Prometeia aggiorna le stime sull’economia mondiale, europea e italiana, fotografando un contesto ancora fragile. Per il nostro Paese le previsioni restano prudenti: +0,5% quest’anno e +0,7% nel 2026, sospese tra il freno dei dazi e il traino del Pnrr.
Il 2025 ha messo in luce due mondi paralleli con, da una parte i mercati azionari, sostenuti dall’ottimismo sulla rivoluzione dell’intelligenza artificiale e dall’altra gli indicatori reali, che restano piatti. Gli Stati Uniti mostrano segnali di raffreddamento, con occupazione più debole e inflazione in risalita, mentre la Cina fatica a compensare l’impatto della politica commerciale americana con una domanda interna ancora anemica.
Per l’Europa lo scenario è meno cupo ma non brillante. L’euro forte accelera la discesa dell’inflazione e restituisce un po’ di potere d’acquisto alle famiglie, ma la fiducia delle imprese resta fragile. La ripresa, secondo Prometeia, sarà graduale, con il Pil dell’area destinato a muoversi appena sopra l’1% annuo nel prossimo triennio.
L’Italia tra dazi e consumi in affanno
Il nodo per Roma si chiama “equilibrio instabile“. La stabilità politica e il calo dello spread hanno favorito il collocamento del debito pubblico, ma non bastano a rafforzare la crescita. I consumi interni restano deboli (+0,2% nella prima metà del 2025) e gli investimenti arrancano. Dopo un avvio positivo, il Pil si è contratto dello 0,1% nel secondo trimestre, soprattutto per il contraccolpo delle esportazioni.
Il fronte più insidioso restano i dazi americani. Con un aumento medio al 16,2% dal 2,2% del 2024, l’impatto stimato da Prometeia è di -0,4/-0,5 punti di Pil in due anni. Non un crollo, grazie all’adattamento delle imprese italiane e alla resilienza della domanda Usa per i prodotti di alta gamma, ma un fardello pesante per un’economia che già procede a passo ridotto.
Pnrr, più luci che ombre
Se i dazi pesano, il Pnrr può dare ossigeno. Nonostante ritardi e revisioni, l’attuazione del piano entra nella fase cruciale e, secondo Prometeia, mostra però “più luci che ombre”. La scadenza è ormai spostata al 2027, ma l’accelerazione attesa tra fine 2025 e 2026 dovrebbe tradursi in un sostegno tangibile alla domanda interna.
Metà della crescita italiana prevista nei prossimi due anni dipenderà proprio dal Pnrr, mentre famiglie e export offriranno contributi limitati. Il quadro resta fragile, ma sostenibile. I tassi reali vicini allo zero e una politica fiscale neutrale consentiranno di mantenere il disavanzo sotto il 3%.
Una crescita modesta, ma non precaria
L’Italia dunque cammina su un crinale stretto: +0,5% quest’anno, +0,7% nel 2026. Numeri modesti, che riflettono un Paese sospeso tra la minaccia dei dazi e la spinta dei fondi europei. La vera sfida sarà trasformare questo “equilibrio instabile” in una traiettoria di crescita più robusta, capace di resistere agli shock esterni e di non esaurirsi con la fine degli stimoli del Pnrr.
