Nel film Tutti a casa di Luigi Comencini (1960) il tenente Alberto Innocenzi, magistralmente interpretato da un grande Alberto Sordi, nella confusione dell’8 settembre 1943, telefona al Comando per avvertire che i tedeschi si sono alleati con gli americani. L’equivoco viene presto chiarito. Per le pensioni degli italiani, invece, è sempre l’8 settembre. Ed ogni volta si sprecano i casi della irresponsabilità e del disonore, senza che da lì cominci, come nel 1943, il cammino della resistenza e del riscatto.
In questi giorni si parla di un Atto di indirizzo presentato alla Camera dai gruppi del campo largo, a prima firma della presidente dem, Chiara Braga, con il quale la sinistra varca definitivamente il Rubicone che la separava dalla Lega di Salvini e raggiunge, in quella scomoda posizione, la Cgil, costringendo la maggioranza a compilare, a marce forzate e con un certo imbarazzo, una mozione alternativa nel tentativo di parare il colpo della chiamata in causa della Lega sulle spine perché si è vista sottrarre una sua rivendicazione storica, perorata anche nella fase finale della sessione di bilancio.
Per farla breve, la mozione Braga colpisce al cuore la riforma Fornero chiedendo al governo “di adottare iniziative volte a rivedere, sin dal primo provvedimento utile, la decisione di incrementare i requisiti anagrafici per l’accesso alla pensione e ad eliminarne il meccanismo di revisione periodica” ovvero la norma (introdotta nel 2010 dall’ultimo governo Berlusconi, estesa nella sua applicazione dalla riforma Fornero, bloccata nel 2019 dal Conte 1 e riattivata dal 1° gennaio 2025 dal governo Meloni) che prevede l’indicizzazione con cadenza biennale all’incremento dell’attesa di vita dei requisiti anagrafici e contributivi del pensionamento; una disciplina che tutti gli osservatori istituzionali (Istat, Inps, Rgs, Upb, Banca d’Italia) ritengono essenziale per la sostenibilità del sistema pensionistico, attribuendo alla sua abrogazione un incremento del rapporto debito/Pil di circa 15 punti al 2045 e di circa 30 punti al 2070. Non si uccidono così anche i cavalli?
Il paradosso più stupefacente sta nella critica che le opposizioni rivolgono alla maggioranza e al governo: quella di aver ingannato gli elettori, poiché, ”dopo aver promesso in campagna elettorale la cancellazione della legge Fornero e la possibilità di accedere alla pensione con 60 anni di età e 41 anni di contribuzione, le uniche misure che sono state adottate strutturalmente sono consistite nella sostanziale riduzione o, addirittura, cancellazione di ogni forma di flessibilità di uscita pensionistica”. È singolare che siano le opposizioni a pretendere l’attuazione di un programma da loro criticato e contenente proposte sbagliate e, per fortuna del Paese, prontamente accantonate nell’ambito delle politiche di attenzione ai conti pubblici che sono state – in tutte le leggi di bilancio varate – il profilo identitario del governo Meloni. Il Pd, novello Saturno, prosegue nel proposito (ci ha provato inutilmente col Jobs act) di smantellare tutte le riforme di cui in passato è stato protagonista. La riforma Fornero fu votata dal Pd al tempo della segreteria di Pierluigi Bersani. Nel tornare al passato occorre misura. Il Pd invece avanza… regredendo. A volte addirittura tornando all’età della pietra della sinistra. È il caso del trattamento riservato nell’Atto alla previdenza complementare.
Solo dei primitivi trinariciuti, infatti, possono scrivere nel 2026, dopo trent’anni di esperienze, che “il sistema previdenziale pubblico deve essere tutelato e rafforzato, scongiurando tutte quelle iniziative che tendono a minarne la solidità finanziaria e la credibilità sociale, favorendo surrettiziamente il trasferimento dei risparmi previdenziali dei lavoratori verso i gruppi finanziari privati”. Con queste poche battute (che hanno fatto impallidire anche Maurizio Landini) il Pd liquida un settore che si compone di 33 fondi negoziali, 38 aperti, 69 Piani individuali pensionistici (Pip), 151 fondi preesistenti. Il totale degli iscritti è arrivato ad oltre dieci milioni.

Nel 2024, le posizioni in essere presso i fondi pensione negoziali erano circa 4,2 milioni; quelle aperte presso i fondi aperti 2,1 milioni e quelle presso i Pip 4,2 milioni, di cui 0,3 milioni ancora afferenti ai Pip c.d. “vecchi”. Circa 700.000 erano le posizioni nei fondi preesistenti la riforma del 1993 (e successive modifiche). Le risorse destinate alle prestazioni accumulate dalle forme pensionistiche complementari alla fine del 2024 ammontavano a 243 miliardi di euro, corrispondenti al 10,8 % del Pil e al 4 % delle attività finanziarie delle famiglie italiane. Tali risorse erano così ripartite: ai fondi pensione negoziali circa 74,6 miliardi euro: ai fondi aperti a 37,3 miliardi; ai fondi preesistenti 69,4 miliardi. Le risorse dei PIP erano complessivamente pari a 61,5 miliardi di euro, inclusi 6,8 miliardi riferibili ai Pip “vecchi”.
Queste risorse sono andate a “gruppi finanziari privati” demoplutocratici? (quando si aggiungeranno i giudei?). La Commissione bicamerale di vigilanza sugli enti previdenziali, presieduta dal leghista doc Alberto Bagnai, ha compiuto un’indagine sugli investimenti dei fondi e ha dimostrato che considerando il totale del settore, gli investimenti sono allocati principalmente in titoli di Stato o altri titoli di debito (complessivamente, 56% del totale), in titoli di capitale (21,4%), in Oicvm (12,4 %). L’esposizione complessiva in azioni, includendo anche quella realizzata tramite Oicvm, altri Oicr e strumenti derivati, raggiungeva il 28,8 %. I titoli dello Stato italiano costituivano di gran lunga la voce più importante degli investimenti domestici: 26,7 miliardi di euro.

Quanto ai rendimenti, per i comparti azionari si riscontravano, per le diverse tipologie delle forme, rendimenti netti medi compresi tra il 10,4 e il 13 per cento. Nelle linee bilanciate i risultati medi erano compresi tra il 6,4 e il 7 per cento. Rendimenti medi inferiori, ma comunque positivi, si sono rilevati per i comparti obbligazionari e garantiti. La tabella che segue mette in evidenza le diverse tipologie di rendimenti confrontandoli con quelli – ope legis – del Tfr che è la principale fonte di finanziamento della previdenza complementare.

Come si vede nessuno truffa i lavoratori, che decidono liberamente di aderire. Gli investimenti in titoli emessi da imprese italiane erano pari a 2,8 miliardi per i titoli di debito (obbligazioni) e a 1,7 miliardi per i titoli di capitale (azioni). In sostanza, gli investimenti nella economia reale sono praticamente simbolici.