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Referendum Giustizia, Grosso (No): “L’autonomia dei magistrati sarà ridotta a una scatola vuota: è ipocrita dire il contrario”

Intervista al professore ENRICO GROSSO, avvocato, già allievo di Zagrebelsky e presidente onorario del Comitato “Giusto dire No” al referendum sulla Giustizia: “La separazione delle carriere è uno slogan agitato per confondere e rischia di trasformarsi quasi in un tentativo di truffa nei confronti dell’elettore. Il tema vero è lo smantellamento del Csm”

Referendum Giustizia, Grosso (No): “L’autonomia dei magistrati sarà ridotta a una scatola vuota: è ipocrita dire il contrario”

La riforma della Giustizia “non mette affatto in discussione l’indipendenza e l’autonomia della magistratura? Chi lo dichiara non ha letto con sufficiente attenzione l’articolo 3 della legge Nordio che modifica radicalmente l’articolo 104 della Costituzione, riducendo il principio di autonomia e indipendenza della magistratura a una scatola vuota. Ipocrita continuare ad affermarlo”. A dirlo è Enrico Grosso, torinese, classe 1966, nome autorevole del nostro diritto costituzionale.

Avvocato (figlio di Carlo Federico Grosso, uno dei più noti penalisti italiani) e professore ordinario all’Università di Torino – già allievo di Gustavo Zagrebelsky – oggi è anche il presidente onorario del Comitato “Giusto dire No” al referendum sulla Giustizia. In questa intervista a FIRSTonline, Grosso spiega perché “indebolire l’autonomia del potere giudiziario dal potere politico” si traduce, per i cittadini, in una “drastica riduzione degli spazi di tutela dei loro diritti”.

Professor Grosso, con parole chiare e semplici, perché – riprendendo lo slogan del Comitato che lei presiede – è “giusto dire No” al referendum sulla separazione delle carriere?

“Cominciamo con il chiarire che il referendum non riguarda affatto, o comunque non riguarda principalmente, la separazione delle carriere. Quello è uno slogan agitato per confondere e rischia di trasformarsi quasi in un tentativo di truffa nei confronti dell’elettore. Il vero tema della riforma è lo smantellamento del Consiglio superiore della magistratura come organo di garanzia effettiva e di difesa attiva dell’autonomia e dell’indipendenza del potere giudiziario”.

Quindi?

“È giusto dire No al tentativo della politica di rimettere in riga i magistrati, di ricondurli, come ha detto il sottosegretario Mantovano, pretendendo di modificare proprio le norme costituzionali che ne garantiscono in concreto l’indipendenza, e dunque l’imparzialità. Tutte le costituzioni, da più di due secoli, affidano alla giurisdizione il compito di arginare la naturale tendenza della politica ad abusare del potere di cui dispone. Per questo alla magistratura deve essere garantita piena ed effettiva autonomia e indipendenza dal potere politico”.

Altrimenti?

“Altrimenti non riesce ad esercitare davvero quel compito essenziale e a pagarne le conseguenze sono i cittadini. Quando è indebolita l’autonomia del potere giudiziario dal potere politico i cittadini vedono drasticamente ridursi gli spazi di tutela dei loro diritti: lo Stato costituzionale è stato inventato per limitare il potere e assoggettarlo al diritto. Solo magistrati autonomi e indipendenti da ogni altro potere possono assolvere a questo essenziale compito. Ma l’autonomia non basta proclamarla in astratto. Occorre poi preservarla in concreto, giorno per giorno. A questo serve il Consiglio superiore della magistratura: a garantire davvero, al di là delle affermazioni di principio, l’autonomia della giurisdizione dalla politica. Indebolire il Csm significa indebolire questa autonomia. E quindi indebolire la tutela concreta dei diritti dei cittadini”.

Che questa riforma non accorci i tempi dei processi è acclarato, lo ammette anche chi sostiene il Sì. Tuttavia, stando al dibattito pubblico e nel merito dei rischi paventati: perché andrà a colpire i diritti dei cittadini?

“Perché i diritti dei cittadini sono efficacemente difesi solo se il giudice è effettivamente indipendente, e dunque può esercitare le sue funzioni con reale imparzialità e terzietà. Ma il giudice è davvero terzo e imparziale solo se è libero, se non è impaurito. Ed è davvero libero solo se sa che c’è qualcuno che quella libertà difende quotidianamente. Tale funzione è assegnata dalla Costituzione al Csm, inteso come organo costituzionale forte e prestigioso, nel quale siedono personalità capaci, consapevoli del loro ruolo, responsabilizzate e ben legittimate. Questa riforma priva di fatto il Csm del suo indispensabile ruolo costituzionale, e gli sottrae l’indispensabile ‘standing’ costituzionale di cui necessita: lo divide in due, prevede che i componenti che sono espressione della magistratura (ma non invece, si badi bene, quelli che sono espressione della politica!) siano sorteggiati senza alcun sensato criterio di selezione per merito, gli sottrae una funzione fondamentale come quella disciplinare”.

Una sorta di punizione?

“Si tratta di interventi palesemente punitivi, che servono solo a intimorire i giudici. Privati di un organo costituzionale che li protegga davvero nella loro autonomia, saranno inevitabilmente più fragili di fronte al potere, intimoriti quando si tratta di prendere decisioni che lo disturbano. Sono le decisioni più difficili e delicate, ma spesso le più importanti”.

Secondo il costituzionalista Stefano Ceccanti, il correntismo esiste e si tratta di uno status quo che va superato. Augusto Barbera definisce le correnti un “ginepraio” tanto da dover ricorrere all’IA per capire quante sono. Per lei è un tema che non si pone?

“Su questo punto occorre fare chiarezza e, anche qui, sforzarsi di superare le semplificazioni, gli slogan propagandistici e i toni faziosi. Tutti conosciamo le vicende di cronaca che, in anni recenti, hanno portato alla luce modalità patologiche di funzionamento del Csm, con il rischio che fosse messo a repentaglio il prestigio stesso dell’ordine giudiziario e la posizione di indipendenza che la Costituzione gli assegna. Va tuttavia mantenuta ferma la distinzione tra il valore prettamente costituzionale del pluralismo associativo della magistratura e la sua versione degradata che viene definita correntismo“.

Vale a dire?

“Il pluralismo della magistratura, inteso come ‘pluralità dei punti di vista’ e dunque tratto ineliminabile e costituzionalmente garantito della sua attività, non ha nulla a che fare con il correntismo, e questo il professor Barbera, che è un giurista preparatissimo e un fine interprete della realtà costituzionale, non può far finta di non saperlo. Il cosiddetto correntismo è una malattia degenerativa del pluralismo giudiziario, che lo ha intossicato quando la contrapposizione tra le componenti della magistratura (e al loro interno) ha cominciato ad avere, quale principale terreno di scontro, la mera lotta per il potere e – soprattutto – il rapporto con il potere. Il correntismo è la degradazione del legittimo e fecondo dibattito culturale sui valori costituzionali a una opaca e indebita pretesa di costruire ‘relazioni’ di potere e con il potere, con l’esclusivo obiettivo di difendere interessi lontani dalle funzioni proprie della giurisdizione. Tutto ciò non ha nulla a che fare con il pluralismo delle idee e la tutela della funzione giurisdizionale nel sistema costituzionale. Il fenomeno del pluralismo associativo in magistratura, tuttavia, non può essere semplicisticamente ridotto ai fenomeni di degenerazione correntizia che sono stati scoperchiati, e sui quali la magistratura ha saputo fare pulizia con determinazione”.

Si riferisce al caso Palamara?

“Mi consenta di dire che continuare ad agitare il cosiddetto ‘caso Palamara’ come scusa per una pretesa necessità di moralizzare la magistratura è non solo strumentale, ma molto sospetto. La magistratura con il ‘caso Palamara’ ha ampiamente fatto i conti. La politica, quella politica che era ben contenta di incontrare Palamara all’hotel Champagne e di condizionare così, ingerendosi in una funzione che ovviamente non le era propria, nelle scelte sulle nomine spettanti al Csm, ha fatto altrettanto? Ricordiamoci sempre che l’articolazione pluralistica dell’ordine giudiziario è garanzia della natura propriamente ‘diffusa’ del suo operare, aiuta e favorisce l’esercizio imparziale della funzione giudiziaria e difende quest’ultima dai tentativi di ‘cattura’ da parte del potere politico. Sotto questo profilo, difendere il pluralismo associativo, come sta attualmente facendo la magistratura associata, significa proprio combattere quelle degenerazioni e quelle indebite commistioni che il ‘caso Palamara’ ha scoperchiato”.

Cosa risponde a chi dichiara – Antonio Di Pietro in primis – che indipendenza e autonomia della magistratura non sono affatto messi in discussione?

“Rispondo che forse non ha letto con sufficiente attenzione l’articolo 3 della legge Nordio, che modifica radicalmente e in profondità l’articolo 104 della Costituzione, riducendo il principio di autonomia e indipendenza a una scatola vuota. Come ho già spiegato sopra, non basta proclamare in astratto un principio se esso non è sostenuto da un sistema di regole che ne garantiscano l’effettività. Mantenere in Costituzione l’astratta proclamazione secondo cui la magistratura è indipendente non serve a nulla, se poi quel principio è privato dello strumento pratico che quotidianamente quell’indipendenza difende e assicura”.

Tradotto?

“È ipocrita continuare ad affermare, come ha dichiarato Antonio Di Pietro, che l’articolo 104 non viene toccato. Viene toccato eccome! La radicale modifica della natura e del ruolo costituzionale del Csm, attraverso lo stravolgimento del testo dell’articolo 104 che disciplina la sua composizione, mette in discussione proprio la tenuta pratica di quel principio di autonomia e indipendenza del potere giudiziario dal potere politico, che proprio nel Csm trova il suo presidio, e che resterà in Costituzione come una specie di simulacro indifeso”.

Perché non le piace il metodo del sorteggio per il Csm? Non è comunque un metodo legittimo trattandosi di un organo di gestione?

“A parte il fatto che neppure gli organi di ‘gestione’ andrebbero composti mediante un criterio in sé e per sé casuale, e dunque irragionevole, come il sorteggio, deve essere chiaro che il Csm, come ho cercato di argomentare, non è affatto un organo di gestione“.

Che cos’è?

“È un organo che, attraverso il governo autonomo di tutte le attività che hanno a che fare con la carriera e l’organizzazione del lavoro dei magistrati, contribuisce quotidianamente alla difesa attiva dell’ordine giudiziario dalle ingerenze e le pressioni che il governo, e dunque la politica, potrebbe esercitare nei suoi confronti. Sapere di non poter essere trasferito ad un’altra sede o ad un’altra funzione – come può accadere a qualsiasi altro pubblico impiegato – se non per decisione del Csm, aiuta il magistrato a non aver paura di decidere una causa delicata in un modo che potrebbe “spiacere” a un potente, e di subirne conseguenze pregiudizievoli per la sua carriera e financo per la sua vita personale. Per questo occorre che chi siede in quell’organo sia preparato, competente, responsabilizzato e sufficientemente legittimato per poter svolgere con forza e determinazione questo delicatissimo compito”.

E perché, secondo lei, non potrà essere più così?

“Ora, il Csm diventerà inevitabilmente un organo più debole, e meno in grado di svolgere la sua funzione di garanzia costituzionale, quando i suoi componenti togati saranno sorteggiati e non più eletti. Il sorteggio è uno strumento svilente e deresponsabilizzante, del tutto inidoneo a garantire un livello minimo di competenza all’esercizio delle complesse funzioni cui il sorteggiato è destinato. L’idea che a far parte dell’organo di garanzia dell’autonomia e indipendenza della magistratura possano essere, indifferentemente, tutti i magistrati italiani, indipendentemente dall’esperienza maturata, dalla capacità dimostrata, dalla sensibilità costituzionale acquisita, è un’idea grottesca. L’elezione serve a scegliere i migliori, il sorteggio affida invece la selezione al caso”.

In modo elementare, come lo spiegherebbe agli elettori?

“Chiedo ai cittadini italiani se accetterebbero di scegliere per sorteggio, ossia a casaccio, il loro medico di famiglia, il loro amministratore di condominio, il gestore dei loro risparmi. La verità è una sola: l’introduzione del sorteggio costituisce un anello essenziale di una complessiva strategia di delegittimazione e di indebolimento del ruolo costituzionale del Csm, ridotto a organo burocratico come tanti”.

C’è chi dice che con la separazione delle carriere si verrà a creare una categoria di “inquisitori” che non faranno altro per tutta la vita. Secondo lei, la possibilità di cambiare dalla funzione giudicante a quella inquirente è davvero un elemento di contemperamento rispetto a una possibile fissazione accusatoria?

“Certo! Anzi, dirò di più. La separazione delle carriere intesa come separazione delle esperienze formative e impossibilità di esercitare, nel corso dell’intera vita, entrambe le funzioni, realizza l’obiettivo opposto a quello che – nelle intenzioni dichiarate – si vorrebbe perseguire”.

Perché?

“Perché crea un pubblico ministero culturalmente separato, chiuso in sé stesso, autoreferenziale, che si scorderà ben presto della funzione costituzionale che gli è assegnata, in quanto non si gioverà più della circolazione delle esperienze formative che ne fanno in primo luogo un ‘magistrato’, ossia un funzionario pubblico addetto esattamente come i giudici all’esercizio della giurisdizione, nel perseguimento dell’interesse generale. Sarà inevitabilmente trasformato, in primo luogo sul piano culturale, in un ‘inquisitore’, autoreferenziale e totalmente privo di sensibilità nei confronti dei diritti di coloro che egli inquisisce, perché a ciò lo porterà un’esperienza che fin dalla giovinezza lo costringerà a pensare sé stesso come l’accusatore che deve possibilmente ottenere la condanna di tutti coloro che inquisisce. Come categoria, i pubblici ministeri saranno portati a concepire sé stessi come ‘corpo’. Un corpo – appunto – separato. Un ‘potere’ separato oltre che, inevitabilmente, gerarchizzato. Si tratta di una vera e propria eterogenesi dei fini. Penso al contrario che sarebbe un pubblico ministero migliore colui che abbia fatto il giudice almeno in una parte della sua vita”.

Dunque, l’esatto contrario...

“Una legislazione che volesse sensatamente perseguire l’intento garantistico che si pretende di introdurre con la cosiddetta ‘separazione’ dovrebbe dunque, proprio all’incontrario di ciò che realizza la riforma che noi avversiamo, costringere tutti i magistrati a svolgere, almeno per una parte della loro esistenza, sia funzioni giudicanti che funzioni requirenti. Anzi, nel mondo ideale, tutti i magistrati di prima nomina andrebbero assegnati a funzioni giudicanti, e dovrebbero poter accedere alle funzioni requirenti soltanto dopo essere stati giudici per un congruo periodo di tempo, possibilmente sia esercitando funzioni civili che funzioni penali. Il buon magistrato è quello che non si sclerotizza tutta la vita nella medesima funzione. Quello che vive esperienze diverse e sa trarre, da quelle diverse esperienze, le risposte per interpretare nella maniera più corretta possibile le infinite complessità che l’amministrazione della giustizia quotidianamente ci mette di fronte”.

Il vostro obiettivo dichiarato è far sì che questa battaglia sia “dei cittadini” contro una riforma “sbagliata”, non una battaglia contro il governo. Innegabile, però, che l’orizzonte sia il 2027 e che in tale ottica si analizzerà l’esito della consultazione. Come si fa, nella percezione comune, a sganciare il voto referendario di merito da quello politico?

“Ciascuno deve svolgere il suo compito. Il nostro non è quello di politicizzare il dibattito, ma di spiegare le implicazioni costituzionali della riforma e le ricadute che essa avrà sulla vita concreta di tutti gli Italiani. Per questo auspico una campagna di informazione seria, equilibrata, che rispetti i cittadini e li tratti da adulti. Ritengo molto importante, da questo punto di vista, che la campagna referendaria condotta dal nostro comitato si differenzi, per toni e per temi, da quella che legittimamente i partiti politici che la riforma hanno combattuto in Parlamento decideranno di intraprendere. Noi non siamo qui per contrapporci al governo, e non ci faremo intrappolare nella comoda narrazione di chi vuole dipingere una magistratura politicizzata all’assalto della maggioranza attualmente al potere”.

Qual è allora la vostra narrazione?

“Noi ci rivolgiamo a tutti i cittadini che hanno a cuore la Costituzione e i suoi valori, e ci aspettiamo un ampio coinvolgimento perché sappiamo che gli Italiani tengono molto alla loro Costituzione e non sono facilmente disponibili a metterne in discussione i fondamenti. Lo si è visto già molte volte in passato: quando si propone loro di mettere mano alla Costituzione i cittadini si mostrano attenti e giustamente diffidenti. Contiamo che così sarà anche questa volta”.

Stando ai sondaggi più recenti, il Sì continua a essere in vantaggio ma c’è un buon 30% di elettori che resta indeciso. Quanto è alto il rischio che questa percentuale resti tale e che gli italiani, alla fine, non capiscano davvero il referendum?

“A questo servono le campagne referendarie, a informare i cittadini della posta in gioco e a renderli consapevoli delle scelte che faranno. Confido che la forza dei nostri argomenti, se ci sarà data la possibilità e il tempo di spiegarli con calma, pacatezza e serietà, alla fine non potrà che emergere e prevalere sugli slogan semplificati che stiamo sentendo in questi giorni”.

Se fosse stato permesso di votare per capitoli separati, ci sarebbe stato almeno un punto del referendum al quale avrebbe concesso un Sì?

“Guardi, la legge Nordio modifica – sostanzialmente – due soli articoli della Costituzione. Il disegno peraltro è uno solo. Si modifica l’articolo 104, indebolendo il Csm attraverso la sua divisione in due tronconi e l’incisivo intervento sui suoi criteri di nomina, come ho spiegato sopra. E si modifica l’articolo 105, sottraendo la funzione disciplinare, e quindi il controllo sulla deontologia dei magistrati, all’organo – il Csm, appunto – che dovrebbe essere costituzionalmente deputato a disciplinare ogni aspetto dell’attività dell’ordine giudiziario, per affidarla a un organo invero bizzarro, la cosiddetta ‘Alta Corte disciplinare’, in parte sorteggiato e in parte nominato (perché deve essere chiaro che i membri dell’Alta Corte di origine politica continueranno ad essere scelti entro rose di nomi che la politica individuerà puntualmente). Il magistrato condannato disciplinarmente non avrà neppure la possibilità di appellarsi a un giudice ‘terzo’, perché a giudicarlo in secondo grado non saranno più le Sezioni Unite della Cassazione, il massimo organo giudiziario del Paese, ma saranno i membri della medesima Alta Corte, solo in diversa composizione, con un’incredibile e inaudita violazione di qualsiasi elementare principio di garanzia dell’incolpato, oltre tutto in aperto contrasto con diritti fondamentali espressamente garantiti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Una chiara, ulteriore, minaccia all’autonomia e all’indipendenza”.

Insomma, un No su tutta la linea.

“Insomma, le modifiche sono tutte accomunate dallo stesso spirito e dallo stesso, uniforme obiettivo: indebolire l’indipendenza dei magistrati e privare l’ordine giudiziario di un presidio che gli consenta di esercitare la sua funzione costituzionale in piena libertà, senza paura e senza condizionamenti. Il disegno è univoco, e dunque univoca è la nostra risposta, fortemente critica”.

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