regione di Krasnodar e centrato due petroliere della cosiddetta “flotta ombra”, quella rete navale che Mosca utilizza per esportare petrolio aggirando le sanzioni. Una controffensiva asimmetrica, che mira direttamente al portafoglio energetico russo mentre Mosca intensifica i raid contro i civili.
Crisi politica a Kiev: lo scandalo Yermak scuote la presidenza
Il fronte interno è forse quello più delicato. La maxi-inchiesta anticorruzione Nabu-Sapo, la più vasta dall’inizio della guerra, ha travolto Andriy Yermak, il più influente consigliere nonché braccio destro di Volodymyr Zelensky e capo di gabinetto presidenziale. Le perquisizioni nel suo ufficio e nella sua abitazione, parte dell’operazione Midas sul colosso energetico Energoatom, hanno portato alle sue dimissioni. Dimissioni arrivate proprio alla vigilia del viaggio che avrebbe dovuto compiere negli Stati Uniti per definire gli ultimi passaggi del dialogo con la nuova amministrazione Trump.
L’uscita di scena di Yermak è un colpo pesante per il presidente ucraino. Yermak, che ha proclamato piena collaborazione e ribadito la propria fiducia in Zelensky, era l’architetto delle relazioni con Washington e uno dei garanti del dossier negoziale. La sua caduta ha generato un effetto domino: il Cremlino ha accusato Kiev di gestire in modo opaco i fondi occidentali, l’opposizione interna ha rilanciato l’idea di un governo di unità nazionale e Bruxelles ha ricordato che il sostegno europeo è indissolubilmente legato a una lotta efficace alla corruzione.
Umerov nuovo capo negoziatore: la delegazione vola in Florida
A sostituire Yermak è stato chiamato Rustem Umerov, ex ministro della Difesa e ora Segretario del Consiglio di Sicurezza. Una nomina che qualcuno considera un atto di fedeltà politica più che una scelta tecnica, ma che oggi rappresenta la scommessa del presidente per non interrompere il dialogo internazionale.
Umerov guiderà quindi la delegazione arrivata in Florida per incontrare Marco Rubio, Steve Witkoff e Jared Kushner. L’obiettivo è limare ancora la bozza del piano di pace dopo gli ultimi aggiustamenti concordati a Ginevra. Zelensky ha dato un mandato esplicito: “trovare rapidamente misure sostanziali per porre fine alla guerra in modo dignitoso”. Ma nelle stanze di Kiev non manca irritazione: funzionari ucraini continuano a definire la bozza originaria “assurda e inaccettabile”, mentre da Tallinn la premier estone Kaja Kallas avverte che un accordo che ignori l’Europa è destinato al fallimento.
Intanto Witkoff si prepara a presentare la nuova versione del piano a Putin già nei prossimi giorni, in un contesto in cui la Russia ha appena approvato un bilancio 2026 che destina quasi il 40% della spesa pubblica a difesa e sicurezza, il livello più alto dai tempi sovietici.
Mosca detta la linea, l’Europa prova a tenere il passo
La Russia osserva, colpisce, tratta e intanto costruisce un’economia di guerra permanente. L’Ucraina, invece, deve gestire l’intreccio tra pressioni militari, fragilità politica interna e una trattativa internazionale in pieno movimento. Domani Emmanuel Macron riceverà Zelensky a Parigi per misurare la volontà europea di partecipare davvero al processo di pace, un passaggio decisivo per evitare che la partita resti nelle mani di Washington e Mosca.
Perché un compromesso è possibile solo se i tre motori, Stati Uniti, Europa e Ucraina, viaggiano nella stessa direzione. Altrimenti rischia di restare un elenco di buone intenzioni, affiancato da droni che ogni notte continuano a scrivere la storia a modo loro.
Colloqui in Florida, Rubio detta i paletti, Kiev spinge sulle garanzie
A Miami, dove Rustem Umerov ha guidato il primo round di confronto dopo la sua nomina a capo negoziatore, Stati Uniti e Ucraina hanno lavorato per ricucire le divergenze sul piano di pace che Washington intende sottoporre al Cremlino attraverso Steve Witkoff.
Le interlocuzioni, durate quattro ore, sono state “produttive, ma con ancora molto lavoro da fare”, ha sottolineato il segretario di Stato Marco Rubio. “Non si tratta solo dei termini che pongono fine ai combattimenti, ma di quelli che creano le condizioni per una prosperità a lungo termine dell’Ucraina“. In altre parole, un cessate il fuoco che sia strutturale, accompagnato da garanzie politiche e di sicurezza che impediscano a Mosca di tornare all’offensiva.
A Miami si è ripartiti dai punti rimasti irrisolti a Ginevra, quelli che avevano bloccato l’avanzamento della bozza originaria in 28 punti: limiti alle forze armate ucraine, l’ingresso nella Nato congelato e il tema più divisivo, quello dei territori. Gli ucraini hanno ottenuto modifiche importanti, ma proprio i dossier territoriali e le garanzie di sicurezza restano il cuore dello scontro negoziale. Fonti americane parlano di discussioni “toste ma costruttive”, con un lavoro delicato su formulazioni che non scontentino né Kiev né Washington, pur lasciando aperta una finestra verso Mosca. Su questo punto Umerov è stato netto: l’Ucraina accetterà solo garanzie “affidabili e di lungo termine”. Rubio ha provato a rafforzare il messaggio politico americano con Washington che vuole “porre fine al conflitto e creare un meccanismo che consenta all’Ucraina di essere indipendente e sovrana, di non avere mai più un’altra guerra e di costruire una grande prosperità per il suo popolo”. Parole che anticipano la cornice della versione aggiornata del piano che Witkoff presenterà a Putin nei prossimi giorni.
Ultimo aggiornamento 1 dicembre ore 8,07
