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Serie A, i fondi tornano alla carica sui diritti internazionali: perché questa volta può riuscire

Carlyle, Bain, Oaktree e Nextalia preparano le offerte per il 10-20% della media company dei diritti esteri della Serie A, valutata fino a 4,5 miliardi. Decisivo resta il voto dei club ma sull’accordo pesa il nodo Inter-Oaktree

Serie A, i fondi tornano alla carica sui diritti internazionali: perché questa volta può riuscire

La Serie A riapre le porte al private equity, ma questa volta prova a farlo partendo dall’area nella quale il calcio italiano ha accumulato il ritardo più evidente. Carlyle, Bain, Oaktree e Nextalia si preparano a presentare un’offerta per entrare con una quota di minoranza nella società destinata a gestire i diritti media internazionali del campionato, insieme alle attività estere legate a sponsorizzazioni e scommesse. Secondo quanto riferito a Reuters da tre fonti informate, le proposte vincolanti sono attese entro il 4 settembre e dovrebbero riguardare una partecipazione compresa tra il 10% e il 20%. A coordinare il processo è JP Morgan, che nei mesi scorsi ha sondato il mercato e avviato i colloqui con i potenziali investitori.

In palio non c’è soltanto una fetta dei ricavi televisivi. La partita riguarda la capacità della Serie A di tornare a vendere il proprio prodotto fuori dall’Italia, riducendo la distanza dalla Premier League e dalla Liga e trasformando un’attività oggi sottosviluppata in una piattaforma commerciale globale.

Una media company valutata fino a 4 miliardi

Il progetto prevede la creazione di una società dedicata alle attività internazionali della Lega. Il partner finanziario entrerebbe nel capitale senza assumere il controllo, ma parteciperebbe allo sviluppo del business e alla condivisione dei ricavi futuri. Secondo alcune fonti alla società viene attribuito un valore compreso tra 3 e 4 miliardi di euro, a fronte di circa 200 milioni di utili “core”, altre ricostruzioni indicano, invece, valutazioni ancora più elevate con un valore dell’intera media company che potrebbe raggiungere 4,5 miliardi.

La differenza tra le stime non cambia il senso industriale dell’operazione. Cedere il 10-20% consentirebbe ai club di incassare risorse immediate, mantenendo allo stesso tempo la maggioranza della società e una parte rilevante dell’eventuale crescita futura. L’intesa avrebbe una durata di 15 anni e potrebbe portare complessivamente 250 milioni nelle casse delle squadre.

La scommessa sui ricavi internazionali

Il punto di partenza resta modesto rispetto ai principali campionati europei. In base ai dati Uefa, i diritti media internazionali della Serie A generano circa 250 milioni di euro l’anno, una quota molto distante dagli introiti ottenuti all’estero dalla Premier League e inferiore anche a quella della Liga spagnola. L’obiettivo della Lega sarebbe portare questi ricavi oltre 500 milioni nel medio periodo. Per riuscirci non basterà rinegoziare i contratti con le emittenti. Serviranno una distribuzione più efficace del prodotto, una presenza commerciale più forte nei mercati strategici e un utilizzo coordinato di diritti televisivi, sponsorizzazioni, partnership e iniziative internazionali.

È proprio qui che l’ingresso di un fondo potrebbe offrire qualcosa di diverso dal solo capitale. Il calcio italiano sconta da anni la concorrenza della Premier League e un calendario sempre più affollato, nel quale l’ampliamento della Champions League ha ridotto spazi e attenzione a disposizione dei campionati nazionali. Un investitore specializzato potrebbe contribuire a riorganizzare l’offerta e a valorizzarla nei mercati nei quali la Serie A non riesce ancora a trasformare il proprio seguito in ricavi adeguati.

Perché il nuovo tentativo parte con più possibilità

Il precedente invita alla prudenza. Nel 2021 la Lega valutò la vendita del 10% della media company nazionale a un consorzio guidato da Cvc per 1,7 miliardi di euro. Il progetto si arenò perché i 20 club non riuscirono a raggiungere la maggioranza necessaria. Questa volta, però, il perimetro è più ristretto e politicamente meno sensibile. L’operazione non toccherebbe direttamente i più redditizi diritti domestici, ma si concentrerebbe su un’attività internazionale che ha ampi margini di crescita. La Lega manterrebbe il controllo della nuova società e cercherebbe un socio di minoranza chiamato non soltanto a finanziare il progetto, ma anche ad aumentarne il valore.

A spingere per l’accordo sarebbero soprattutto i club con proprietà straniere, in particolare americane, favorevoli a una gestione più aggressiva e integrata del prodotto Serie A sui mercati internazionali. Anche i precedenti europei possono aiutare. In Spagna e Francia i fondi hanno già acquisito partecipazioni di minoranza nelle società legate ai diritti media, offrendo un modello al quale il calcio italiano può guardare, pur con risultati e condizioni differenti.

Resta comunque indispensabile il sostegno di almeno 14 società su 20. Il vantaggio, rispetto a cinque anni fa, è che la proposta promette di monetizzare un’area debole senza cedere il cuore del business televisivo nazionale. È questa la ragione per cui il piano appare oggi più digeribile per i club.

Il caso Oaktree-Inter e l’ultima parola dei club

Sul percorso pesa però la posizione di Oaktree, proprietaria dell’Inter e contemporaneamente indicata tra i fondi pronti a investire nella società dei diritti internazionali. Alcuni club avrebbero già sollevato dubbi sull’opportunità dell’operazione, fino a evocare un possibile conflitto di interessi. La presenza di Oaktree non determina automaticamente l’esito della gara, ma apre una questione di governance che la Lega dovrà affrontare con particolare trasparenza. A esaminare le offerte e a decidere se procedere saranno infatti gli stessi club, Inter compresa. L’eventuale partecipazione del fondo richiederà quindi regole chiare nella valutazione delle proposte e nelle successive deliberazioni.

Per ora dagli interessati tutto tace. Jp Morgan incasserà le offerte e da domani valuterà. Le offerte potranno chiarire il valore attribuito dagli investitori al progetto, ma la vera prova arriverà subito dopo. Come nel 2021, il futuro della media company non dipenderà soltanto dai miliardi messi sul tavolo. Dipenderà dalla capacità dei club di trovare quei 14 voti che finora sono mancati.

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